Con le scuse a John Niven, un’appendice apocrifa di “A volte ritorno”.

– “Vai tu”
– “Io?”
– “Tu. L’ultima volta è toccato a me”, disse Fabiano incrociando le braccia e stringendo le pupille.
– “Non ti scordi mai niente tu, eh?”, rispose Seba piegando la testa.
– “Non perdere tempo…”

Seba si avvicinò alla porta, la sfiorò e un placido “avanti” lo avvolse come una coperta calda sulle dolomiti a novembre. Entrò e lo vide, letteralmente raggiante, seduto alla scrivania, con la solita tazza ‘IL CAPO SONO IO’ fumante sotto il suo naso.

– “Dimmi”, fece Dio scrutando l’espressione timorosa che aveva di fronte.
– “Beh, ecco…”.
– “Cosa?”, lo incalzò con un’aria simile a quella che l’ultima volta gli aveva fatto dire ai santi riuniti: “Che cazzo sta succedendo sulla Terra?”.

Seba attese un attimo, cercando di reggere quello sguardo magnetico, poi gettò fuori le parole come uno sbuffo di vento: “L’hanno fatto di nuovo”.

– “Hanno fatto di nuovo cosa?”.
– “Hanno calpestato il pane”.

Dio abbassò il capo improvvisamente, come in segno di sconfitta. Poi spinse indietro la sedia, si alzò, congiunse le mani dietro la schiena e prese a camminare avanti e indietro. Dopo qualche secondo tornò a guardare Seba: “Spiegami bene”.

– “Ecco… Lo sappiamo, no, che imparano difficilmente?…”.
– “Ho detto spiegami”, lo interruppe con voce ferma. “Non è il momento dei giri di parole”.

Seba raccolse tutta l’aria che aveva attorno, inspirò e tentò di restare calmo.

– “A Roma, in una zona periferica, un gruppo di cittadini ha messo su una protesta perché era stato annunciato che sessanta o settanta Rom sarebbero arrivati…”.

– “I Rom? Quelli di Kusturica, giusto? Quanto mi divertono quei ritmi… Te lo ricordi Train de vie?”.
– “Train de vie? Beh…”.
– “Lascia perdere. Vai avanti”.
– “Ok. È successo che alcuni di loro, quando è arrivato il cibo che era stato preparato per i Rom, lo hanno rovesciato e calpestato. E, appunto, si trattava di pane”.
– “Di pane…”, fece Dio portandosi la mano sotto al mento e accarezzandosi la barba sale e pepe.
– “Pane, sì. Non l’avrei disturbata se magari fosse successo altro, ma visto che abbiamo messo gesti come questo in cima all’elenco delle priorità dopo i fatti di Bologna…”
– “Bologna, già. Il latte versato sui binari della stazione, dove dovevano arrivare i profughi istriani…”
– “Sì, per i bambini malnutriti…”

– “Non è necessario che me lo ricordi, non mi sono rincoglionito”, lo fulminò Dio. Ma solo con lo sguardo.
– “Vuole che chiamo gli altri, li avviso di una riunione…”
– “No, lascia stare. Piuttosto: sai dov’è mio figlio?”
– “L’ho visto con Jimi l’ultima volta, erano in giardino con le chitarre…”.

Seba si bloccò e sgranò gli occhi: “Non vorrà  mandarlo giù per la terza volta?”.
-“Mandarlo giù? No. È appena rientrato. Voglio solo chiedergli…”.
– “Ok, allora…”.
– “Anzi no”, lo interruppe. “Lascia perdere. Facciamo così: dimmi prima com’è andata. Dammi i dettagli”.
– “Beh, è successo che s’era sparsa la voce che sarebbero arrivate queste persone di etnia Rom, da ospitare in un Centro di accoglienza, e alcuni abitanti sono scesi in strada, hanno rovesciato e incendiato diversi cassonetti, hanno creato barricate. Inizialmente erano una trentina, poi si sono moltiplicati. Quasi trecento, alla fine”.

– “E il fatto del pane?”
– “Quando sono arrivati i panini per gli ospiti del Centro qualcuno ha preso i contenitori, li ha rovesciati in terra e ha gridato che dovevano morire di fame”.
– “Capisco. Ed è andata avanti a lungo?”.
– “Qualche ora”.
– “E nessuno ha detto una parola”.
– “No, il gesto è stato condannato, come succede sempre…”, fece il santo agitando la mano sinistra a mezz’aria.
– “Barabba condannarono, Seba! Barabba, porca…”, lo interruppe Dio, che si portò le dita della mano sinistra sugli occhi, premendo forte. Poi riprese: “E questi trecento hanno fatto quello che hanno voluto, senza che nessuno…”.
– “Beh, qualcuno li ha affrontati”.
– “Ma chi? Le guardie?”.
– “No. C’è stato ad esempio un ragazzo…”.
– “Un ragazzo?”.
– “Sì, un quindicenne”.
– “Li ha affrontati?”.
– “Ha chiesto se poteva dire la sua, e lo hanno lasciato parlare. Era un ragazzo del quartiere. Gli ha spiegato che secondo lui le etnie non sono importanti, che nessuno deve rimanere indietro”.

Dio rimase in silenzio, e riprese a camminare avanti e indietro con le mani congiunte dietro la schiena. Seba lo osservava. Poi si fermò e chiese: “Hanno avuto un dialogo?”.

– “Per la verità chi parlava con lui credo non lo ascoltasse moltissimo. Cioè: erano così convinti delle loro ragioni da non accettare repliche, nemmeno ragionevoli”, rispose Seba. Poi tirò fuori un foglietto, lo portò davanti agli occhi e disse: “Dunque, cito: Te sembrano ’na minoranza i Rom in Italia?, chiede uno dei manifestanti. E il ragazzo risponde: Me sembrano ’na minoranza che sì: semo sessanta milioni in Italia”.

– “Questo, quindi, era il livello…”, commentò a voce bassa Dio.

– “Sì. Il manifestante gli ha messo le mani addosso, ma senza fargli del male. E lo incalzava. Prima, ad esempio, gli aveva chiesto: Ma tu sei contento che hanno messo sessanta Rom qua? E il ragazzo aveva risposto: A mme sessanta persone nun me cambiano a vita. Il mio problema non è chi mi svaligia casa, il problema mio è che mi svaligiano casa. Se mi svaligia casa un Rom tutti glie dovemo annà contro, poi quand’è n’italiano, vabbè, sto pure zitto sul fatto che è italiano. Quindi su sta cosa bisogna annà sempre contro la minoranza, a me non me sta bene che no”. E poi ha aggiunto: “Seconno me nessuno deve esse’ lasciato indietro”.

– “Ok. Lascia stare mio figlio, e lascia stare il resto dei santi”, disse Dio, improvvisamente e con tono risoluto.
– “Non si fa niente stavolta?”.

Dio si avvicinò a Seba, gli mise un braccio intorno al collo e prese a camminare con lui, abbassando il tono della voce: “Vedi, io il libero arbitrio non me lo sono inventato perché m’annoiavo. Era necessario. In fondo a Mosè avevo detto di comunicare a tutti una sola regola: fate i bravi. Poi quello s’è lasciato prendere la mano, e sappiamo com’è finita, ma la sostanza non cambia. E il libero arbitrio serve proprio a dare a tutti la possibilità di seguire quella regola senza costrizioni”.

– “Però abbiamo visto che…”, provò a obiettare Seba.
– “Sì, ne abbiamo viste parecchie”, lo interruppe Dio. “Vero è che nel medioevo m’ero preso una vacanza, e pure poco tempo fa, quando hanno provato a distruggere la terra a colpi di bombe. Poi, certo, anche ora ci sono gli antiabortisti che fanno i convegni in mio nome e si voltano dall’altra parte se la gente affoga in mare, credendo che non m’accorgo di niente solo perché la domenica si ricordano a memoria le formule che dicono che solo il padre… Però c’abbiamo quel ragazzo, Seba. Quel ragazzo ha detto Secondo me nessuno deve essere lasciato indietro. E lo ha detto in faccia a trecento persone che appiccavano il fuoco e urlavano di rabbia”.

– “Sì, ma non è servito a farli ricredere. E c’è pure chi ne ha fatto una questione soltanto politica”.
– “Mi rendo conto. Ma quello è un seme. Se ancora ci sono semi, allora non dobbiamo perdere la speranza. Non serve mandare ancora mio figlio, o intervenire in qualche altra maniera”.
– “Ho capito. C’è ancora speranza, insomma”.
– “Esatto”, rispose Dio dando una pacca sulla spalla a Seba.
– “Certo – intervenne il santo sollevando l’indice sinistro – c’è pure chi ha preferito discutere dell’uso del dialetto da parte del ragazzo, facendone una questione sociale, piuttosto che discutere dei contenuti del suo discorso, o del suo coraggio…”.
-“Seba – intervenne Dio, sorridente ma con tono quasi infastidito – T’ho detto poco fa del libero arbitrio, ricordi?”. E lo spinse fuori, sorridendo ancora.

Un istante dopo Dio tornò alla sua scrivania, afferrò la tazza ‘IL CAPO SONO IO’ ancora fumante, la sollevò, la osservò e fra sé e sé chiosò: “Discutere dell’uso del dialetto… Gliel’ho detto che c’è il libero arbitrio. Sono liberi pure di dire cazzate”.

Seba Ambra -ilmegafono.org