Negli ultimi giorni l’ultima protesta da parte del gruppo ambientalista britannico “Just Stop Oil”, che ha visto due attiviste tirare una Campbell’s Tomato Soup contro il vetro protettivo del famoso dipinto di Van Gogh, ha suscitato nel nostro Paese non poche polemiche. Ma cosa spinge gli attivisti a un gesto simile? L’opinione pubblica si è scagliata contro le giovani rappresentanti del movimento, insultandole, affermando che “in questo modo perdono solo di credibilità”. Certo è che, al di là di ogni valutazione, la colpa principale di questa – oramai consolidata – opinione di pancia all’italiana è sicuramente da imputare ad una certa informazione, fatta di titoli allarmistici “acchiappa like” e poco contenuto giornalistico, tantomeno approfondito. Ma andiamo ad analizzare i fatti.

Just Stop Oil è una delle tantissime organizzazioni ambientaliste che, negli ultimi tempi, stanno facendo sentire sempre di più la loro voce sul cambiamento climatico attraverso azioni pubbliche spesso estreme. In particolare, nell’ultimo anno hanno iniziato ad organizzare proteste pacifiche e sit-in in tutta l’Inghilterra. Ma non sono gli unici. Esistono infatti tantissimi gruppi ambientalisti che in Europa stanno protestando “a muso duro” contro le attuali politiche climatiche. Tra i tanti possiamo nominare gli “Scientist Ribellion”: un gruppo di scienziati della NASA che da circa 16 anni cercano di sensibilizzare l’opinione pubblica sui grossi pericoli del cambiamento climatico. Da loro sono nati i vari gruppi di “Extincion Ribellion”, arrivati anche in Italia. Oppure gli “On the Spot Parkour” francesi che, ogni notte, girano per le città spegnendo le luci delle vetrine di negozi e aziende per cercare di minimizzare l’impatto ambientale.

Giusta o sbagliata che si possa considerare, l’azione di protesta ambientalista all’interno dei musei in tutta Europa sta sicuramente raggiungendo il suo scopo: portare l’attenzione mediatica su questi gruppi. Just Stop Oil, Scientist Ribellion, Extincion Ribellion e tanti altri, organizzano infatti azioni di protesta quasi ogni giorno – specialmente nel Regno Unito, dove si stanno varando manovre economiche che prevedono l’apertura di centrali a combustibile fossile – ma sembra che riescano ad attirare le penne dei giornalisti solo quando entrano dentro i musei. Ma perché proprio i musei? Secondo l’ICOM (International Council Of Museum), che questa estate ha finalmente redatto lo statuto generale dei musei, tra i compiti delle istituzioni culturali ci sarebbe anche quello della tutela e salvaguardia del patrimonio ecologico e ambientale. Ma anche senza tener conto della definizione burocratica, il concetto di museo nasce e si sviluppa nei secoli come luogo che racchiude la cultura di una società. E si sa, la cultura non è un bene immobile, ma si sviluppa e si evolve insieme alla società che la concepisce.

I musei nascono come istituzioni pubbliche, volte al coinvolgimento del cittadino e del territorio che li ospita, sono luoghi che sorgono per essere usati, per educare, trasmettere informazioni. Invece, la maggior parte delle volte, essi sono ridotti a mere vetrine per turisti, smarrendo il loro scopo primo. I musei al giorno d’oggi fanno fatica a stare al passo con l’evoluzione dei bisogni della società che li compone, non riuscendo a ridare quell’offerta culturale che ci si aspetta. La politica e le politiche di mercato che hanno considerato i luoghi della cultura il fanalino di coda dei loro interessi, sono sicuramente i primi responsabili di questa – ormai centenaria – crisi dei musei. Ma dall’altro lato è anche vero che molte istituzioni, per garantirsi gli introiti e la sopravvivenza, sono ricorse ad azioni che poco hanno a che vedere con l’etica culturale. La National Gallery di Londra, ad esempio, dove si conserva una delle 10 versioni dei “Girasoli” di Vincent Van Gogh, è finanziata da molte aziende poco etiche sul versante ambientale e, in particolare, da uno dei maggiori colossi petroliferi a livello mondiale.

Inutile, quindi, sottolineare che queste attiviste sapevano benissimo che il prezioso dipinto era protetto da un apposito vetro e che questo gesto non è stato fatto nei confronti dell’opera, ma dell’istituzione. Per non parlare del fatto che – non a caso – hanno utilizzato non vernice, ma una lattina di Campbell’s Tomato Soup, la stessa raffigurata nelle famosissime opere di Andy Warhol, che rappresentano esse stesse una denuncia contro il capitalismo sfrenato che ha portato alla tragica realtà che stiamo vivendo.

“Cos’ha più valore: l’arte o la vita? Vale più del cibo? Più della giustizia? Siete più preoccupati di proteggere un dipinto o di proteggere il nostro pianeta e la gente che ci vive?”, hanno dichiarato le attiviste di Just Stop Oil dopo essersi incollate le mani sotto il quadro. Certo questa è la parte che stride di più, poiché l’arte senza la vita non esisterebbe. Finché il patrimonio non viene compromesso, queste azioni sono da considerare come urla disperate di una generazione (non a caso giovanissima), che vede solo apocalisse nel loro futuro. Una generazione alla quale non è stato lasciato nulla se non cocci frantumati. Perché il cambiamento climatico è un problema reale, presente, che la politica e la maggior parte della popolazione continua ad ignorare, nonostante l’evidenza. E se non saranno gli attivisti a danneggiare il patrimonio, prima o poi ci penseranno le catastrofi naturali. E quelle, se non cambiamo immediatamente rotta, non potremo arrestarle.

Sarah Campisi -ilmegafono.org