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“All’aria stu gioia”, Francesco Di Martino ci racconta la gioia e la devozione dell’Uomo vivo

“All’aria stu gioia”, Francesco Di Martino ci racconta la gioia e la devozione dell’Uomo vivo

“All’aria stu gioia – L’uomo vivo” è un documentario girato, firmato e prodotto dal regista Francesco Di Martino, in collaborazione con il collettivo FrameOff e l’Associazione Portatori di Gioia. Con una lavorazione durata circa 7 anni, il film è dedicato alla celebrazione del Cristo Risorto, che si tiene ogni anno a Scicli (Rg) nel giorno di Pasqua e che per gli abitanti assume le denominazioni di Uomo vivo/Gioia. Le origini della celebrazione si legano profondamente agli antichi mestieri. In passato, infatti, i portatori erano i macellai e i cannavatàri (agricoltori che anticamente producevano canapa e, più recentemente, primizie orticole). Oggi i portatori sono artigiani, agricoltori, autotrasportatori, ma anche rappresentanti commerciali, tutti rigorosamente uomini.

Le radici della festa risalirebbero alla fine dell’Ottocento quando, in seguito allo scioglimento dei “fasci” dei lavoratori, la giornata pasquale diventava un giorno di ribellione contro l’ordine costituito, durante la quale si innalzava un Cristo dalla bandiera rossa, richiamante un socialismo militante sgradito al clero e in contrasto con i canoni estetici e politici del tempo. Tuttavia, non si tratta di un film che racconta il solo giorno di festa, per quanto sia contraddistinto da un’atmosfera così concitata da ricordare, quasi, le corse dei tori spagnole. Il lavoro di Di Martino, infatti, segue il lungo cammino verso la giornata tanto attesa, intraprendendo un viaggio-racconto nei trentatré giorni precedenti la festa, giorni di preparazione appassionata, di discussione e di tensioni.

La locandina del documentario di Francesco Di Martino

Un viaggio indagatore sul senso di devozione che i portatori del Gioia sentono così forte da non riuscire a spiegarlo. L’organizzare e partecipare ai festeggiamenti è un chiodo fisso per le loro giornate, ne condiziona il tempo libero e li spinge anche ad adattare i tempi e le esigenze lavorative. Protagonisti del viaggio sono Peppe, Franco, Angelo e Claudio. Vite e mestieri differenti, che si incrociano davanti a una devozione comune, con l’emergere di amicizie profonde nate proprio sotto la vara, urlando in coro «Giò! Giò! Gioia!». Quello che emerge dalle interviste ai quattro protagonisti, che antepongono i preparativi al tempo trascorso in famiglia e sentono di appartenere alla celebrazione quasi per tradizione familiare, è proprio un sentimento di gioia.

Il musicista e scrittore Vinicio Capossela, anch’egli tra gli intervistati, racconta della sua prima volta a Scicli e di come sia rimasto impressionato dai festeggiamenti, trovando ispirazione per uno dei suoi brani più famosi, L’uomo vivo (Inno al Gioia). «È la festa di Cristo che ha vinto la morte e che viene portato in giro esultando, poiché si tratta di una vittoria anche per l’uomo». Un “Cristo da corsa” lo definisce Capossela che, nei suoi testi, ricorda che «nemmeno il tempo di resuscitare, subito l’hanno portato a mangiare».

Per quanto i festeggiamenti siano spettacolari e affascinanti, il pubblico si tiene sempre a distanza, temendo di essere travolto. Si tratta di una celebrazione religiosa, ma nel festeggiamento è evidente la presenza di elementi pagani e arcaici. Inoltre, alla devozione verso il Gioia, come raccontano gli stessi intervistati, non sempre corrisponde un’assidua frequentazione del mondo cattolico. Il regista sceglie di raccontare la storia dei portatori con l’intento di svelare la verità su di loro, a fronte di tante visioni distorte e ambigue. L’assidua frequentazione gli ha consentito di costruire rapporto confidenziale e di fiducia con i devoti, che si fa più ancora più evidente nel finale. Il documentario di Di Martino ambisce a essere un omaggio a una devozione che va oltre la stessa festività e che condiziona anche il quotidiano, a un sentimento inesplicabile che si concretizza proprio nella gioia.

Fabio Fancello -ilmegafono.org

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ilmegafono

La firma di redazione, un'usanza a cui non potevamo rinunciare. Ma tranquilli, dietro i nostri pezzi ci siamo sempre e solo noi. Nient'altro che noi.

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