Dicevamo di Cassibile. Non un luogo qualsiasi. Un borgo che ha visto passare la storia, quella drammatica e importante, quella che rimane sui libri e lascia che un nome, ai più sconosciuto, diventi celebre per sempre. Un borgo rurale, dove la terra è fertile e offre quello che serve. Non solo i prodotti ma anche il guadagno. Cassibile si è formata così, con il lavoro della terra. Con un marchese e la sua corte, le sue terre e i suoi lavoranti. Una comunità che si è sviluppata nel tempo grazie a persone venute da altre parti della provincia e dell’isola. Persino il marchese Silvestro Loffredo, colui al quale si devono le opere di miglioramento stradale e l’avvio dei lavori di costruzione del borgo, non era del luogo, ma di Messina. Fu lui che, sul finire del 1700, dopo aver ottenuto dal regno borbonico l’area di Cassibile, cominciò ad attirare, dai comuni nei territori di Siracusa e Ragusa, persone che potessero insediarsi nel borgo, essenzialmente pastori. Poi, furono gli eredi del marchese a proseguire l’opera di modernizzazione di questo centro, basato su economia agricola, proprietari terrieri e contadini.

Questa nei secoli è stata Cassibile. L’agricoltura è stata la sua forza sin dalle origini e lo è divenuta sempre di più grazie a produzioni importanti, come la fragola o la patata novella, ma non solo. Il borgo nel frattempo è cresciuto, con l’arrivo di altri abitanti da altre zone delle province di Siracusa e Messina. Oggi conta circa 6000 abitanti. Ed è forse l’area agricola più importante della provincia di Siracusa, di sicuro tra le più importanti. Eppure, in quest’area così fertile, esiste la piaga feroce dello sfruttamento della manodopera, esiste l‘intermediazione illecita, esistono gli orrori del caporalato. Che spesso viene giustificato dalle aziende (e dai politici anti-migranti) come la conseguenza della crisi dell’agricoltura. Una lettura parziale, che può riguardare qualche piccola produzione, ma che non giustifica l’ampia diffusione di un bestiale sistema di sfruttamento del lavoro, di un fenomeno odioso che nel passato abbiamo già vissuto e combattuto.

Non va dimenticato, tra l’altro, che la Sicilia è la punta di diamante dell’agricoltura italiana, come dicono i dati. A tal proposito, ritengo fondamentale soffermarmi un po’ su questi dati, per capire il contesto. Partiamo dal fatto che, nel 2019, a fronte di una nazione nella quale le aziende agricole diminuivano dell’1% (oltre 7400 imprese in meno rispetto al 2018), in Sicilia ne nascevano circa 81400, lo 0,46% in più rispetto all’anno precedente (fonte Unioncamere). A Siracusa, nello stesso anno, quello prima della pandemia, ne sono nate 7034, 8 in più dell’anno precedente (+ 0,11). Il settore dunque, tutto sommato, nonostante le difficoltà proprie del comparto agricolo, è abbastanza in salute rispetto ad altre zone. Dopo un periodo di flessione, l’agricoltura ha conosciuto negli anni scorsi una nuova linfa. Già nel 2013, ad esempio, la produzione totale agricola a prezzi di base di 660 milioni di euro annui (Rapporto Unioncamere Sicilia, 2013) costituiva il valore più alto tra le province siciliane. È la produzione ancora oggi il punto di forza di questo settore.

Come ha osservato nel 2018 Confindustria Siracusa nella sua relazione economica annuale, “la provincia evidenzia un minore sviluppo dell’agroindustria (trasformazione) rispetto al comparto agricolo in senso stretto (produzione). In particolare il rapporto tra valore aggiunto agroindustriale ed il valore aggiunto agricolo è inferiore al 40%, (nelle regioni del centro nord tale rapporto è del 120 %). Ciò conferma che nella provincia di Siracusa gli aspetti critici del settore agroalimentare non riguardano tanto la produzione, quanto la trasformazione e la commercializzazione”. Quindi i problemi non riguardano la produzione, ma tutto il resto, la filiera, i costi per la trasformazione e la commercializzazione, il cappio dell’intermediazione. Tutte cose che non possono essere scaricate sui lavoratori. E ancora, il numero di giugno 2020 di “Economie Regionali – L’economia della Sicilia”, redatto dalla Banca d’Italia, riporta i dati dell’Istat sull’effetto della pandemia sul settore agricolo. A fronte della contrazione di alcune coltivazioni, spicca invece la “crescita del raccolto di pomodori” e, guarda un po’, “di patate (che rappresentano rispettivamente il 6 e il 3 per cento del valore della produzione agricola siciliana)”.

Due tipologie di coltivazioni nelle quali più si annida il fenomeno del caporalato e dello sfruttamento. Le patate sono il vero fiore all’occhiello di Cassibile e hanno resistito anche alla pandemia. Certo, la contrazione e la crisi da Covid hanno colpito anche l’area di Siracusa e il lavoro è diminuito. Ma questo non può giustificare uno sfruttamento del lavoro che persiste da almeno 15-20 anni e che non è certo figlio della pandemia. L’emergenza Covid per l’agricoltura ha rappresentato più che altro un problema per quel che concerne le difficoltà di spostamento dei lavoratori stagionali, ossia coloro che si muovono lungo lo Stivale per andare a impiegarsi nelle diverse colture stagionali. Molte imprese hanno chiesto al governo interventi. È così arrivata la legge disegnata dalla ex ministra Bellanova, una sorta di sanatoria che però, già dalla sua genesi, presentava numerose falle circa la possibilità di prevenire e combattere il lavoro nero e agevolare l’uscita dal sommerso. I dubbi sull’efficacia di tale legge non erano infondati, se è vero che le aziende italiane non hanno approfittato molto di questo nuovo strumento di regolarizzazione della manodopera. Poche aziende vi hanno fatto ricorso, pochissime sono state le richieste per i rapporti di lavoro in agricoltura.

Perché? Perché, una volta sbloccato il lockdown, i migranti sono riusciti ad arrivare, a muoversi, a spostarsi. Ed è molto più comodo, in tante realtà rurali italiane, servirsi dei caporali e risparmiare. O “assumendo” in nero oppure anche con contratti, che spesso sono solo formali, un buon paravento in caso di controlli, ma che nella realtà hanno condizioni particolari e molto spesso non vengono rispettati. Insomma, il lavoro a cottimo, con la mediazione di un caporale, senza troppe carte in mezzo o con le carte non del tutto in regola, è più comodo per chi fa impresa, costa meno e soprattutto accelera l’incontro fra domanda e offerta.

Avviene quello che avveniva nel secolo scorso, fino a quando le lotte bracciantili, svoltesi anche nella zona limitrofa a Cassibile, con il prezzo del sangue della repressione, erano riuscite a conquistare diritti. Che oggi vengono nuovamente negati, sfruttando il bisogno e le condizioni difficili dei migranti, l’assenza di tutele, le difficoltà a denunciare e la debolezza di buona parte del sindacato. Qualche anno fa, nel 2015, un amico, ex dirigente sindacale, mi disse: “Malgrado la crisi, molte grandi aziende hanno fatturati in crescita, a fronte di un calo del numero di impiegati. Evidentemente ciò è indice di lavoro nero”. La Flai-Cgil, nel suo primo rapporto sulle Agromafie definiva Cassibile “zona di grave sfruttamento lavorativo”, sia per il caporalato che per truffe e inganni sui salari non pagati o per contratti di lavoro inevasi.

Il caporalato, dunque. La quotidianità di Cassibile, una quotidianità che si svolge alla luce del sole da anni. Quando, 16-17 anni fa, iniziai a occuparmi con più insistenza di sfruttamento nelle campagne e cominciai ad andare a Cassibile, nelle sue vie, nelle baracche e nei campi con più frequenza, il caporalato era la sola maniera di reclutamento della manodopera. All’epoca, peraltro, il numero dei migranti non in possesso di regolare permesso, era maggiore e i contratti erano una rarità. Oggi non è cambiato quasi niente. Anzi. Il caporalato rimane la principale fonte di reclutamento, con le sue regole, le dinamiche violente, una impunità inspiegabile. Le loro vittime sono braccianti stranieri, ma adesso sono in gran parte regolari. I caporali sono principalmente nordafricani, ma non solo. La maggior parte sono stanziali, spesso legati a un lungo rapporto fiduciario con le aziende che di loro si servono. La novità degli ultimi dieci anni, che nel 2010 avevo rintracciato a Rosarno e che venne confermata da inchieste della magistratura, è che ci sono anche quelli non stanziali, ossia che seguono il flusso degli stagionali e quindi si spostano da zone diverse, continuando a vessare i lavoratori.

In più, ci sono anche i subcaporali, quelli che fanno da sentinella e vivono anche negli accampamenti di fortuna nei quali si riparano i lavoratori. Ne controllano eventuali tentativi di protesta e di ribellione. O di denuncia. A Cassibile ci sono caporali che gestiscono un numero molto elevato di lavoratori, guadagnandoci parecchi soldi (una media di 5 euro a lavoratore. Al giorno.). Qualcuno partecipa anche all’attività di raccolta, come “campiere”, ossia come feroce guardiano, battendo il tempo, spingendo i braccianti a riempire sempre più cassoni di patate, a ritmi disumani, come mi hanno raccontato diversi braccianti. Il motivo? Un maggiore numero di cassoni raccolti in un giorno valgono più soldi, quindi garantiscono un extra per il caporale o una fiducia maggiore da parte dell’azienda, che preferirà rivolgersi sempre a lui per il reclutamento. I caporali ricevono soldi sia per l’intermediazione (dall’azienda), sia per il trasporto (dai lavoratori). Vale anche per i caporali al soldo di quelle aziende che fanno i contratti. Contratti formali molto spesso, dove le ore e i giorni lavorati che risultano su carta sono molti meno di quelli effettivi. Naturalmente anche la paga non è mai effettiva. Perché il lavoratore deve tirar fuori ogni giorno qualcosa.

Per il trasporto nei campi, infatti, si pagano 3, 5 o 7 euro, a seconda della distanza del luogo di lavoro da Cassibile. Recarsi al lavoro con un proprio mezzo è vietato e viene punito dai caporali. Nel migliore dei casi non lavori più. Si va al lavoro con le macchine e i furgoncini dei caporali. L’appuntamento è al mattino presto, attorno alle 5.30. Lungo la via Nazionale. Lì ci si raduna e se non hai lavoro speri di essere scelto, sulla base di conoscenze e raccomandazioni di altri lavoratori o sulla base della tua forza fisica o del tuo carattere docile. Se protesti, se rompi le scatole, non lavori più. Se ti fai male sul lavoro, se ti ammali, se hai un mal di schiena che ti blocca per qualche giorno, non lavori più e succedono anche cose surreali. Ne parleremo più avanti.

Una giornata di lavoro di 9-12 ore viene pagata 50 euro. Non vengono forniti dispositivi di sicurezza, né scarpe, né guanti, né altro. A cibo e acqua devono pensarci i braccianti. La mattina, alle 5.30, i bar di Cassibile si riempiono di lavoratori che comprano da bere e qualcuno anche da mangiare, per affrontare la giornata di lavoro. A Cassibile, dunque, il vantaggio economico di questo sfruttamento non lo hanno solo le imprese agricole e i caporali. Ma anche bar, tabacchini, negozi di telefonia (telefoni, schede e accessori per la carica sono fondamentali per i migranti per poter comunicare con le famiglie), botteghe, supermercati, ecc. A volte sono anche questi soggetti a fare la voce grossa o partecipare alle proteste aizzate dai capipopolo. Sono quelli per i quali i migranti vanno bene finché spendono, ma poi devono sparire dal paese. Insomma, il punto è solo uno: a Cassibile tutti sanno quel che avviene. Sanno anche che l’economia senza i migranti sarebbe finita. E che il settore è florido o regge perché si basa sullo sfruttamento. Ma a Cassibile in molti negano. Non solo i diritti, ma anche la realtà e le responsabilità. Ne parleremo a lungo.

Ci vediamo mercoledì 3 febbraio alle ore 19 per la seconda puntata o secondo capitolo, scegliete voi. A presto.

MP