Milano, 6 aprile 2024. Un fiume di umanità attraversa la città in un cammino che porta in via Corelli, quella terra di nessuno dove ogni accesso al CPR di Milano è presidiato dalle forze dell’ordine in tenuta antisommossa a tutela e salvaguardia di quell’angolo d’inferno dove la vita si ferma, dove il diritto e la legalità non hanno cittadinanza. I giornali scrivono di migliaia di persone in cammino, ma la città di Milano è grande e quel numero sembra davvero piccolo di fronte all’indifferenza di una metropoli distratta, incapace di reagire e provare vergogna per quello che succede attorno e dentro le sue mura. È lunga la strada per arrivare in via Corelli, c’è tutto il tempo per fermarsi lungo il cammino per raccontare alla città le violenze e l’illegalità che i prigionieri in un “lager legalizzato e commissariato” subiscono ogni giorno.

Quelle violenze chiamano in causa tutti e coinvolgono, in prima persona, soprattutto quelle figure che in nome dello Stato si assumono responsabilità che sporcano la coscienza: giudici che in pochi minuti di inverosimili colloqui stabiliscono chi deve entrare nel CPR; avvocati d’ufficio nominati in tutta fretta che non conoscono nulla della storia di chi dovrebbero rappresentare e che, distrattamente, assistono senza garantire una difesa e una tutela che abbiano un senso; medici, che dopo una visita improbabile certificano quell’idoneità psico-fisica che consente di entrare nel girone dantesco del CPR. Ognuna di queste figure, esercitata in questo modo e in questo contesto, viene meno all’etica di professioni nate per garantire i diritti fondamentali dell’Uomo. La detenzione amministrativa, il motivo per cui si entra nei CPR, è il buco nero della “democrazia” in cui questo Paese – ma non solo questo Paese – concentra l’essenza di quel razzismo così caro a chi punta tutto il proprio consenso politico sulla costruzione del nemico.

In quel buco nero il ruolo delle istituzioni è determinante, e non sono solo i muri circondati dal filo spinato e dalle telecamere che controllano quel perimetro insieme alle divise di esercito, carabinieri, polizia di Stato e Guardia di Finanza, a negare il diritto. Quella negazione nasce ancora prima: dalle scelte politiche dei governi e dall’accondiscendenza di chi è chiamato a decidere sul destino di chi si trova completamente solo e abbandonato a se stesso. Si dice che i giudici debbano applicare le leggi, ma la nostra Costituzione sottolinea che il giudice, in quanto appartenente alla magistratura, ordine autonomo e indipendente da qualsiasi altro potere dello Stato, possa e debba esercitare la sua funzione senza l’influenza di altri poteri.

Siamo così sicuri che questo avvenga quando si decide che una persona che non ha commesso nessun reato debba entrare in un centro di espulsione e di rimpatrio? Come è possibile che un avvocato possa tutelare un suo assistito in un’udienza di pochi minuti, quando di questo assistito e della sua storia non conosce nulla? Perché è questo che avviene quando si decide dell’ingresso in un CPR, dove una volta entrati si perde tutto, anche il proprio nome, visto che da quel momento si è identificati solo con un numero. Non è però solo il ruolo della giustizia a sedere sul banco degli accusati quando si parla di CPR. Su quel banco siedono a pieno titolo anche i medici. Il Codice di deontologia medica stabilisce i principi e le regole che determinano l’azione del medico, che deve essere consona alla dignità della professione. L’articolo 32 del Codice deontologico afferma con forza che il medico deve proteggere i soggetti vulnerabili da “contesti o situazioni in cui la loro salute è in pericolo”.

Il medico che decide di sottoscrivere l’idoneità che consente di rinchiudere una persona nei CPR come si pone di fronte a quel Codice deontologico e all’articolo 32 del Codice stesso? Le inchieste giudiziarie recenti, come quella sul CPR di via Corelli a Milano, hanno ampiamente dimostrato che dentro quei non-luoghi il diritto alla salute è calpestato: condizioni igienico-sanitarie pessime, nessuna presa in carico di patologie gravi, indifferenza verso problemi di salute mentale, abuso indiscriminato di psicofarmaci per sedare e annullare la personalità dei detenuti come ampiamente denunciato dal Garante per la libertà delle persone detenute. Di fronte a un quadro di tale gravità assume un grande rilievo l’iniziativa della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, della Rete “Mai più lager – No ai CPR” e dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione: si chiede al personale sanitario di prendere finalmente coscienza delle condizioni e dei rischi per la salute di chi è sottoposto a detenzione amministrativa nei CPR, si chiede di rifiutarsi di certificare l’idoneità delle persone a essere detenute

È affollato il banco degli accusati: giudici accondiscendenti, avvocati distratti e medici complici, ma accanto a loro siedono le istituzioni. Il silenzio imbarazzato e imbarazzante di sindaci pavidi, per esempio, timorosi di far sentire la loro voce, ma preoccupati di ricordare che loro non hanno alcun potere su decisioni prese da governi e ministero degli Interni. Ci sono le prefetture che, come nel caso specifico di Milano, dopo le tantissime denunce e segnalazioni da parte di associazioni e nonostante l’ispezione effettuata il 2 dicembre dalla Guardia di Finanza, affermano di aver sempre vigilato su quanto accadeva e accade dentro i CPR. Su quel banco siede anche una parte importante dell’informazione che, tranne poche eccezioni, non ha mai voluto affrontare la questione dal punto di vista etico, umano e politico. Il giornalismo di inchiesta è difficile, servono coraggio e indipendenza da editori e politica, serve quella libertà di pensiero che comporta sempre un prezzo da pagare.

Su quel banco c’è naturalmente la politica, nel senso peggiore del termine: quella che cerca il consenso sulla pelle degli ultimi della fila e che, come si diceva qualche riga sopra, ha bisogno di “costruire un nemico”. Ecco allora che la detenzione amministrativa è terribilmente in linea con le politiche europee, e le ultime riforme del governo di Giorgia Meloni diventano il primo strumento di gestione dei flussi migratori, e l’accordo con l’Albania le esporta anche fuori dai nostri confini. Infine, e questo è davvero l’aspetto più amaro, su quel banco degli accusati siedono gran parte dei cittadini di questo Paese: l’indifferenza dei più e, in tanti casi, il colpevole disinteresse su cosa siano davvero i CPR, perché e quando sono nati, perché si finisce dentro quel buco nero, a chi servono, chi li gestisce, chi si arricchisce e chi muore a causa dei CPR. L’incapacità di indignarsi e di opporsi a questa violenza diventa, un giorno alla volta, complicità.

Milano, 6 aprile 2024. È lunga la strada per arrivare in via Corelli, l’ultimo pezzo da percorrere costringe a camminare sul cavalcavia dell’Ortica. Da quel cavalcavia si osservano dall’alto le vie presidiate da polizia e carabinieri, e sulle grate che costeggiano il cavalcavia sono legate con una cordicella decine di scarpe rosse di donne la cui vita è stata interrotta dagli uomini. Accanto a quelle scarpe un foglio, con i loro nomi e la loro storia: è l’ultimo pugno nello stomaco, come una sorta di transizione sull’Acheronte, prima di arrivare a pochi passi dalla porta di un inferno chiamato CPR.

Maurizio Anelli -ilmegafono.org