Io che non credo alla guerra, non voglio essere seppellito sotto nessuna bandiera. Semmai voglio essere ricordato per i miei sogni. Dovessi un giorno morire, fra cent’anni, vorrei che sulla mia lapide fosse scritto quello che diceva Nelson Mandela: un vincitore è un sognatore che non hai mai smesso di sognare” (Vittorio Arrigoni).

Nei giorni in cui il mondo chiude la porta alla ragione c’è una finestra che va tenuta aperta con tutta la forza che, da qualche parte, deve pur esistere ancora. Qualche volta la forza si nasconde, sfinita dalla stupidità e dalla violenza degli uomini. Sembra in ginocchio, china su se stessa e sconfitta. Se fossi un uomo di fede mi verrebbe da pensare a una sorta di raccoglimento, un ultimo commiato alla dignità della vita. No, non sono un uomo di fede e allora mi piace pensare che quell’essere in ginocchio sia solo un altro tentativo per guardare dentro di sé e cercare, nelle tasche della propria esistenza, quell’ultimo bicchiere di coraggio e di voglia di vivere. Vivere alla faccia dei signori della guerra e dei potenti, del loro gioco sporco, dentro cui ci sono tutti quelli che hanno soffiato sul fuoco che da tempo alimentava l’incendio. Le guerre lasciano sempre ferite profonde: si dice che il tempo guarisce ogni cosa ma non è così e così non potrà essere nemmeno dopo questa guerra.

In un’intervista rilasciata molto tempo fa, ai tempi della guerra nella ex-Jugoslavia, Milovan Gilas, antifascista e partigiano della resistenza jugoslava e braccio destro del maresciallo Tito, disse: “Qui stiamo regolando i conti della Seconda guerra mondiale”. Accusato e condannato per azioni compiute durante quella guerra di Resistenza, si allontanò dalla vita politica dopo la fine del conflitto e si dedicò solo alla scrittura. C’è una carta, e credo sia l’unica, capace di scardinare il gioco sporco dei signori della guerra: si chiama coscienza e cammina accanto all’intelligenza e a quel messaggio che Vittorio Arrigoni, Vik, ha lasciato in eredità a tutti: “Restiamo Umani”. Vik diceva che “la Palestina e Gaza sono ovunque. A qualunque latitudine, facciamo parte della stessa comunità”. E questo, esattamente questo, è il punto d’incontro su cui non riusciamo mai a convergere. Il conflitto russo-ucraino ha messo a nudo tutto quanto, a qualunque latitudine.

La paura di qualcosa di irrimediabile fa cadere ogni maschera, anche quelle indossate da chi non ha mai provato la paura perché era ad una latitudine considerata lontana dalle proprie case. La paura vissuta degli altri non ci appartiene: la paura di quell’umanità sparsa fra le montagne dell’Afghanistan, distrutta e abbandonata ai talebani dopo decenni di guerra e occupazione, la paura di chi lotta ogni giorno per arrivare a sera in Palestina e in Siria, in Libia, nello Yemen e in Iraq, la paura di scappare da una vita che non può essere vita e affrontare la morte in mare pur di provarci. Quella paura era ed è troppo lontana dalla nostra latitudine e in molti non hanno visto o hanno fatto finta di non vedere quelle ferite e quelle angosce. Ferite che hanno molte firme. C’è l’autografo del “civile mondo occidentale” sulle guerre e sulle bombe al fosforo cadute, per esempio, dal cielo di Falluja. C’è una firma precisa anche sul “piombo fuso” caduto sopra Gaza, o nel genocidio del popolo curdo.

Difficile, oggi, vedere Recep Erdoğan indossare l’abito di uomo di pace e di mediatore nella crisi in Ucraina, perché è lo stesso uomo che da anni conduce la sua guerra personale contro il popolo curdo. Difficile pensare ad un tavolo di pace dove siedono generali, politici corrotti e qualcuno degli oligarchi che hanno consegnato la Russia nelle mani di Vladimir Putin, ma questo è un mondo dove vale tutto e il contrario di tutto. Quando la voce che sale più in alto è quella delle armi è difficile, dentro negoziati surreali, trovare quelle tracce di umanità che sembrano scomparse. Allora dovremmo chiederci tanti perché e darci tante risposte. C’è una guerra che, questa volta, mette paura ad ogni latitudine e che ci avvicina un giorno alla volta a quello che può essere un punto di non ritorno, eppure si continua a gettare benzina sul fuoco.

Come in tutte le guerre, anche in questa è facile individuare chi è l’aggredito e chi è l’aggressore, più difficile diventa compiere il passo successivo: capire come si sia giunti a questo, quali e quante situazioni siano state lasciate incancrenire nel tempo, quali sono state le scelte politiche e i calcoli militari che hanno tradito e disatteso ogni accordo fino a portare ad una tensione che oggi arriva all’apice, ma che è nata nel 2014 fra l’indifferenza di molti. Le parole del presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, sono un segnale pericoloso e vile, e non possono certo bastare gli aggiustamenti tentati dal suo staff. Le sue dichiarazioni, di fatto, pongono il mondo davanti a una scelta che ha il sapore dell’ultimatum: non si vuole negoziare una pace fino a quando la Russia sarà guidata da Putin. In un momento così drammatico è inaccettabile che a dettare questa condizione sia lo stesso uomo che, nella sua vita politica, ha sempre votato a favore di tutte le guerre che hanno trasformato il mondo.

Inaccettabile che a pronunciarle sia il Presidente di una potenza mondiale con così grandi responsabilità e che da sempre interviene politicamente e militarmente in ogni angolo del mondo, dall’America Latina al Medio Oriente. Allora nasce un’altra domanda: a chi giova questa situazione di conflitto, chi pensa di trarne vantaggio, chi ha interesse che duri il più a lungo? Perché lo staff di Biden può anche provare a sminuire la portata delle dichiarazioni del suo capo ma non è credibile: Biden ha detto esattamente ciò che pensa, e questo può solo alimentare l’incendio invece che contribuire a spegnerlo. Sullo sfondo c’è lo scenario di un equilibrio politico, economico e militare da ridisegnare. C’è un’egemonia da ricostruire e il vecchio scontro fra USA e Russia torna attuale, con un terzo protagonista che osserva quasi in disparte e apparentemente neutrale, ma che intanto prepara le sue mosse: la Cina. In mezzo a tre giganti che allungano gli artigli sul mondo c’è un’Europa fragile e opportunista, ipocrita, sempre capace di strizzare l’occhio a tutti, un’Europa che non ha imparato quasi nulla dalla propria storia e dove crescono sempre di più i nazionalismi e i muri.

Mentre questo quadro egemone viene ridisegnato, le bombe e i proiettili vanno avanti lasciando macerie umane e materiali, con una consapevolezza: le macerie umane non si potranno ricostruire. Qualcuno oggi straparla di guerra vera e di profughi veri, ma non esistono né conflitti né profughi finti. Sono vere le città distrutte, sono vere le vittime e i profughi, sono vere le generazioni distrutte, i vecchi e i ragazzi: i ragazzi di Kiev e di Mariupol e, dall’altra parte, i ragazzi che Vladimir Putin manda al macello e che assomigliano tanto a quelli che un tempo non lontano l’America mandava al macello in Vietnam, ma questo il presidente Joe Biden lo ha rimosso dalla sua coscienza. Tutto è maledettamente vero ad ogni latitudine, e ogni latitudine è accanto alla porta di casa. Nulla divide gli uomini più di una guerra e, oggi più che mai, chi parla di pace e di disarmo, chi chiede che i negoziati sappiano e debbano essere l’unica strada da seguire, viene accusato di essere dalla parte di Putin.

Nulla di più assurdo e ingiusto, ma è un’accusa che viene ripetuta sempre e a ripeterla più di tutti sono proprio coloro che fino a ieri stringevano affari con lui e con i suoi oligarchi e, in Italia come nel resto d’Europa, i vecchi amici di Putin erano la punta di diamante della destra nazionalista. “Restiamo Umani”, diceva così quel ragazzo che aveva scelto di vivere a Gaza. Vittorio Arrigoni, Vik, che abbracciava gli operai degli stabilimenti Fincantieri che “costruirono le stelle del mare, li trafisse la polvere d’amianto, li uccise il profitto”. La vita è sempre una questione di scelte e le scelte chiedono sempre un prezzo da pagare in un mondo che non contempla gli ideali ma li esclude. Restare umani non è facile, ma quando le cose sono troppo facili diventa perfino difficile riuscire ad amarle. È l’unica possibilità che abbiamo per ricostruire sulle macerie e tenere sempre aperta quella finestra che ci permette di pensare, ancora, che anche nella notte più scura esiste una luna. Che quella luna possa essere una luna nuova è difficile saperlo, ma non potremo mai sapere se anche quella finestra si chiude.

Maurizio Anelli -ilmegafono.org