La voglia di partecipazione che viene da una parte della cittadinanza italiana è un segnale di speranza. Di quelli necessari, specialmente in tempi come questi, infettati da una preoccupante regressione culturale e valoriale. La voglia di partecipazione, il desiderio di esserci, di spendere il proprio tempo per una causa, sono tutte cose che meritano rispetto. I 250mila di Milano, ad esempio, sono la risposta a un bisogno sempre più urgente di mostrare che esiste un Paese diverso, che questa nazione non è solo quella orribile e disumana dei sovranisti, dei leoni da tastiera e dei nostalgici del Ventennio.

Anche la grande partecipazione alle primarie del PD, a suo modo, è un segno di un bisogno di cambiamento, dell’esigenza di una nuova rappresentanza. Al di là di ogni discorso politico e dei dubbi sulla concretezza di tale cambiamento o sul futuro di un partito da tempo lontano da certe istanze e in buona parte responsabile dell’attuale situazione, si deve il giusto rispetto a chi ha sentito di voler partecipare e scegliere. In Italia esiste una domanda che proviene dal basso, da quella minoranza che comincia a essere sempre meno silenziosa e meno rassegnata. È la conseguenza di un periodo storico nel quale i confini della decenza istituzionale sono stati polverizzati da personaggi volgari, che somigliano più a dei guitti che a degli esponenti politici.

La storia insegna che, quando si oltrepassa il limite, c’è sempre una risposta, una reazione. Ed è ciò che chi detiene il potere, delineandone una versione autoritaria, dimentica costantemente. C’è un pezzo d’Italia che chiede umanità, giustizia, che pretende un Paese capace di ritrovare la dignità perduta, di uscire dall’isolamento e di allontanare le cattive compagnie internazionali. E quella Italia merita ascolto e soprattutto rispetto. Un concetto che il ministro dell’Interno e la sua accolita sconoscono. Si è parlato molto, in questi giorni, dell’ennesima gogna social alla quale Salvini ha esposto una giovane ragazza, rea di aver mostrato un cartello che lo contestava.

Non è la prima volta e non sarà l’ultima. Perché per chi guida il Viminale la sicurezza dei cittadini è solo uno slogan da propagandare a scopi elettorali. Nella concretezza, invece, il titolare del Viminale è incapace di garantire sicurezza reale e, ancor peggio, spesso è portato a mettere a rischio l’incolumità fisica e morale delle persone. Una giovane ragazza, che ha semplicemente espresso un’opinione contraria, viene così gettata in pasto al sessismo e alla violenza dei fan del ministro. Quello stesso ministro che, invece, davanti agli atti di violenza del verminaio neofascista, si mostra sempre indulgente, definendoli delle “ragazzate”.

Ma questo è niente. Perché guardando questi 9 mesi di governo, ci sono altri casi molto gravi che mostrano la pochezza politica di chi ha cercato, con la comunicazione violenta basata sull’odio per gli ultimi e sulla logica del capro espiatorio, di coprire la propria inadeguatezza. Una inadeguatezza che non si esprime tanto nell’uso infantile e triviale dei social, quanto nella conduzione pessima del proprio ministero. Sotto la sua gestione, al di là degli slogan starnazzanti e delle promesse roboanti sulla prossima sconfitta delle mafie, non vi sono stati dei fatti concretamente utili alla sicurezza della nazione.

Il decreto che porta il nome del ministro, considerato dai leghisti il loro fiore all’occhiello, è una misura pessima che genera sacche di emarginazione e insicurezza, limita le libertà civili, umilia il diritto, contrasta con la Costituzione (la Consulta infatti si pronuncerà in merito) e fa il solletico alla criminalità organizzata. A parte questo, si segnalano una legge sulla legittima difesa che è assolutamente inutile (tranne per i produttori di armi) e l’annuncio di una richiesta di grazia per un uomo che ha sparato deliberatamente a un ladro disarmato e in fuga e che il ministro scambia cialtronescamente per legittima difesa. Ma i danni più gravi, il capo del Viminale li ha commessi per “distrazione”.

Troppo impegnato a spingere il dito sulla app di turno, per accorgersi, ad esempio, che il fratello di un collaboratore di giustizia, un uomo protetto dal Viminale, veniva ucciso davanti casa. Troppo assorto nelle sue serate gastronomiche per accorgersi del dramma di Rocco Greco, coraggioso imprenditore antiracket, al quale il ministero dell’Interno, a ottobre scorso, aveva negato l’iscrizione della sua azienda nella white list per partecipare agli appalti per la ricostruzione delle zone colpite dal sisma in centro Italia. Rocco Greco si è suicidato. In un Paese normale il titolare del Viminale avrebbe dovuto dimettersi. Ma in un Paese normale non esisterebbero i baciamano di Afragola, gli attentati sui quali il signor ministro non proferisce parola, né esisterebbe l’imbarazzante silenzio sulla ‘ndrangheta durante le visite in territori controllati dai clan.

In un Paese normale, l’inadeguatezza di un ministro, la sua incapacità, la non idoneità al lavoro, certificata da un atavico assenteismo nelle sue precedenti esperienze politiche, non potrebbero essere coperte dagli slogan e da una mediatizzazione abusata. Sia chiaro, qui non ci si vuole soffermare sulle battute, sulle volgarità che ormai appartengono purtroppo a tanti protagonisti della vita politica e istituzionale dell’Italia, ma esclusivamente sul fatto che poi, ben oltre le simpatie o antipatie, ben oltre i ragionamenti sul livello culturale del popolo italiano, ci sono gli uffici da gestire, le cose da fare, i problemi reali da risolvere, le persone da tutelare, le disuguaglianze da eliminare.

Ecco, l’Italia sta perdendo tutto questo. Ha vissuto e vive la sensazione ubriacante di un avvicinamento tra popolo e politica, di una riduzione della distanza che avrebbe potuto rendere più facile la soluzione dei problemi più urgenti (peraltro molto diversi da quelli di cui parla il ministro dell’Interno). Ma quella sensazione si scontra con una realtà diversa. Il popolo non è affatto più vicino alla sua rappresentanza. Ne è piuttosto succube e non riesce ad affrancarsi da questo stato di fanatico servilismo.

Di fronte a questa maggioranza drogata da promesse e slogan vuoti, il risveglio della minoranza, eterogenea, magari un po’ caotica, ma spinta dalla fedeltà a valori umani non negoziabili, è qualcosa da osservare e valutare con speranza. Perché se è vero che la libertà è partecipazione, di fronte al potere liberticida dei nostri tempi la partecipazione attiva è l’unica strada percorribile.

Massimiliano Perna -ilmegafono.org