Nel 2023, le interdittive antimafia alle imprese hanno registrato un boom da far rabbrividire: +34% rispetto al 2022, ovvero 2047 contro le 1495 dell’anno precedente. Un dato, questo, che è stato reso pubblico la scorsa settimana dal ministero degli Interni e su cui bisogna riflettere con tempestività e urgenza. Le interdittive antimafia altro non sono che “provvedimenti emanati dai prefetti per bloccare i rapporti con la Pubblica amministrazione delle imprese sospettate di essere infiltrate dalla criminalità organizzata”. Nello specifico, si legge nel report, “sono cresciute del 32,5% le comunicazioni interdittive antimafia e del 36,3% le informazioni interdittive”. La differenza sostanziale consiste nel fatto che le seconde, a differenza delle prime, sono soltanto degli “avvertimenti” e non prevedono un blocco delle relazioni tra aziende e pubblica amministrazione.

Un dato del genere ha al tempo stesso un lato positivo e uno negativo: se da una parte, infatti, ciò significa che vi è un controllo serrato e una maggior attenzione nel rapporto tra due settori che si intersecano fin troppe volte in maniera illecita, dall’altro è evidente come la spinta mafiosa sia tornata a farsi sentire un po’ dappertutto, o forse non ha mai smesso di farlo. I fondi del PNRR rappresentano sicuramente la molla che ha fatto scattare l’enorme interesse delle aziende legate alle cosche mafiose e, con essi, i vari progetti su scala nazionale previsti da qui a pochi anni (tanto per citarne alcuni: la ricostruzione post-terremoto in Emilia Romagna, la realizzazione della TAV, passando per la costruzione di ospedali, rete tranviarie, autostradali e molto altro ancora). Insomma, con l’arrivo di milioni e milioni di euro nelle casse italiane (leggasi delle pubbliche amministrazioni), la mafia ha pensato bene di non perdere un’occasione tanto ghiotta.

Salgono, così, i numeri di aziende in odor di mafia che avrebbero provato a invischiarsi nella realizzazione di opere pubbliche. Ciò è ancor più vero in Campania, regione che si classifica al primo posto per numero totale di interdittive antimafia (490 nel solo 2023, ben 47% in più rispetto al 2022). Segue la Sicilia (390 interdittive, addirittura +84%) e poi la Calabria (265, -2.9%) e la Puglia (180 interdittive, più del doppio rispetto alle 80 dell’anno precedente). Al Nord, seppur in calo, a far da padrona è l’Emilia Romagna (215 interdittive, -19.2% rispetto alle 266 del 2022), mentre nel Lazio si registra un aumento esponenziale (da 13 a 82 in un solo anno, con Roma che registra ben 57 interdittive rispetto alle 6 del 2022). Sale anche il Veneto, che registra un +112% rispetto al 2022 (53 contro 25), con Padova che totalizza da sola 22 interdittive. Nella città veneta, è sempre più consolidata la presenza della ’ndrangheta, come dimostrano diverse inchieste, tra cui quella che vede la realizzazione della nuova Pediatria, il cui cantiere sarebbe stato fermato dal Tribunale padovano per la presenza di una ditta vicina alla cosca calabrese Grande Aracri.

Insomma, ovunque si guardi in Italia, il numero delle interdittive antimafia è drasticamente aumentato e, sebbene alcune regioni o province abbiano registrato un calo, ve ne sono tante altre il cui numero è più che raddoppiato, se non addirittura aumentato di ben sei volte (vedi proprio la Capitale). Una fotografia, questa, che rappresenta egregiamente lo stato delle cose del nostro Paese: un Paese nel quale la pressione mafiosa non si arresta, anche perché non si nota, da parte del governo e della politica in generale, ma anche da parte dell’opinione pubblica, un’attenzione verso questo tema. E le leggi che vengono proposte non solo non danno strumenti e non aiutano nel contrasto alle mafie, ma finiscono in qualche modo per favorirle.

I dati sulle interdittive offrono un quadro preoccupante, perché accrescono la sensazione che i tentativi mafiosi di inquinare e condizionare la Pubblica amministrazione siano sempre più costanti e che, al saldo delle interdittive, ci sono tanti altri casi in cui l’infiltrazione riesce. Il fatto che in un solo anno i numeri siano aumentati dappertutto (e anche dove ciò non è successo, tali numeri restano comunque troppo alti) dimostra come la criminalità organizzata abbia un impatto importante nella cosa pubblica, da Nord a Sud, senza particolare distinzione di territori, tipologia di imprese o altro. Non solo: a pagare per tutto ciò sono proprio i cittadini, visto che molte delle opere pubbliche incriminate prevedono anche ospedali, scuole, reti di trasporto e tanti altri servizi essenziali. Oltre al danno, dunque, la beffa di non poter usufruire di servizi adeguati, per cui tante tasse sono state pagate. 

“Le nostre prefetture stanno facendo un ottimo lavoro – ha affermato in un’intervista Pierpaolo Romani, coordinatore nazionale di Avviso Pubblico, ma ci sono due fattori da tener conto: il primo è che molti funzionari competenti che hanno un’altissima formazione stanno per andare in pensione, e le assunzioni per sostituirli sono troppo poche”. Inoltre, continua Romani, vi sono “le competenze in ambito tecnologico, infatti le capacità della mafia di comunicare e gestire informazioni sono altissime” e spesso “lo Stato rimane indietro, risulta più lento”. Insomma, la sensazione è che si tratti di una guerra impari e difficile da vincere. A meno che non si corra presto ai ripari e si stabilisca un piano serio e duraturo di contrasto alla criminalità organizzata su tutti i fronti, potenziando gli strumenti normativi, di controllo, informativi e tecnologici.

Qualcosa di positivo, però, c’è: la Banca Dati Nazionale Unica Antimafia (BDNA), nata per accreditare le aziende e permettere alla PA di controllare e verificare in totale autonomia l’esistenza di un’eventuale documentazione antimafia, ha toccato il numero delle 972.550 imprese accreditate, con un balzo del +8.2% tra il 2022 e il 2023. Ciò significa che gli enti pubblici avranno ancor più la possibilità di controllare rispettabilità di un’azienda prima di destinare eventuali fondi o stringere eventuali contratti e appalti. Un miglioramento, questo, che non deve essere certo tralasciato, ma che da solo non può bastare, soprattutto se la politica non si attiva e non sceglie con forza, nei fatti e senza ambiguità o promesse vuote da che parte stare. Insomma, se si vuole combattere seriamente la mafia, lo Stato deve fare lo Stato.

Giovanni Dato -ilmegafono.org