Nella narrazione e nello svolgimento della guerra ucraina c’è qualcosa che non torna. O meglio, che ci insegna come anche questo conflitto sia influenzato dai legami che la globalizzazione ha creato a partire dagli anni ‘90 del secolo scorso. La bolletta energetica che l’Europa ha pagato alla Russia dal 24 febbraio in poi si aggira attorno ai 50 miliardi di euro. Una cifra gigantesca, versata da Paesi che stanno sostenendo politicamente e militarmente l’Ucraina, parte offesa del conflitto. Il rischio geopolitico comportato dall’avere un fornitore così ingombrante per il petrolio e il gas, fino a costruire gasdotti e oleodotti di importanza paragonabile a quella delle vene che fanno scorrere il sangue nell’organismo umano, non è mai stato valutato seriamente.

Tutto ciò è avvenuto nonostante le valutazioni di chi si occupa di politica internazionale, e che da anni spiegava i pericoli della dipendenza da un Paese che, parallelamente alla sua crescita geopolitica globale, misurabile dalla Siria alla Crimea, dalla Libia all’Africa centrale, stava mutando natura politica, fino a diventare un regime in cui i giornalisti vengono ammazzati e gli oppositori avvelenati. Gli allarmi, però, non sono mai stati presi in considerazione. Per il grande business energetico la Russia offriva tutti i vantaggi possibili sia per la vicinanza sia per la politica dei prezzi, e permetteva così di rimandare la transizione energetica. Un tema, questo, che fino all’anno scorso era declinato soltanto in termini ambientali, e che oggi viene presentato come una questione fondamentale per la sovranità europea.

Per uscire dal pasticcio non bastano i viaggi diplomatici in Congo o in Mozambico, il gas statunitense e quello algerino. I tempi sono lunghi. E gli stessi problemi che oggi si hanno con la Russia domani potrebbero emergere con altri fornitori, trattandosi per la maggior parte di Paesi instabili. Le complicità di questa dipendenza vanno cercate non solo nel mondo imprenditoriale ma anche (e maggiormente) in quello politico, che per anni ha caldeggiato la stessa alleanza energetica con la Russia oggi considerata un cappio al collo. Dal mondo politico tedesco, che vede addirittura l’ex cancelliere Gerhard Schröder sedere nel consiglio d’amministrazione di Gazprom, fino all’intera galassia sovranista, che ha intessuto con Mosca legami politici ed economici mai chiariti fino in fondo.

L’Europa è stata incapace di stabilire un dialogo politico che portasse a un nuovo patto di convivenza continentale con la Russia, ma non ha esitato a legarsi a doppia mandata con lo stesso Paese in campo energetico. Le reazioni di questi mesi sono state dettate dalla disperazione – si va dalla riapertura delle centrali a carbone alla rivalutazione ambientale dell’energia nucleare – ma tutto avviene cercando di nascondere il dato macroscopico della dipendenza energetica, mai davvero interrotta. La propaganda di guerra ha fatto passare come una grande mossa l’embargo deciso dall’Unione nei confronti del petrolio russo, che per ora non arriverà più solo là dove era già marginale, mentre continuerà a scorrere verso i Paesi che da esso dipendono.

Proprio la questione energetica, che si sovrappone a quelle del grano, dei metalli e degli altri prodotti delle zone di guerra, non permette di analizzare questo conflitto come in passato, con i buoni e i cattivi contrapposti su fronti ben distinti. Oggi entrambe le parti sono fortemente interdipendenti. E i loro legami sono così forti che nemmeno una guerra riesce a scioglierli.

Alfredo Luis Somoza -ilmegafono.org