Si dice spesso che la televisione italiana sia lo specchio del Paese e che, alla fine, la qualità della sua offerta sia direttamente proporzionale a quella della domanda, vale a dire alla qualità dei suoi spettatori. Un’asserzione certamente semplicistica, forse un po’ troppo netta e poco incline alle sfumature, alle dinamiche di mercato e a tante altre variabili. Tuttavia, un po’ di verità in questa proporzione esiste ed è facilmente visibile. Soprattutto per quel che riguarda la televisione pubblica, quella cioè sulla quale i cittadini hanno qualche diritto di intervenire, visto che di fatto contribuiscono a finanziarla con le proprie tasse e con il canone. In Italia, il servizio pubblico, sin dalla sua nascita, è terreno di dominio del potere politico. Un tempo sottoposta al cappio della censura democristiana, grottesca e retrograda, poi al terribile periodo berlusconiano, con l’informazione pilotata e le epurazioni di chi osava dissentire o di chi faceva satira. Oggi, con l’avvento del governo Meloni, la RAI si candida a toccare il suo punto più basso.

La premier al comando del governo più di destra della storia italiana è entrata a gamba tesa sull’informazione e sul servizio pubblico. Animata da un rancore per una presunta occupazione dei “professionisti della sinistra”, ha iniziato una sorta di restaurazione, riportando dentro la RAI personaggi di area sovranista e riempiendo i palinsesti di amici e vassalli fedeli alla linea. Andando ben oltre la solita “quota” politica e tirando fuori dal cilindro impolverato alcuni residuati della “cultura” destrorsa. Facci è solo uno dei tanti, forse quello meno furbo, incapace di trattenere la sua penna a vocazione sessista e capace di farsi stoppare per la sua stessa incontinenza. Una vocazione sessista solleticata e fomentata dalla vicenda di uno dei rampolli della famiglia di Ignazio Benito Maria La Russa, ex camerata doc (e figlio di camerata) e attuale presidente del Senato.

Quello stesso La Russa che, davanti all’accusa gravissima di stupro mossa al figlio Leonardo Apache, ha scelto di intromettersi usando  la sua posizione di potere per difendere il discendente e mettere in dubbio la parola della ragazza che lo ha denunciato. Con il potere mediatico a sua disposizione, la seconda carica dello Stato ha di fatto riproposto il tema del rovesciamento della colpa, attribuita comunque alla vittima denunciante, con il solito cliché tetro della sua capacità di mettersi nei guai (l’assunzione di cocaina) o della denuncia tardiva (dopo 40 giorni). Un’uscita studiata, che si sposa perfettamente con la mentalità tipica del maschio italico, una mentalità che striscia nel linguaggio, nelle battute, nella vocazione assolutoria, nel cameratismo, negli atteggiamenti, nelle parole di chi essenzialmente considera la donna un oggetto sessuale. Qualcuna “da farsi”, anche quando “è fatta”, per dirla alla Facci. Anzi, meglio ancora se non è lucida, perché così è più facile eventualmente confondere la verità.

Naturalmente, nessuno qui giudica certamente colpevole La Russa junior, saranno gli inquirenti ad accertare i fatti, ma nell’attesa sarebbe bene evitare, soprattutto da parte di chi detiene il potere e un ruolo istituzionale, nuove prese di posizione che prefigurano un abuso del proprio ruolo. Quello che invece è possibile giudicare è il modo in cui si gestiscono pubblicamente e politicamente situazioni come questa, nelle quali nella quasi totalità dei casi è la donna a finire sul banco degli imputati (ultimamente, grazie a qualche giudice “illuminato”, anche dopo essere stata uccisa e fatta a pezzi). E non c’è da stupirsene, perché se si respira il Paese, se si ascoltano i discorsi tra maschi, dentro i bar, tra i colleghi, negli uffici, in qualsiasi spogliatoio, alla fine si comprende che il sessismo è radicato nella cultura machista che questo Paese ha costruito nei secoli. E lo è ancora più dentro una certa cultura di destra, che storicamente non lascia spazio alle donne e le intende, ideologicamente parlando, semplicemente come madri, come donatrici di vita e di figli per la patria.

Non vuol dire, ovviamente, che tutte le persone di destra condividano questo pensiero o che a sinistra non vi siano maschi sessisti, non sarebbe vero e ne ho le prove, ma sicuramente il sessismo è qualcosa che, ideologicamente, appartiene agli aderenti a una certa idea di destra, perfettamente incarnata ad esempio da quella sovranista di Giorgia Meloni (il presidente e non la presidente, secondo sua volontà) e dalle diverse misure adottate dal suo governo che discriminano le donne. La RAI allora diventa il primo tassello utile a diffondere velocemente il “nuovo” (sic!) pensiero. E in RAI, d’altra parte, il terreno è già fertile, a quanto pare. Perché dentro la televisione pubblica c’è già chi rappresenta perfettamente questo modello di destra machista e nemica delle donne.

Lorenzo Leonarduzzi ne è un perfetto esempio. Il telecronista del servizio pubblico ci è cascato ancora e chissà se anche questa volta la farà franca, smettendo magari di fare la vittima e parlare di fantomatici complotti. Dopo il suo post in tedesco in cui, nel 2018, augurava buon compleanno nel giorno del 129° anniversario della nascita di Adolf Hitler, dopo la volgare battuta sessista in diretta, nel 2020, mentre commentava una gara di rally, in nome di una presunta, becera, infantile scommessa da 100 euro, è arrivato il tanto immaginato fondo. Per non dire il baratro. Durante la telecronaca di una gara di tuffi femminile (duo sincro, trampolino da 3 metri), ai mondiali di nuoto di Fukuoka, lui e il commentatore tecnico, l’ex tuffatore Massimiliano Mazzucchi, hanno dato vita a uno squallido siparietto più adatto a qualche spoglio bar di provincia che a una telecronaca, tanto più in una tv nazionale. Battute sessiste della peggior specie, oltraggi alle atlete e alle donne, battute ricche di cliché razzisti, insomma il peggio della sottocultura italica.

Leonarduzzi, che quel giorno del 2018 celebrava il compleanno di Hitler, ne ha condiviso una caduta altrettanto misera. Sospeso e rimandato a casa, insieme al suo amico e commentatore tecnico. La sua difesa? Peggio ancora. Una toppa peggiore del buco, come si suol dire. Nessuna reale ammissione di colpa, nessuna presa di coscienza, né un passo indietro sulle sue parole offensive, ma solo il rammarico per essere stato beccato dai microfoni. Insomma, il problema per lui non è l’aver pronunciato quelle frasi e l’aver espresso un pensiero volgare, odioso, offensivo, ma l’esser stato colto in flagrante.  Si scusa solo perché un suo momento di pausa con i colleghi è finito davanti ai microfoni, invece di rimanere privato. E nel difendersi, non c’è una condanna per quello che ha detto, per il contenuto delle sue stupide battute. Anzi, addirittura si spinge a parlare di complotto nei confronti suoi e della RAI. Insomma, nemmeno il coraggio di ammettere che certe cose non andrebbero nemmeno pensate, né al bar né, a maggior ragione, in tv.

Ma questo atteggiamento è un po’ una costante di tutti quegli uomini che con le donne hanno seri problemi, perché ne temono il giudizio, che faccia a faccia sarebbe sicuramente distruttivo e disarmante, al punto da far spegnere il sorrisino ebete del loro cameratismo. Certo, viene da chiedersi poi perché uno che in passato ha celebrato il compleanno di Hitler e ha già dato prova di cotanta “intelligenza” in diretta televisiva, lavori ancora nella tv pubblica e riceva addirittura l’onore di raccontare un evento di portata mondiale. E chissà, magari continuerà a lavorarci in futuro, una volta passata la bufera. Non ci sarebbe da stupirsi. D’altra parte, si sa, questa è la RAI che, proprio in questi giorni, non conferma un giornalista serio come Domenico Iannacone e la sua trasmissione ricca di umanità e poesia. Possiamo dire, allora, in conclusione, che forse la tv pubblica non è esattamente lo specchio del Paese, che è più composito e complesso, ma è lo specchio di una certa cultura e sicuramente di un governo come quello di Giorgia Meloni, dei suoi ministri e dei suoi colleghi di partito, inclusi quelli che oggi occupano i vertici delle istituzioni.

Massimiliano Perna -ilmegafono.org