Il Piano Mattei per l’Africa, presentato a fine gennaio dal governo Meloni, “puzza di gas”. A dirlo sono quattro organizzazioni ambientaliste, Greenpeace Italia, Kyoto Club, Legambiente e WWF Italia, in una nota indirizzata all’esecutivo italiano nella quale chiedono un incontro con la premier Giorgia Meloni per presentare un vero piano energetico green e sostenibile. L’attuale piano Mattei, con una dotazione iniziale di 5,5 miliardi di euro, è basato su cinque pilastri fondativi: istruzione, salute, agricoltura, acqua ed energia, con “progetti pilota” che vanno dai centri universitari di eccellenza in Marocco alla produzione di biocarburanti in Kenya. L’obiettivo principale è trasformare l’Italia in un “hub” per l’approvvigionamento energetico tra Africa e UE. Il problema, però, secondo le associazioni ambientaliste, è che questo hub energetico sarà principalmente legato al gas e all’Eni, attore principale del piano e attualmente secondo produttore di petrolio e gas del continente, al terzo posto tra i promotori di nuovi progetti di idrocarburi.

“Una visione miope sul futuro energetico del Paese e sul concetto di transizione ecologica – aggiungono ancora Greenpeace Italia, Kyoto Club, Legambiente e WWF Italia -. Una scelta insensata e anacronistica che sa di neocolonialismo, come è stato sottolineato anche in una lettera aperta della società civile africana”. Un insieme di organizzazioni africane ha manifestato infatti al governo italiano la sua preoccupazione riguardo al Piano Mattei, segnalando come esso riproponga un “modello ormai obsoleto di rapporti Nord-Sud, tutto incentrato sulla fornitura di combustibili fossili” in cambio di ipotetici aiuti ai Paesi africani. Questo piano, scrivono le associazioni africane, ha come unici interlocutori le élite e le grandi imprese, senza tener conto delle reali necessità della società civile del continente. Inoltre, come ricordano le organizzazioni ambientaliste italiane, il piano rischia seriamente di compromettere gli impegni esistenti per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C e quelli presi nelle due ultime Conferenze sul clima.

“La strada che l’Italia deve seguire – continuano le associazioni – è un’altra: è quella fondata sulle rinnovabili che devono rappresentare l’asse portante della politica di decarbonizzazione dell’Italia e sostituire le fonti fossili. Il Paese ha tutte le carte in regola per diventare l’hub delle energie rinnovabili puntando su fonti pulite, efficienza, reti e accumuli, ma perché ciò avvenga è necessario un approccio di leadership audace, innovativo e inclusivo e che punti anche ad un aggiornamento ambizioso del PNIEC (Piano Nazionale Integrato Energia e Clima). Per questo chiediamo un incontro all’Esecutivo Meloni per confrontarci sul tema e per presentarle il vero piano energetico green e sostenibile che serve al Paese”.

Greenpeace Italia, Kyoto Club, Legambiente, e WWF Italia sottolineano peraltro che, secondo l’International Energy Agency, che ogni anno redige un report su sviluppi e politiche del settore energetico, nel 2025 le energie rinnovabili saranno la prima fonte di elettricità al mondo. Per questo il governo dovrebbe operare un cambio di rotta, invece di continuare a finanziare le fonti fossili. In base all’ultimo report di Legambiente, nel 2022 i sussidi alle fonti fossili sono più che raddoppiati arrivando a quota 94,8 miliardi con i decreti per l’emergenza bollette causata dalle speculazioni sul gas.

Inoltre, si sta cercando di realizzare altri rigassificatori a terra a Gioia Tauro e Porto Empedocle, oltre a quelli galleggianti di Piombino e Ravenna, che sono stati autorizzati incredibilmente in sei mesi, mentre un impianto eolico impiega mediamente 6 anni. Una strada totalmente sbagliata segnata anche dai ritardi che il Paese ha accumulato sul fronte delle politiche climatiche, mentre proprio in questi giorni la Commissione europea ha presentato la sua raccomandazione per un nuovo obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra del 90 per cento entro il 2040.

Redazione -ilmegafono.org