La questione legata al ponte sullo Stretto e alla realizzazione di un’opera tanto importante quanto costosa fa parte di questo Paese da almeno 70 anni. Da decenni, infatti, con cadenza più o meno regolare, non si fa altro che parlare della possibilità di costruire un ponte che possa collegare non solo due regioni, Sicilia e Calabria, ma l’Italia intera al resto d’Europa. Non dubitiamo del fatto che un collegamento del genere possa apparire suggestivo, nel senso che a tutti piacerebbe poter passare in pochi minuti dall’isola al “continente”, a lasciare miriadi di dubbi, invece, sono la fattibilità e la paventata urgenza di una tale opera. L’Italia non è un Paese normale, soprattutto non è un Paese capace di viaggiare alla stessa velocità da Milano a Trapani, sotto tutti gli aspetti possibili.

Purtroppo (e questo lo sappiamo bene) la realtà è tutt’altra: non solo le velocità sono diverse, così come lo sono le opportunità di crescita lavorativa ed economica, ma anche le infrastrutture sono molto differenti, se è vero che Sicilia e Calabria hanno un ritardo, per quel che riguarda la mobilità stradale e ferroviaria, di dimensioni incalcolabili, a cui si aggiunge un elevato rischio idrogeologico che dovrebbe rappresentare la priorità per la politica regionale e nazionale. A ciò si aggiunga un altro elemento che, purtroppo, va considerato quando parliamo di Italia e di grandi opere: la presenza mafiosa a tutti i livelli.

La presenza invasiva della criminalità organizzata è uno dei temi più importanti dell’intera questione relativa al ponte sullo Stretto. Il dibattito sulla realizzazione di questa infrastruttura si è acceso, dopo le parole del procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, il quale, nel corso di una puntata della trasmissione  di RaiTre, “Report”, ha affermato: “Il rischio qual è? Che il ponte non colleghi due coste ma colleghi due cosche. Questo assolutamente non deve avvenire. Perché dico questo? Perché ci sono stati anni in cui tutta l’area del messinese era un’area che faceva capo a famiglie di ‘ndrangheta. Certamente gli appetiti ci saranno, ma non saranno più appetiti legati alla singola articolazione territoriale che controlla quel territorio, ma certamente a componenti di più alto livello”. “Stiamo parlando di soggetti – continua Lombardo – che ovviamente hanno un compito di comporre quella che è la direzione strategica. È evidente che non può che muoversi quel livello nel momento in cui un’opera come il Ponte sullo Stretto di Messina si decida davvero di realizzarla”.

Esternazioni che hanno suscitato varie reazioni. Da un lato c’è chi, per amore del progresso, sostiene che la presenza mafiosa nelle regioni del Sud non debba essere una giustificazione necessaria per un immobilismo generalizzato e persistente. In poche parole (e in questo specifico contesto) Sicilia e Calabria sono composte anche (in maggioranza) da persone oneste che meritano di migliorare le proprie infrastrutture, al di là del rischio mafioso. Dall’altra, invece, c’è chi pensa che proprio la corruzione e la collusione tra mafia e colletti grigi possa peggiorare la situazione delle due terre (specie nel grande affare legato alla realizzazione dell’opera). E poi c’è chi, al di là del dibattito sulle infiltrazioni delle mafie, ritiene che vi siano priorità ben più urgenti e necessarie di questo ponte. Anche in tema urbanistico e progettuale.

Sicilia e Calabria, infatti, possiedono infrastrutture che sono tra le più fatiscenti, vecchie e pericolose dell’intero Paese. Linee ferroviarie a binario unico, tratti autostradali in costante ricostruzione (il che rende queste stesse autostrade dei veri e propri cantieri a cielo aperto), carenza di autostrade, superstrade o linee veloci di collegamento e molto, molto altro ancora. Il tutto, come se non bastasse, causa sicuramente un impatto negativo non solo nella produttività e nel commercio da e per le regioni, ma anche per il turismo, che malgrado i numeri in crescita difficilmente, anche per queste ragioni, si trasforma in turismo di ritorno.

Appare evidente, quindi, come la realizzazione di un’opera come il ponte sullo Stretto cozzi tremendamente con la realtà dei fatti. In fondo, la questione è molto più semplice di quanto non sembri: a che serve ridurre da 30 a 3 minuti l’attraversamento sullo Stretto se poi, per raggiungere una delle due coste, ci vogliono tempi biblici o quantomeno “novecenteschi”? Se da Agrigento a Messina ci vogliono circa 6 ore di treno per 253km di tratta (Roma-Firenze, 272km, richiede la bellezza di 90 minuti), è chiaro che il ponte non può essere la priorità. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che la sua costruzione possa fungere da volano per il miglioramento di tutti gli altri tipi di collegamento: cosa molto improbabile e lontana dalla realtà. D’altronde, si sa, le case si costruiscono dalle fondamenta e non certo dal tetto.

Inoltre, se è vero che la mafia non può essere un freno, è altrettanto vero che il problema esista e sia pregnante. Le diverse indagini e inchieste realizzate dagli inquirenti nel corso degli anni hanno ogni volta evidenziato come sia la ‘ndrangheta che cosa nostra siano altamente interessate a un’opportunità del genere, soprattutto perché potrebbe rivelarsi molto redditizia. Non bisogna dimenticare, infatti, che non si parla soltanto della realizzazione in sé dell’opera, ma anche di tutto l’indotto che ne conseguirebbe, con un importante numero di appalti in diversi ambiti tra cui: il settore del movimento terra, quello della fornitura di materiali (ad esempio calcestruzzo e bitume), la fornitura delle divise da lavoro, della vigilanza, del gasolio e tantissimo altro.

Insomma, il ponte sullo Stretto è un’occasione troppo ghiotta e le cifre che girano intorno ad esso sono talmente alte da non poter pensare che le cosche mafiose se ne rimangano buone e in disparte. Ci sono, infine, anche degli aspetti economici e ambientali da non sottovalutare. Da un punto di vista economico, infatti, si ha la sensazione che la politica (nella fattispecie, il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, e il governo che rappresenta) non abbia ben chiara l’entità delle spese che un’opera del genere potrebbe comportare. Si parla di circa 12 miliardi di euro: cifra, questa, che sembra impossibile da ottenere se non attingendo al Fondo Sviluppo e Coesione (FSC), frenando così la realizzazione di opere ben più urgenti in tutta Italia.

Inoltre, c’è la questione ambientale: già nel 2003, il Comune di Messina realizzò una relazione tecnico-urbanistica per descrivere come il ponte avrebbe impattato sull’ambiente, parlando di “trasformazione di aree abitate in cave e discariche, l’assoggettamento di interi comuni della Sicilia orientale ai cantieri del manufatto” e di “intere colline sventrate, boschi che si trasformano in enormi discariche di inerti, viadotti e piloni innalzati su complessi edilizi ed impianti sportivi, persino un cimitero investito dalle colate di cemento armato”. “Un territorio lacerato da decine di cantieri a cielo aperto – si legge sempre nel documento – villaggi antichissimi devastati da tralicci e cavi d’acciaio, le arterie centrali di una città, già ostaggio dei mezzi pesanti, spezzate da gallerie e reti ferroviarie”.

Insomma, il ponte sullo Stretto è solo un miraggio, una visione che periodicamente la politica tira fuori, dimenticando o snobbando le criticità: dalla mafia al costo stesso del ponte, passando per la questione ambientale  e per quella dell’effettiva stabilità strutturale. Sarebbe meglio, per il governo e per i sostenitori del “riscatto del Sud”, dimenticare il ponte e usare la stessa passione per ammodernare le infrastrutture delle due Regioni interessate. Quella sì che è una priorità e richiederebbe costi sicuramente minori e meglio distribuiti.

Giovanni Dato -ilmegafono.org