Nel 1997, con notevole ritardo rispetto ad altri paesi europei, l’Italia inizia un cammino che porterà alla nascita del “Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale”. Accadrà sul finire del 2013, ma la piena operatività si avrà solo all’inizio del 2016. Con un ritardo ancora più grave, l’Italia introduce nel proprio ordinamento il reato di tortura con la legge 110 del 2017. Fino a quel momento, nel nostro Paese, quel reato non esisteva giuridicamente, e qualsiasi atto di violenza fisica e psicologica – anche all’interno di un carcere – veniva catalogato con altre etichette. Un ritardo incomprensibile e grave rispetto all’approvazione della Convenzione di New York del 1984 e recepita dall’Italia solo nel 1988, ma senza includere il reato all’interno dell’ordinamento penale. È importante ricordare e sottolineare che la spinta decisiva per l’approvazione di una legge sul reato di tortura arrivò dalla condanna inflitta, nell’aprile 2015, dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo allo Stato italiano per le terribili violenze avvenute a Genova nel 2001 in occasione del G8.

Nel 2023, invece, l’attuale governo di destra si propone di abrogare gli articoli 613-bis e 613-ter del codice penale che introducevano il reato di tortura. Una scelta vergognosa, quella di chiedere l’abolizione del reato di tortura: vergognosa per la democrazia, per i cittadini tutti e anche per le forze dell’ordine. Nel frattempo le condizioni di vita dei detenuti nelle carceri italiane e la drammatica e disumana questione dei Centri di permanenza per i rimpatri, i CPR, pongono interrogativi ineludibili sul rispetto dei diritti delle persone private della libertà personale. Nelle carceri già sovraffollate cresce il numero dei detenuti e non si fermano i suicidi e gli episodi di autolesionismo. I dati forniti dalle associazioni e dai ricercatori portano alla luce numeri impressionanti che non possono essere ignorati.

I detenuti sono persone, ma troppo spesso per il governo e per l’informazione diventano solo dati statistici e numeri da contabilità: quanti sono in totale, quanti stranieri, quanti tossicodipendenti. Nei CPR la situazione è ancora più pesante e disumana: i detenuti stranieri non sono nemmeno individuati e chiamati con nome e cognome, ma con un numero. Non luoghi dove il diritto non entra, dove non esiste nulla di quello che pur in un carcere esiste: nessuna informativa sui propri diritti, l’impossibilità di una tutela legale reale e continuativa, colloqui brevissimi con avvocati d’ufficio e il più delle volte solo online, nessuna visita, condizioni igieniche e sanitarie pessime, video sorveglianza continua, tranne che nei bagni.

Nelle carceri si muore, più spesso di quello che lo Stato racconta e, quando lo racconta, lo fa con reticenza, mentendo e omettendo. Le verità arrivano, quando arrivano, solo perché qualcuno non si arrende davanti al muro di gomma. La storia di Stefano Cucchi è il simbolo di questa realtà, come lo sono stati i giorni del G8 a Genova. In altri casi la storia finisce prima ancora delle porte di un carcere, come è successo a Federico Aldrovandi sull’asfalto di una strada di Ferrara. Il carcere di Santa Maria Capua Vetere, nella primavera del 2020 – in piena emergenza Covid – racconta una gravissima violazione dei diritti umani che rischia di essere dimenticata troppo in fretta: una storia di violenze messe in atto proprio da chi dovrebbe tutelare la salute psicofisica dei detenuti. L’inchiesta giudiziaria sui fatti di quei giorni coinvolge un centinaio fra agenti e funzionari. Ma si muore anche nei CPR, e queste morti passano ancora più sotto silenzio. Quanti ricordano oggi la morte di Moussa Balde e si chiedono come e perché sia entrato e morto nel CPR di Torino?

In queste ultime settimane meritano attenzione i casi di tre morti su cui il silenzio dello Stato pesa come un macigno, un silenzio rotto solo dalle denunce dei familiari e di una parte dell’informazione. Oumar Dia, ragazzo di 21 anni detenuto nel carcere di Opera a Milano, ricoverato nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Rozzano senza alcuna spiegazione ai familiari e morto alcuni giorni dopo (leggi qui). Stefano Dal Corso, detenuto morto il 12 ottobre del 2022 nel carcere di Massama, a Oristano, su cui la Procura di Oristano ha riaperto un nuovo fascicolo. Erik Masala, 26 anni, trovato morto nel carcere di Bancali a Sassari. Secondo il suo avvocato non c’era nessun segnale che facesse pensare ad un suicidio (leggi qui). È l’intera condizione detentiva ad evidenziare i troppi abusi di cui sono vittime le persone che entrano in regime di custodia nelle stanze dello Stato: nell’estate del 2020 a Piacenza esplode il caso della “Levante”, la caserma dei carabinieri che il Giudice dell’Udienza Preliminare definisce come “una zona franca di prassi degenerate”.

Nel giugno di quest’anno le violenze di agenti e ispettori del “Nucleo Volanti” della Questura di Verona, compiute all’interno della stessa Questura, diventano di dominio pubblico. È in questo contesto, inquietante e violento, che passa quasi inosservata sugli organi di informazione, e quindi agli occhi dei cittadini, la nomina del nuovo collegio del “Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale”: il mandato è scaduto nello scorso febbraio, prorogato con tutti i suoi obblighi e poteri fino all’insediamento di un nuovo Collegio come è giusto che sia per un organismo di garanzia che non può essere vacante. L’attuale presidente del Garante è Mauro Palma, e non verrà confermato insieme alle altre componenti del Collegio, Daniela De Robert ed Emilia Rossi. Palma è un matematico e giurista, ha una storia professionale e umana che da sempre lo vede accanto ai più fragili, è un apprezzato e stimato giurista a livello internazionale per il suo impegno nella lotta alla tortura e ad ogni forma di privazione della libertà, fondatore dell’Associazione Antigone e tanto altro.

L’ultima relazione del Garante al Parlamento è una fedele e amara fotografia delle reali condizioni di vita di migliaia di cittadini detenuti nelle carceri e nei CPR. Il nuovo collegio del Garante avrà altre caratteristiche: i nomi indicati dalla maggioranza di governo indicano un’altra strada, così come il nome di Felice Maurizio D’Ettore alla presidenza significa Fratelli d’Italia alla guida del Garante. Accanto a lui, Irma Conti, in quota Lega, e Mario Serio, indicato dal Movimento 5 Stelle. Un collegio frutto dell’accordo raggiunto tra maggioranza e Movimento 5 stelle, lontano dai requisiti di indipendenza politica. Difficile credere che questo Collegio in quota Fratelli d’Italia e Lega possa avere una voce diversa da quella del governo che lo ha nominato, difficile pensare che i diritti e le condizioni di vita dei detenuti nelle carceri e dei migranti stranieri nei CPR possano essere visti con uno sguardo libero e indipendente. Infine, un’ultima considerazione, amara ma inevitabile: secondo quanto pubblicato ufficialmente sul sito della Polizia Penitenziaria, la nomina del nuovo collegio del Garante assicura e garantisce una competenza maggiore dei suoi predecessori. 

Stefano Rodotà, giurista e protagonista di mille battaglie in difesa dei diritti, tra gli autori della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea affermava che: “Parlando di diritti, bisogna sempre guardare lontano, frequentare il futuro, non rimanere prigionieri del passato. E bisogna avere in essi una fede appassionata, magari ingenua. I diritti rimangono uno strumento potente, forse il solo, per dire che un altro mondo è possibile”.

Maurizio Anelli -ilmegafono.org