Scilla e Cariddi, Colapesce, la fata Morgana: sono tante le antiche leggende legate allo Stretto di Messina. Ed in effetti il paesaggio in questione si presta a questo tipo di narrazioni mitologiche. Lo stretto è infatti una suggestiva lingua di mare che separa la Sicilia dal resto d’Italia. Un mare molto peculiare, contraddistinto da forti correnti (a causa dell’incontro – scontro tra due mari) e da particolari fenomeni atmosferici quali “la lupa” o “la fata Morgana” appunto. Un contesto suggestivo contraddistinto da romantiche abitudini come la traversata dello Stretto, una prova di abilità in cui si cimentano ogni anno moltissimi nuotatori dilettanti, ma anche semplicemente quella di prendere una nave traghetto per raggiungere l’altra sponda dell’Italia. Da circa 50 anni la politica italiana, a più riprese, lancia l’idea di realizzare un ponte che attraversi  questo specchio di mare, una mega opera concepita per rendere più agevoli i collegamenti tra Sicilia e Calabria.

Un progetto ambizioso che, ogni volta, ha trovato la forte disapprovazione degli abitanti di ambedue i lati di costa da congiungere. Nonostante sia sempre stato chiaro il dissapore verso tale progetto, una contrarietà, è bene sottolinearlo, basata su solide motivazioni e non di mero principio, la politica lo ha spesso rispolverato usandolo, forse, più che altro come strumento di propaganda. I politicanti di turno fanno leva sempre sulle stesse promesse: collegamenti più agevoli, incremento del commercio ed aumento delle possibilità lavorative. Ancora una volta il ricatto occupazionale, l’arma preferita da una certa tipologia di politici nostrani. Il governo Meloni ha nuovamente dato vigore al progetto, su forte spinta dell’attuale ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini. Questa volta sembrerebbe che il progetto sia molto più concreto che nelle occasioni passate.

Lo scorso 27 giugno si è infatti riunito il primo consiglio di amministrazione della società Stretto di Messina Spa e, alla presenza del ministro Salvini, si è stabilito il cronoprogramma dell’opera. Secondo quanto stabilito dal CDA, presieduto da Giuseppe Recchi, il 30 giugno 2024 verrà consegnato il progetto esecutivo dell’opera e, un mese dopo, partirà la fase di cantierizzazione. Nel frattempo, il ministro Salvini si affanna a rilasciare dichiarazioni che chiariscono l’importanza del ponte, la sua fattibilità in termini economici e la sua rilevanza in termini occupazionali, utilizzando i suoi soliti slogan opportunamente modificati per l’occasione. Così, ad esempio, “via il reddito di cittadinanza” è diventato “il ponte costerà meno della metà del reddito di cittadinanza”, mentre il famigerato “prima gli italiani” è stato sostituito da un più pertinente “prima l’acciaio italiano”. Salvini ha infatti chiarito che l’opera richiederà l’utilizzo di un enorme quantitativo di acciaio e che sarebbe un peccato non sfruttare l’occasione per il rilancio dell’ex Ilva (la tanto controversa industria che sorge nella periferia tarantina di cui spesso ci siamo occupati per il devastante impatto ambientale e salutare che ha avuto negli anni).

Secondo il ministro, solo “garantendo la produttività del sito di Taranto si potrà realizzare la più grande opera mai realizzata in Italia”. “Per me – ha aggiunto Salvini – un’Italia senza Ilva non è Italia”, “Sarebbe frustrante – ha concluso il ministro durante il proprio intervento alla fiera del Levante di Bari di qualche giorno fa – far partire l’opera pubblica più grande al mondo andando a prendere materie prime all’estero. Spero che l’equilibrio fra ambiente e lavoro si trovi”. Un equilibrio che, in realtà,  in passato è stato contraddistinto sempre da un forte squilibrio tutto a svantaggio di ambiente e salute. 

In favore della realizzazione del ponte si è recentemente espresso anche Giovanni Bombardieri, capo della Procura di Reggio Calabria. Il procuratore, nel corso di una audizione davanti la Commissione parlamentare antimafia, ha affrontato un tema delicato che è uno dei temi focali del no al ponte: il forte rischio di infiltrazioni mafiose nella realizzazione dell’opera. Un rischio che il procuratore non ha in alcun modo negato. “Sicuramente – ha dichiarato Bombardieri – c’è la massima attenzione da parte del nostro ufficio sul ponte sullo Stretto”. Secondo il procuratore però “non si può bloccare la realizzazione di un’opera per il pericolo che questa possa essere oggetto di appetiti da parte della ndrangheta. Ciò che é necessario è riservare grande attenzione alla gestione di quel flusso finanziario che è destinato a quell’opera pubblica. Perché è lì che si può intervenire a tutela dell’economia sana e dell’investimento che lo Stato deve necessariamente fare”.

Di parere decisamente contrapposto è Antonino Iaria, il capogruppo M5s in commissione trasporti alla Camera, che ha definito quella del Ponte sullo stretto “una vicenda triste, con venature di barzelletta, basata solo su non detti, ‘forse’ e ‘chissà’”. “Ad oggi – ha dichiarato  Antonino – l’unica cosa certa è il finanziamento della società Stretto di Messina. Sono previsti 8,6 miliardi per Sicilia e Calabria per un progetto che difficilmente sarà realizzato, sottraendo risorse per reali opere indifferibili che queste due regioni attendono da decenni”. Le dichiarazioni del deputato Antonino riprendono piuttosto fedelmente le perplessità che il comitato No Ponte continua a portare in piazza con frequenti manifestazioni pacifiche ma decise. I No Ponte chiedono che i fondi siano destinati ad attività decisamente più necessarie come la messa in sicurezza del territorio, attività che, considerando che parliamo di una zona a forte rischio di dissesto idrogeologico e ultimamente devastata da gravissimi incendi, appaiono certamente più utili ed urgenti.

A chiederlo scendendo in piazza, tra bandiere, canzoni e magliette piene di pesciolini, è un gruppo davvero eterogeneo di persone, ragazzi, anziani, scout, ambientalisti, mamme e bimbi. Forse sarebbe ora che i politici scendessero dal trono e guardassero un po’ agli interessi di chi li ha eletti, di chi li paga, di chi, troppo spesso, non si sente rappresentato da loro ma oppresso. Forse guardando un po’ nelle piazze, nelle strade, adesso piene di magia, di Torre Faro (sulla sponda sicula), proprio ai piedi del Pilone, scoprirebbero che, almeno al momento, il ponte non è “STRETTamente” necessario.

Anna Serrapelle- ilmegafono.org