Il Covid-19 ha fermato il mondo ma l’Amazzonia non ha mai smesso di bruciare, come denuncia Greenpeace con la sua petizione. Una situazione che peggiora col passare del tempo e che sta distruggendo ad una sconcertante rapidità la più importante foresta pluviale del nostro pianeta, nonché il suo polmone verde.

La raccolta firme promossa dall’associazione ambientalista propone un intervento deciso sulla questione da parte dell’Unione Europea, attraverso una «normativa per fermare il commercio di materie prime prodotte distruggendo le foreste». Greenpeace nel suo comunicato precisa ancora una volta quali siano le cause scatenanti di questo disastro ambientale.

In prima linea c’è sempre il sodalizio tra le lobby dell’agroalimentare e le politiche adottate dal governo brasiliano guidato da Bolsonaro. Un rapporto che vede le prime proseguire su una strategia spietata che prevede la conversione delle foreste dell’Amazzonia in terreni utili alla coltivazione o ai pascoli, con ovvi benefici riguardo gli introiti. Dal canto suo, il governo di Bolsonaro continua ad adottare politiche che perseguono nella totale indifferenza di fronte a questa catastrofe, che tra l’altro coinvolge anche diverse tribù indigene verso le quali il governo stesso è apparso ostile.

Dall’altra parte dell’Oceano invece l’Europa è impegnata nell’approvazione del Mencosur, ovvero un accordo con alcune delle nazioni dell’America Latina che incrementerebbe ulteriormente le importazioni relative ai prodotti strettamente legati alla deforestazione dell’Amazzonia. Per questo motivo vi invitiamo a raccogliere, firmare e condividere l’appello di Greenpeace, come ha fatto la nostra redazione, per tentare di arginare questo grave problema. È possibile firmare la petizione cliccando qui.

Manuele Foti -ilmegafono.org