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Emmanuel Chidi Namdi lo hanno ucciso in tanti

Emmanuel Chidi Namdi lo hanno ucciso in tanti

Emmanuel Chidi Namdi. Cominciamo dal nome e dal cognome, perché nell’immediatezza della drammatica notizia della sua uccisione erano troppi gli articoli che non ne facevano menzione, preferendo indicare solo la nazionalità: “un nigeriano”. E questo non va bene, perché dobbiamo toglierci il vizio di spersonalizzare i migranti, di metterne in secondo piano l’identità. Emmanuel Chidi Namdi: dobbiamo ripetercelo più volte questo nome e cognome perché avremo bisogno di non dimenticarlo. Come quello di Jerry Essan Masslo, che fu vittima del primo omicidio razzista capace di svelare il vero volto di questo Paese che, fino ad allora, si riteneva fatto solo o prevalentemente da “brava gente”.

Era il 24 agosto 1989 e, nelle campagne di Villa Literno (Caserta), un gruppo di balordi decideva di giocare al tiro al bersaglio sulla pelle dei braccianti stagionali africani che, dopo una lunga e massacrante giornata di lavoro, si riposavano nei casolari adibiti a dimora. Masslo era un rifugiato politico sudafricano, uno dei tanti uomini coraggiosi costretti a scappare per salvarsi la vita. Aveva studiato, lottato, conosciuto il dolore atroce di una figlioletta uccisa da un proiettile durante una manifestazione per i diritti. Era scappato. Era arrivato in Italia, come tanti altri ne arrivano oggi con storie simili o persino più atroci.

Davanti a quel gruppo di giovani vigliacchi decisi a rapinare lui e i suoi compagni di lavoro, Masslo aveva alzato la testa ancora una volta, l’ultima purtroppo. Perché per gli italiani gonfi di vigliaccheria e di odio xenofobo, chi è straniero non ha il diritto di reagire. Deve subire. Punto. Altrimenti ne paga le conseguenze. E Masslo pagò con la morte, con quei proiettili maledettamente simili a quelli da cui era fuggito. L’Italia si svegliò, reagì. L’Italia oggi si è riaddormentata. Anzi, peggio, l’Italia oggi ha gettato la maschera e si è mostrata incattivita e violenta. In mille modi. Con i razzismi nascosti e con quelli evidenti. Con le parole di circostanza, con le bugie, con le notizie false o tendenziose, con le discriminazioni e con l’immancabile violenza.

Anche Emmanuel Chidi Namdi era un uomo che aveva visto in faccia il dolore. Un uomo che somiglia a tanti altri esseri umani di ogni età che ho conosciuto e mi hanno raccontato, con un filo di voce o un tremolio incontenibile o le lacrime stanche, le loro storie terribili. Emmanuel e la sua compagna, Chinyery, avevano visto morire la loro bambina. Avevano visto finire in un attimo i propri genitori. Era stato l’orrore dei terroristi sanguinari di Boko Haram, una sigla di cui l’Occidente si accorge a intermittenza, a cambiare per sempre la loro vita. Erano scappati via, avevano lasciato alle loro spalle le macerie dei loro affetti e avevano provato ad andare avanti, con gli ultimi brandelli di cuore rimasti immuni in mezzo alle fiamme di un dolore spaventoso.

Erano arrivati in Italia dopo aver vissuto tutto il peggio che il viaggio tra gli artigli dei trafficanti può riservare. Non si erano mai persi, avevano continuato, nonostante tutto, a tenersi per mano. Chissà quanta speranza di pace e quanto amore hanno animato i loro momenti più bui. La loro è stata una sfida a una vita che mordeva con violenza la loro carne e la loro anima. Dopo mille traversie, erano riusciti a farcela, a trovare rifugio in una piccola città, Fermo, dentro un seminario che ha aperto le sue porte a quelli che la società attuale relega agli ultimi posti. Non so se fossero felici, perché le ferite chissà quanto bruciavano, ma di certo stavano provando a costruirsela questa dannata felicità.

Dannata, beffarda e crudele. Perché proprio lì dove sembrava possibile, malgrado le lungaggini burocratiche, malgrado la piena cittadinanza in questo Paese e in questa Europa sia un miraggio che richiede pazienza, è arrivato nuovamente il dolore, che adesso è tutto dentro l’anima di Chinyery, rimasta sola e senza più la mano di Emmanuel da tenere stretta per farsi coraggio e allontanare un passato terribile. Lo hanno ucciso, massacrato di botte. Un violento, un fascista, un ultrà, gente che trasforma tutto in violenza, nella vita quotidiana come dentro uno stadio.

Non ha perdonato la dignità di Emmanuel, quella che certa gente nemmeno sa cosa sia. Non ha perdonato la sua reazione alle offese razziste nei confronti della donna che amava e della sua stessa identità. Emmanuel ha reagito, con la fierezza di chi la dignità non intende stenderla come un tappeto sotto burocrazie ottuse, discriminazioni, diritti negati, cialtronerie politiche. Ha avuto il coraggio dell’Uomo maiuscolo. Ha trovato di fronte a sé la violenza dei mezzi uomini. Che sono lo specchio di migliaia di altri mezzi uomini, politici che vivono da incendiari e da sciacalli, in tenuta verde o meno, colleghi giornalisti che sporcano, impuniti, l’onore della categoria, cittadini di ogni genere che ancora oggi credono a qualsiasi balla, danno credito a chi la realtà la dipinge con colori tossici.

Emmanuel non si è piegato. Ancora una volta. Come Jerry Masslo. Come Samb Modou e Diop Mor, giovani senegalesi uccisi a Firenze il 13 dicembre 2011 da un militante di Casapound. Come Yusupha Susso, che è vivo per miracolo dopo essere stato colpito alla testa da un proiettile, punito anch’egli per la sua dignità e per non essersi piegato alla prepotenza di un mafiosetto palermitano. E come tantissimi altri, che hanno nome e cognome ma che solo a volte finiscono nelle notizie di cronaca che, a quanto pare, non cambiano la testa di molti italiani, né li spingono a riflettere. Il governo ha chiesto alla comunità di Fermo di stringersi attorno alla giovane compagna di Emmanuel e di condannare e isolare razzisti e violenti. Come quelli che piazzano ordigni davanti alle chiese della città che accolgono i migranti.

Bene. Ma basterà? Basterà mandare Alfano a Fermo a dirigere l’Osservatorio per la sicurezza? No. Non servirà a nulla se il nome di Emmanuel non diverrà il simbolo dell’orrore che i migranti vivono o rischiano di vivere ogni giorno in questo Paese. Non servirà a nulla se non ci saranno leggi severe di prevenzione e di pena, se non si renderanno illegali le formazioni, i movimenti, i partiti che istigano al razzismo e alla violenza. Lo scriviamo da anni, chiediamo da tempo che certi verminai di estrema destra vengano chiusi. E la risposta non c’è. Anzi, si continua persino a consentire sfilate, libertà di riunione, nascita di associazioni che, anche nella simbologia, sono fuori dai principi della Costituzione.

Si consente a partiti come la Lega di pompare odio razzista e a gente come Salvini o Borghezio di dire tutto quel che vogliono senza ricevere alcuna sanzione; si permette ad alcuni giornali e ai loro direttori di pubblicare notizie false o di utilizzare con disinvoltura linguaggi razzisti, mentre invece poi per quei giornalisti che combattono per i principi e i valori democratici o contro la mafia o la corruzione, si progettano leggi che rafforzino le pene per diffamazione, strumento usato volutamente per fermare qualsiasi forma di verità. Il cordoglio, l’intervento postumo, allora, conta poco.

Se davvero vogliamo fare qualcosa per Chinyery, se davvero vogliamo che la prossima vittima non pesi ancora sulla nostra coscienza, dobbiamo fare altro. Dobbiamo alzare il tiro. Dobbiamo fermare il virus pericoloso che sta infettando questo Paese. E dobbiamo fare in fretta. Governare significa questo, il resto è solo ipocrisia. E puzza di complicità.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

Autore

Massimiliano Perna

Sono un giornalista freelance, mi occupo da molti anni di immigrazione e diritti, ma anche di ambiente e mafia. Scrivere per me significa respirare e prendere posizione. Amo leggere e amo visceralmente la mia Sicilia e le opere di Pippo Fava. Ho un debole per le menti critiche che si coniugano con l'umanità e la semplicità. Disprezzo i razzisti e gli ipocriti e l'inerzia di chi potrebbe fare qualcosa ma non la fa. Sono il fondatore di questo sito, nato nel 2006, che oggi ha anche una web radio nella quale curo una trasmissione di approfondimento. I tempi sono bui e i silenzi troppi. Un megafono, sia esso di ferro, di righe e inchiostro o collegato a un mixer virtuale, può accendere qualche piccola luce. La mia speranza è di riuscire a tenerlo sempre acceso.

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