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La cultura della guerra

La cultura della guerra

Un giorno di qualche anno fa un ministro del governo italiano disse che “con la cultura non si mangia”. Qualche anno più tardi la stessa frase venne pronunciata anche dall’ex presidente degli Stati Uniti, Barak Obama. In seguito, l’ex ministro affermò di non aver mai pronunciato quella frase e, sempre più tardi, l’ex presidente provò a correggerne il senso: voleva dire che è meglio studiare economia che storia dell’arte, perché la cultura non ti garantisce un lavoro. Succede così che una sciocchezza sia seguita da un’altra sciocchezza nel tentativo di porvi rimedio che però peggiora le cose. Esiste un antidoto alla violenza della guerra e degli uomini, si chiama intelligenza. Ma l’intelligenza si coltiva un giorno alla volta, si alimenta con la cultura. L’intelligenza vive accanto alla curiosità e si nutre dell’incontro con l’altro. L’intelligenza muore senza la curiosità e la voglia di conoscere.

Ma questo è un mondo che ripudia la cultura, perché la cultura da sempre fa paura ai padroni del mondo, e la paura è la madre di tutti gli errori e gli orrori della storia. Esiste però una cultura alternativa di cui l’uomo si nutre e che cammina al suo fianco, guidandolo nelle scelte: è la cultura della guerra. Sembra che l’uomo non riesca proprio a farne a meno e tutto alimenta questa cultura, perché ognuno si autoconvince delle proprie ragioni: la verità della propria religione, la superiorità della propria razza, la sicurezza dei propri territori e dei propri confini. Il concetto stesso di Stato e di Nazione racchiude in sé il rifiuto della comunità e contempla la necessità di creare confini inviolabili. E, proprio come gli animali, l’uomo prima marca il proprio territorio e successivamente prova ad estenderlo. La storia dell’uomo ci racconta questo cammino, dove gli imperi si costruiscono e cadono con le guerre e, dopo ogni caduta, lasciano il posto ad altri imperi.

Ogni guerra alza sempre di più l’asta degli orrori e dopo ogni guerra l’uomo si illude di aver toccato il fondo, dopo ogni guerra si ricostruisce e per un tempo più o meno lungo ci illudiamo di aver capito che un mondo diverso e migliore è possibile. Ma è solo una maschera che ci piace indossare per ripulire la nostra coscienza e perdonare noi stessi. La cultura della guerra ci porta a non considerare vere guerre quelle che si combattono lontano da quei territori che abbiamo marcato. Nel gioco macabro l’uomo ha inventato nuove parole che ci rassicurano mentre, invece, rappresentano un punto di non ritorno: guerra umanitaria, bombe intelligenti. Come può esistere una guerra umanitaria e come può essere definita intelligente una bomba? Ogni guerra è distruttiva per definizione e ogni bomba cade su una città e colpisce una comunità senza guardare in faccia chi colpisce.

Gino Strada diceva che “ogni guerra ha una costante: il 90% delle vittime sono civili, persone che non hanno mai imbracciato un fucile. Che non sanno neanche perché gli arriva in testa una bomba”. La cultura della guerra si nutre di parole roboanti, che entrano nella mente e nel cuore delle persone: scontro di civiltà è una delle preferite, ma dimentica che quello scontro ha radici profonde e che ogni radice genera un albero e più alberi generano una foresta. Quella radice si chiama profitto, controllo dell’uomo su altri uomini. Si chiama sfruttamento delle risorse e quelle risorse tante volte sono su territori che vanno conquistati: e per conquistarli si fanno le guerre. Quella radice si chiama odio, covato sotto la cenere per anni o per secoli, e basta un soffio di vento per smuovere la cenere e accendere il fuoco.

La cultura della guerra trasforma gli uomini, fa cadere ogni maschera; genera mostri, confonde le acque e assimila i popoli ai tiranni e, tutto intorno a noi cresce e si sente il rumore e l’odore dell’odio. In mezzo a questo rumore e nauseati da quell’odore si diventa incapaci di distinguere e tutto si confonde, si dimentica. Difficile vincere la guerra contro la cultura della guerra. La cultura della Pace non ha bombe intelligenti, può contare solo su un’idea di vita diversa e su un pensiero che sembra sempre più minoranza. Combatte ogni giorno contro un nemico più forte, più ricco e più potente. Combatte contro chi muove i fili dei burattini che decidono come, dove e quando. È sempre stato così, dai tempi lontani delle guerre mondiali del ‘900 e di tutte quelle che sono venute dopo negli anni che solo gli sciocchi, ancora oggi, continuano a considerare anni di pace dimenticando tutti i conflitti che hanno sporcato la fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo millennio.

Non c’è mai stata una pace vera, abbiamo sempre avuto tante guerre fuori dalla porta di casa ma non abbiamo mai voluto guardarle in faccia anche quando erano sull’altra sponda del nostro mare. I movimenti pacifisti sono, da sempre, derisi nella migliore delle ipotesi. Anche oggi, quando con disinvoltura i leader mondiali parlano del rischio di un terzo conflitto mondiale, i movimenti pacifisti vengono visti con fastidio e su di loro si riversano il sarcasmo e il giudizio di molti, l’accusa di non distinguere l’aggredito dall’aggressore. Non è così, ma questa è la narrazione tanto cara a chi non sa più come uscire dalle sabbie mobili che ha contribuito a costruire e in cui tutti siamo immersi. Per questo, mai come oggi, la voce dei movimenti per la pace deve alzarsi forte e crescere, anche in mezzo all’ostracismo e al deserto che si vuole costruire intorno a loro. Se esiste una possibilità, anche una sola, di fermare lo scempio che abbiamo davanti a noi dobbiamo afferrarla con forza. Bisogna farlo oggi, domani potrebbe essere troppo tardi.

“Ecco gli elmi dei vinti, abbandonati in piedi, di traverso e capovolti. E il giorno amaro in cui voi siete stati vinti non è quando ve li hanno tolti, ma fu quel primo giorno in cui ve li siete infilati senza altri commenti, quando vi siete messi sull’attenti e avete cominciato a dire sì”. (Bertolt Brecht)

Maurizio Anelli -ilmegafono.org

Autore

Maurizio Anelli

Mi occupo di informatica e il piacere di scrivere mi ripaga delle ore passate a parlare con una macchina. Scrivo per il piacere di condividere quello che penso con chiunque abbia voglia di continuare a sognare e discutere. Di cosa scrivo? Di ogni cosa che mi regala emozione, indignazione, rabbia e voglia di provare a cambiare una società che non mi piace. Attualità, storia, politica, sociale, mafia. Perché credo che il Novecento sia un libro che insegna tutto, ma che pochi abbiano voglia di leggerlo veramente.

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