Sanremo è Sanremo, e non sarebbe tale senza polemiche. Dopo il ballo del Qua qua che ha indignato John Travolta, dopo i fischi a Geolier, ci ha pensato il contenitore pomeridiano post Festival condotto da Mara Venier a rimescolare le carte e a far ripartire il gioco. Ogni storia, però, ha un antefatto, nel caso specifico i protagonisti sono Dargen D’Amico e Ghali, due cantautori che al Festival hanno portato brani che parlano di immigrazione, confini, inclusione, insomma, tutto ciò che serve per far storcere più di un naso tra i membri della nostra classe dirigente. A margine delle loro esibizioni, i due hanno lanciato diversi appelli di pace: se Dargen, che ha cantato “Onda alta”, ha fatto un appello all’accoglienza e alla tutela dei bambini che vivono e annegano nel Mediterraneo, Ghali ha pronunciato le parole “Stop al genocidio”, riferendosi alla strage di palestinesi che ormai da anni il governo israeliano porta avanti quasi come una missione, scatenando reazioni che le cronache, recenti e non, ci raccontano tra fiumi di inchiostro e sangue.

Dargen e Ghali non hanno concluso lì i loro appelli, che sono arrivati al cospetto di “zia Mara”, nel corso di Domenica in, da sempre appuntamento di commento al Festival di Sanremo. Si parte con Ghali, che, alle domande dei giornalisti, risponde e ribadisce pacatamente le sue posizioni: in Medio Oriente ci sono bambini che muoiono sotto le bombe, gli risponde dai social l’ambasciatore israeliano Alon Bar, che lo accusa di diffondere messaggi d’odio sul palco dell’Ariston. Ghali a sua volta rispedisce le accuse al mittente, sottolineando il suo impegno sin da ragazzino. Ma il cortocircuito vero arriva con Dargen D’Amico, che, interpellato ancora dalla stampa sui suoi appelli di pace, inizia un’interessante digressione sul fondamentale apporto economico che l’immigrazione dà al Paese. Il risultato? Dargen viene brutalmente interrotto e quasi cacciato via dal palco, con disappunto di Mara Venier che invita i giornalisti a non fare più certe domande.

Il bello arriva alla fine della trasmissione: l’ad Rai Roberto Sergio fa arrivare un comunicato da leggere in diretta, in cui testualmente si scrive cje “l’Amministratore Delegato, Roberto Sergio ha dichiarato questo: Ogni giorno i nostri telegiornali e i nostri programmi raccontano e continueranno a farlo, la tragedia degli ostaggi nelle mani di Hamas oltre a ricordare la strage dei bambini, donne e uomini del 7 ottobre. La mia solidarietà al popolo di Israele e alla Comunità Ebraica è sentita e convinta”. Mara Venier commette l’errore di non limitarsi a leggere, ma gli fa eco sostenendo che siamo “tutti d’accordo”.

Di fronte alle stragi di massa, c’è chi non si volta dall’altra parte, ma ci sono operazioni, come quella di Roberto Sergio, che provano a forzare gli artisti a tenere lo sguardo sempre dritto in avanti, con i paraocchi. Si esprime sostegno alla popolazione di Gaza, ma i piani alti avvertono lampante la necessità di arginare il libero pensiero, sudditi, forse, per usare un termine di Teresa Mannino in ben altra circostanza, di interessi forse di gran lunga più pesanti del libero pensiero. Quella adoperata nei confronti di Dargen D’Amico e Ghali è una mossa che ha l’odore di censura, per la serie “voi cantante e fate il vostro spettacolo, non siete obbligati a pensare”, c’è chi lo fa per voi, per citare un altro successo di qualche anno fa. È un atto grave, come grave è stata la scelta di concordare da parte della conduttrice.

Non esistono morti di serie A o di serie B, ma esistono i numeri, le statistiche e le modalità che vedono Israele colpevole di un massacro che dura da anni, con politiche di deportazione e violenza. Questo non vuol dire schierarsi dalla parte dei terroristi di Hamas, di chi ha colto di sorpresa centinaia di giovani che festeggiano senza colpe, come il 7 ottobre scorso. Significa comprendere che la via della pace è la strada più giusta, deporre le armi e trovare una soluzione diplomatica evitando spargimenti di sangue in ogni dove. Dargen, Ghali e molti altri lo hanno capito, e cercano di comunicarlo. Ai piani più alti, invece, si sente la necessità di uno schieramento, al caldo delle proprie poltrone e col favore di interessi economici ingombranti.

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