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La retorica che oltraggia la memoria

Ogni volta sembra che ci sia un copione, una sorta di canovaccio da recitare sempre in un modo uguale. Hai l’impressione di assistere ad una replica, anche se gli attori magari cambiano e cambia la scenografia, e ti senti come costretto a far da spettatore ad uno spettacolo orrendo, mentre la tua rabbia partorisce bile che trafigge lo stomaco e avvelena il sangue. Mafia. Un argomento che ogni tanto torna di moda tra alcune fasce della classe dirigente e istituzionale di questo Paese, di colpo svegliate dal sonno infinito della propria inerzia. Commemorare è un dovere morale, ricordare è un fatto di educazione al futuro attraverso il passato. Non dimenticare è un contributo alla speranza che questa nazione progredisca, liberandosi delle catene che rendono livide le sue caviglie, che impediscono alle sue vene di pulsare, al suo cuore di battere con impeto di libertà. Ma ricordare non significa solo fermarsi a quel che è stata la facciata di un evento, di un dramma. Qualcuno ha pensato e pensa che Capaci e via D’Amelio siano stati solo un botto, doppio, terribile, un attentato voluto dalla mafia per colpire lo Stato nei suoi due uomini simbolo, quelli più temuti, più forti, più abili.

Qualcuno commemora puntando solo sullo strazio, sullo smarrimento della gente, che poi è scesa in piazza e ha gridato il suo no alla mafia. Le cariche dello Stato parlano, dichiarano, esprimono, dicono di ricordare, pronunciano la parola “esempio”, si rivolgono ai giovani, recitano la loro parte per acquietare la propria coscienza, spiegando quanto dolore c’è stato, quanto importante sia la memoria di quei grandi uomini, magistrati e scorte, che hanno sacrificato la propria vita per liberare l’Italia dalla mafia. Lo fanno come se non sapessero altro, come se avessero vissuto, in questi venti anni, in un altro Paese. Fanno quasi credere ai più giovani che Falcone e Borsellino siano sempre stati osannati da tutti, omaggiati in ogni dove, protetti dallo Stato. Ma perché non ricordano quasi mai che questa coppia di magistrati, in particolare Falcone, sono stati bersaglio di attacchi, oltraggi, violentissime accuse, isolamento, delegittimazione?

Perché in questo Paese c’è una memoria, ufficiale, convenzionale, accettata, ed un’altra memoria, pericolosa, sovversiva, vera, che va tenuta nascosta per evitare che chi ancora siede tra i banchi del potere o dorme e scherza in letti di ospedale possa esser visto bene in faccia, con le sue rughe sporche di sangue ed i suoi occhi piccoli, quasi inesistenti al pari della propria moralità. Una memoria vera che ti racconta di servizi e di apparati deviati che hanno sventrato lo Stato di cui facevano parte, che hanno protetto boss latitanti, hanno cercato l’accordo con loro, hanno trattato per seppellire, insieme a chi li contrastava, anche le verità che stavano per svelare.

Mi chiedo quanti di quei faccioni contriti, in apparenza seri e adeguati all’occasione, alla forma, con in tasca i sermoni retorici scritti dai loro collaboratori, useranno parole simili di stima e di ricordo quando, ad esempio, Giulio Andreotti saluterà il mondo portandosi con sé i segreti d’Italia? La retorica è uno dei mali di questo Paese, è il marchio lercio di un’incoerenza irritante, la stessa che fa sì che, nei giorni in cui si commemora Falcone e tutti quelli che sono morti nella lotta contro la mafia e i suoi complici politici, si lasci solo, per l’ennesima volta, Pino Masciari, imprenditore che ha denunciato le ‘ndrine, o si permetta che Telejato, presidio di informazione fondamentale in terra di mafia, si avvii alla chiusura. Dobbiamo aprire gli occhi, dobbiamo spingere ancora sull’acceleratore dell’educazione alla legalità, cercando di modificare anche certi registri. Perché l’aspetto emotivo, quello tanto caro alla fiction, non può essere l’unico mezzo per svegliare gli italiani.

Bisogna ragionare, partendo dai fatti, facendo capire che la mafia non è l’unica traccia di piombo da cercare tra le chiazze di sangue che hanno macchiato la storia più tragica di questa nazione. Ci sono colpevoli che siedono ancora sui troni dorati reclamando una verginità mai avuta, ci sono facce oscure che si nascondono nelle segrete del potere, ci sono traditori mascherati da angioletti. Ci sono le indagini, i fatti, i nomi e i cognomi. C’era un’agenda rossa che è sparita e che conteneva la verità. C’è una superficialità appiccicosa nel parlare di mafia che non aiuta a comprenderla. Brindisi ne è l’emblema. C’è una verità che cerca di emergere e c’è lo sdegno nei confronti di uno Stato sempre più debole.

C’è soprattutto la cattiva abitudine di commemorare i morti lasciando soli i vivi. Con il risultato che a far così si commette un omicidio plurimo: si uccidono per la seconda volta quelli che sono già caduti, si uccide la memoria, si uccide o si rischia di uccidere quelli che, ancora in piedi, combattono nel solito maledetto isolamento. E rassegnarsi non serve, stare in disparte nemmeno. Saremmo complici. Senza alibi e senza giustificazioni. Abbiamo l’obbligo di mobilitarci. E per far sì abbiamo il dovere di ricordare, non per immagazzinare informazioni, ma per rifocillare la rabbia, prima che si perda nel nulla della retorica e dell’inerzia.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

Autore

Massimiliano Perna

Sono un giornalista freelance, mi occupo da molti anni di immigrazione e diritti, ma anche di ambiente e mafia. Scrivere per me significa respirare e prendere posizione. Amo leggere e amo visceralmente la mia Sicilia e le opere di Pippo Fava. Ho un debole per le menti critiche che si coniugano con l'umanità e la semplicità. Disprezzo i razzisti e gli ipocriti e l'inerzia di chi potrebbe fare qualcosa ma non la fa. Sono il fondatore di questo sito, nato nel 2006, che oggi ha anche una web radio nella quale curo una trasmissione di approfondimento. I tempi sono bui e i silenzi troppi. Un megafono, sia esso di ferro, di righe e inchiostro o collegato a un mixer virtuale, può accendere qualche piccola luce. La mia speranza è di riuscire a tenerlo sempre acceso.

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