Giorgia Meloni e il suo governo continuano a occupare, con colpi di mano e sfacciate ingerenze, le più importanti istituzioni culturali del Paese e a restringere ulteriormente (vedi il ministro Nordio) la libertà di informazione e il diritto dei cittadini ad essere informati. Oltre a questo, la destra al governo sta spaccando in due l’Italia, con una forma di autonomia differenziata che somiglia più a una secessione, con gravi conseguenze per il Meridione. Il tutto mentre la premier si vanta, rigorosamente senza contraddittorio, nei salotti televisivi più fedeli, della propria linea sia in politica estera sia in altri ambiti della gestione interna. La destra, inoltre, nonostante le fibrillazioni e i perenni duelli nascosti tra leader e partiti che compongono la maggioranza, va avanti, procede spedita per la sua strada di occupazione totale del potere, allergica a qualsiasi confronto democratico che abbia come obiettivo l’interesse collettivo. Un’avanzata rispetto alla quale non si avverte minimamente il contrappeso di una opposizione al cui interno, invece, le lacerazioni ataviche e mai sparite costituiscono un freno ben saldo.

Mentre i Cinque Stelle sonnecchiano sotto l’ombra delle contraddizioni e della svolta populista di Conte, nel Partito Democratico, dopo il destarsi improvviso e le prese di posizione sulla vicenda Acca Larenzia e sul pericolo neofascista, sterili in quanto focalizzate su un livello sì importante ma parecchio superficiale, si torna a fare i conti con le solite dinamiche interne. Qui tutto ruota attorno a Elly Schlein, la cui leadership zoppica, non attecchisce, per via di qualche fragilità evidente su temi importanti (come ad esempio, l’invio di armi all’Ucraina) o per una comunicazione non proprio perfetta, ma anche a causa della solita bolgia di tensioni e di contrapposizioni tra le varie aree (chiamiamole pure correnti) che costituiscono un marchio di fabbrica del partito.

Le ultime diatribe sul fine vita, le ambiguità e i mugugni sulla posizione da assumere sulla guerra a Gaza e sulle armi a Israele, continuano a far emergere le divisioni. Con sullo sfondo un rapporto mai decollato con i Cinque Stelle, il risultato di tutto questo è un’opposizione complessivamente sterile, concentrata su se stessa, incapace di mostrare una visione di mondo precisa, univoca, coraggiosa su molti argomenti. Il Partito Democratico, in particolare, segue sempre la via della moderazione, che rivela l’ossessiva e antica paura di spostarsi più a sinistra, nonostante il vento di rinnovamento auspicato con l’affermazione di Schlein e l’ingresso nell’assemblea nazionale di volti nuovi (più o meno) e più di sinistra (almeno sulla carta). Aveva ragione, forse, chi diceva che la volontà di rivoluzionare il partito si sarebbe presto frantumata contro il muro massiccio dei capibastone delle correnti sconfitte, tutti perfettamente saldi e in attesa di consumare la propria vendetta.

In effetti, è così. Il PD, che dovrebbe puntare a guidare l’opposizione e rappresentare un’alternativa credibile, non riesce a uscire dal suo peccato originale, da quel miscuglio che, sin dalla sua nascita, ha sposato apertamente quell’anima neoliberista alla quale si era già votata anche la nomenclatura dei DS, ossia coloro i quali avrebbero dovuto rappresentare l’ala sinistra della formazione dem. In questi anni, il PD è passato da esperienze di governo che, su molti temi, dal lavoro ai diritti umani, dalla previdenza alle misure sociali, hanno messo in campo visioni economiche e sociali lontane da qualsiasi ispirazione socialista. E oggi, i vecchi responsabili e i loro comprimari (da Del Rio a Guerini, da Gentiloni a Letta, fino a Franceschini) sono ancora in buona parte lì.

Al di là, però, delle vicende interne al PD, quello che manca complessivamente è la proposta verso l’esterno. E soprattutto la visione chiara di quello che dovrebbe essere il Paese, che evidentemente conoscono poco o continuano a non comprendere (e non sono i soli). Ciò vale per tutti coloro che compongono l’opposizione parlamentare, ma anche per molti attori sociali che vivono fuori dalle aule. In questo Paese, accanto alla fascistizzazione dei luoghi della democrazia, è in atto una crisi sociale senza precedenti, che è soltanto all’inizio e che non trova lo stesso spazio, nel dibattito, delle vicende di natura ideologica o di contrapposizione culturale. Una crisi sociale i cui effetti più drammatici devono ancora verificarsi, con il rischio di travolgere tutto, soprattutto in un Paese nel quale si fa la guerra agli ammortizzatori sociali, agli strumenti di sostegno delle fasce più deboli e nel quale ci si divide anche su un tema centrale e sacrosanto come il salario minimo.

Il tutto dentro una situazione internazionale pericolosissima, nella quale, a differenza del passato, non esiste nemmeno una potenza capace di fare da deterrente alle altre, di garantire un freno, un limite oltre il quale non andare. Il mondo è in piena crisi ed è una polveriera pronta a esplodere, e la tensione internazionale, i conflitti in corso e il loro peso globale stanno già producendo conseguenze sulla vita di tutti i cittadini. Una situazione nella quale servirebbe una politica matura e razionale, servirebbero governi capaci o quantomeno opposizioni decise e convincenti, spinte sociali ben organizzate, movimenti forti e politicamente influenti. Avremmo bisogno non di costruire nuove polarizzazioni tra leader di passaggio, ma di promuovere e respirare idee nuove che possano illuminare questa epoca buia e tirare il Paese fuori da una stagnazione economica, culturale e politica preoccupante, per la quale, visto il contesto e i protagonisti in campo, non si intravvede alcunché di positivo nel breve termine.

Intanto, basterebbe che ci fosse una forma di opposizione almeno capace di tornare davvero in piazza, di coinvolgere, di non accettare mediazioni sui diritti, di lavorare quotidianamente sui bisogni del Paese e non sulle strategie elettorali o su temi secondari che finiscono per essere una “distrazione” di massa funzionale al potere. Ne va del futuro immediato dell’Italia e sarebbe ora di rendersi conto del valore della posta in gioco. Alta, altissima, molto più alta delle scaramucce di partito o tra alleati e della dialettica su un gruppo di imbecilli che intona il presente in una commemorazione senza memoria o delle elucubrazioni sul passato oscuro del padre di Giorgia Meloni, da lei stessa rinnegato. Il giornalismo fa il suo mestiere, ma l’agenda politica di un’opposizione seria va compilata con i problemi reali e urgenti di una nazione. E sono tanti, anche se ormai, spesso, non fanno rumore.

Massimiliano Perna -ilmegafono.org