Milano, città moderna, dinamica e aperta. Così viene raccontata da chi ama guardare solo una faccia della luna. Ma quando la luna piena mostra tutte le sue facce, è lì che si vede anche quello che non si racconta: il CPR di via Corelli, per esempio, è un calcio in faccia all’Umanità. Periferia della città, angoli di strada dove la vita si nasconde fra i ponti della tangenziale e le rotaie del Terminal di Milano Smistamento. Il fiume Lambro e il Parco Forlanini a fare da cornice ad un brutto quadro. Lì, in mezzo al quadro, c’è la via dedicata ad Arcangelo Corelli dove, nel 1999, viene istituito uno dei primi CPTA (Centro di Permanenza Temporanea ed Assistenza), conseguenza diretta della legge 40/1998, la legge Turco – Napolitano, all’epoca ministri delle Politiche sociali e dell’Interno. La sua gestione viene affidata alla Croce Rossa Militare Italiana, e Il centro di via Corelli diventerà fin dal primo momento un teatro di detenzione e di tensioni. Situazioni igieniche drammatiche, l’assenza dei traduttori e nessuna informazione ai trattenuti, tentativi di autolesionismo e di suicidio.

Erano anni che, ieri, in tanti hanno finto di non vedere e, oggi, in tanti hanno rimosso, ma via Corelli fa parte della vita reale della città di Milano. Nel gennaio del 2000, il giornalista Fabrizio Gatti, che scriveva per il “Corriere della Sera”, fingendosi un immigrato senza documenti, entrò nel CPTA di via Corelli a Milano: era l’unica possibilità per vedere, documentare e raccontare la vita privata di tutti i diritti negati a quegli immigrati in attesa di espulsione, era l’unica possibilità per entrare in una gabbia dove le telecamere non potevano entrare e dove anche gli avvocati erano esclusi.

Il tempo corre, il Parlamento approva la legge Bossi-Fini e i nomi cambiano: i CPTA diventano CIE (Centro di identificazione ed espulsione) ma non cambia la sostanza di quello che avviene in quelle gabbie per stranieri, non cambiano le privazioni e la mancanza del diritto. Il centro di via Corelli viene chiuso, o meglio si teorizza di trasformarlo in uno spazio di accoglienza e reinserimento sociale, ma poi la storia politica di questo Paese decide di riaprire i centri di detenzione: siamo arrivati al 2017, in carica c’è il governo Gentiloni, Marco Minniti è il ministro dell’Interno e con il decreto Minniti-Orlando nascono i CPR – il nome è cambiato ancora, adesso sono diventati Centri di Permanenza per i Rimpatri – e la città di Milano si ricorda che in via Corelli c’è sempre quella vecchia gabbia che può tornare utile. Nel settembre 2020 il CPR di via Corelli è lì, pronto per tornare a umiliare ed escludere, la gabbia riapre le sue sbarre e la “Milano senza muri” ha la sua piccola Guantanamo nel silenzio delle istituzioni e di gran parte dell’informazione, quasi di nascosto.

Qualcuno però, il 23 settembre, legge una news in cui Riccardo De Corato – assessore alla Sicurezza della Regione Lombardia – non riesce proprio a nascondere l’eccitazione per l’apertura del CPR di via Corelli, di cui si vanta per aver sollecitato la ministra Lamorgese – la nuova titolare del ministero degli Interni – a concludere l’operazione. Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, non può fare finta di nulla e ai giornalisti che lo intervistano dichiara: “Non voglio contestare la decisione del governo e mi voglio fidare della gestione del prefetto, però qualcosa da puntualizzare c’è: innanzitutto Milano è sempre stata molto attiva con i rimpatri. Dalla Prefettura, a parte quest’anno che è stato un po’ anomalo, ho sempre ricevuto dei numeri significativi. Quindi non è vero che noi non facciamo rimpatri, la Città di Milano è comunque sempre stata diligente e solerte nelle attività del rimpatrio. Ho già detto al prefetto che nel momento in cui il sistema è messo in funzione ed è a regime vorrò visitarlo con lui per rendermi conto della situazione”.

La città di Milano ha tante facce, c’è chi la nasconde e chi guarda sempre da un’altra parte, ma esiste e resiste anche un tessuto antirazzista che unisce. Non importa quanto sia grande, non importa nemmeno se quello per cui si batte sia un’utopia o una possibilità: c’è, e questo è già un valore che Milano ancora non riesce a capire. Sono i movimenti che ogni giorno si scontrano sul muro di gomma del razzismo e del calcolo politico, sono le donne e gli uomini che contro la vergogna dei CPR lottano, denunciano, informano, scendono in piazza. Sono la rete “Mai più lager-No Cpr”. Sono le associazioni come il NAGA, laica e apartitica, che si battono per tutelare i diritti di tutti gli immigrati attraverso una presenza sul territorio e il contatto diretto con gli stranieri e con i migranti richiedenti asilo, senza nessuna distinzione fra regolari e irregolari, una distinzione su cui la campagna dei razzisti nostrani ha costruito gran parte della propria retorica. Il NAGA segue la strada dell’intelligenza e della logica: capire i bisogni e proporre risposte e proposte, facendo formazione e cultura.

Questo tessuto antirazzista c’era e c’è ancora, contro quella vergogna di cui Milano non parla. Chissà se il sindaco è poi andato insieme al prefetto per quella verifica… Sappiamo che, nel mese di maggio di quest’anno, a margine di una seduta del Consiglio Comunale in cui un gruppo di consiglieri aveva presentato un O.d.g. in cui si chiedeva la chiusura del CPR, ha dichiarato pubblicamente che “semplificare sul CPR di via Corelli sarebbe un errore. È una situazione che va letta molto tecnicamente… Il CPR nasce per essere un limbo dove in maniera corretta e con misure giuste è gestita la fase precedente ai rimpatri, non si può in principio dire che non abbia un senso. Il tema è certamente come è gestito, ma quel che bisogna anche capire è chi sono le persone che ci finiscono dentro”.

La Milano di via Corelli, ma non solo: Macomer in Sardegna, Gradisca D’Isonzo, Torino, sono solo alcuni dei nomi dove i richiedenti asilo soffrono o si tolgono la vita dentro i lager di Stato, legalizzati e quindi istituzionalizzati, dove il diritto e le telecamere non possono entrare, popolati solo da stranieri in attesa di un permesso di soggiorno che non arriverà, in condizioni di vita peggiori di quelle di un carcere. Nei CPR si muore. Un nome, almeno uno, per ricordare questi morti: Moussa Balde. Era un ragazzo della Guinea, aveva solo ventitré anni e il 23 maggio del 2021 si è tolto la vita nel CPR di Torino, quello che chiamavano “Ospedaletto”. Era stato picchiato a sangue da un gruppo di italiani a Ventimiglia e, dopo un veloce ricovero in ospedale, era stato portato al CPR di Torino, senza nessuna considerazione sulle sue condizioni. C’è un’inchiesta in corso che coinvolge la direttrice, il medico del CPR e il gruppo di agenti che avrebbero posto Moussa Balde in isolamento sanitario senza motivi validi. Il CPR Ospedaletto di Torino è stato chiuso, provvisoriamente.

Oggi i CPR sono ancora il muro su cui si scontra il livello di civiltà di questo Paese. Viminale e ministero della Difesa stanno studiando dove realizzare quelli nuovi, l’obiettivo indicato dal ministro dell’Interno è di realizzarne uno in ogni Regione, naturalmente lontano dai centri storici: in periferia, isolati e non visibili. L’input del Governo è chiaro: “Le strutture devono essere in posti a bassissima densità abitativa e facilmente perimetrabili e sorvegliabili, senza creare ulteriore disagio e insicurezza nelle città italiane”. Sì, perché le prigioni a cielo aperto non devono disturbare la serenità di questo Paese, un Paese capace di accettare un buco ancora più profondo dove seppellire ogni residuo di umanità: la tassa da pagare per chi vuole sfuggire ai CPR, e il prezzo lo ha fissato quello stesso ministro dell’interno Matteo Piantedosi che, di fronte ai morti sulla spiaggia di Cutro, dichiarava che “non dovevano partire, l’unica cosa che va detta ed affermata è: non devono partire”. Cinquemila Euro, questo è il riscatto da pagare per non finire in un CPR, ma Matteo Salvini ha spiegato che “chi sbarca a Lampedusa con un telefonino in mano e le scarpe ai piedi può pagare questo prezzo”.

Il CPR di Milano si trova nella via dedicata ad Arcangelo Corelli, un violinista della seconda metà del ‘600. Il pensiero va al suono dei violini che accompagnava le giornate dei deportati nei lager nazisti, a quella musica che i prigionieri erano costretti a suonare nelle orchestre che i nazisti stessi organizzavano nei campi di sterminio per nascondere le urla ed e la disperazione di chi aveva perso tutto e guardava il fumo dei camini. Ma nulla si può nascondere all’infinito, perché la luna piena arriva sempre. E quella luna piena mostra anche quello che si finge di non vedere, costringe a guardarsi allo specchio. E in quello specchio ci siamo noi, c’è anche la città di Milano che si compiace di sé ma che si rifiuta di entrare in quell’angolo di strada fra i ponti della tangenziale e le rotaie del Terminal di Milano Smistamento, in quella periferia facilmente perimetrabile e sorvegliabile.

Maurizio Anelli -ilmegafono.org