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Una battaglia che non risolve una guerra

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Parità di genere. L’ultimo tema che riempie giornali, bocche, social. La legge elettorale è il punto da cui passa il ritorno a un sistema democratico compiuto, che dovrebbe cancellare l’anomalia italiana del Porcellum, la legge “porcata” per dirla con le parole del suo grottesco padre. Le donne sono in rivolta, tutte, trasversalmente, da Forza Italia a Sel. Chiedono che non si discrimini, che oltre alla previsione del 50% di donne in lista, si stabilisca l’alternanza fissa uomo-donna, spazzando via l’ambiguità del testo e allontanando il rischio di vedere i primi posti tutti occupati dall’accoppiata uomo-uomo. Una battaglia che è il punto finale della lunga marcia partita dalle politiche per le quote rosa, passata dai regolamenti interni ad alcuni partiti e arrivata alla formazione del governo più femminile (oltre che giovane) della storia italiana.

Nel Paese del femminicidio e delle mentalità aberranti, delle discriminazioni, dei pervertiti e delle escort (di entrambi i sessi) di palazzo, il tema della parità di rappresentanza assume contorni di assoluta urgenza. Un’urgenza di civiltà e di uguaglianza che ha abbattuto, come in altre questioni attinenti ai diritti in questione, i confini di parte. Da uomo che da sempre si schiera con le donne, però, non riesco ad appassionarmi totalmente a questa specifica battaglia. Forse proprio perché è una battaglia e solo perché tale ce la lasceranno vincere. Altrimenti avremmo perso in partenza. Sì, avremmo, poiché è parte di una guerra a cui anche noi uomini che amiamo le donne, davvero e non solo a parole, vogliamo partecipare per vincerla tutti insieme.

Personalmente, però, non ho mai condiviso l’idea delle quote rosa o dell’immissione di una quantità di donne nelle liste per decreto o per legge. Non ha senso. Questa è una visione minuscola, significa ridurre una maggioranza come quella femminile a una minoranza, a una marginalità. Le donne primeggiano nel mondo del lavoro e in quello economico e culturale, ma vengono ancora discriminate, penalizzate, umiliate ai livelli meno in vista. E non è certo con un provvedimento elettorale che si risolverà tutto questo. Potrebbe essere certo una battaglia vinta, ma a patto che non si riduca a una vittoria di facciata. Perché se tutto ciò si dovesse tradurre in una semplice parità di accesso ai sistemi di potere, senza una competenza, senza che poi ci si batta per l’allargamento dei diritti delle donne, per l’ampliamento delle normative a tutela delle lavoratrici e di quelle contro la violenza, allora che senso ha tutto questo strepitare?

Se si pensa che con le quote di parità si otterrà il successo da sventolare come vessillo di una crescita civile, distraendosi poi su quelle che sono le vere urgenze in materia, allora preferisco che le cose restino così come sono e che si continui a lottare, motivandosi, dal basso per chi rimane invisibile, dimenticato dal potere e nascosto dalla società. Le donne in politica, specialmente durante il berlusconismo, sono aumentate in misura notevole, ma questo non ha determinato un conseguente e diretto miglioramento, perché il problema di questo Paese dannato è diffuso, generale e attiene alla mancanza di intelligenze, valori, cultura, che rimangono emarginati dalla politica, dove invece trovano spazio le clientele, i rapporti personali, le mediocrità, sia a livello maschile che femminile, senza differenze. Le quote rosa non mi piacciono e sinceramente nemmeno questa passione indignata sulla parità di genere.

Non me ne vogliano le associazioni o le combattive attiviste, ma credo si stia commettendo un grosso errore, che replica altri commessi in passato. Nel senso che si sta spostando l’attenzione da quello che è il vero nodo, la vera vergogna, ossia l’assenza delle preferenze, l’impossibilità che le candidate o i candidati siano scelte e scelti secondo meccanismi diretti di merito, che magari vengano preceduti da altri interni ai partiti (vedi le primarie), piuttosto che dai legami stretti con i vertici e le segreterie degli stessi. Credo che anche in questo siamo una nazione piccola piccola. Maschilista e psicologicamente opprimente, a tal punto che le donne si devono accontentare di quote e non guardare oltre le stesse. Siamo un Paese che pensa di poter risolvere la sua problematica malattia con leggi e regolamenti che non fanno altro che dare qualche antinfiammatorio locale per un dolore che invece è generalizzato, profondo e radicato fin negli organi più interni.

Sarò un visionario, ma credo che il sogno di ognuno di noi dovrebbe essere un Paese nel quale chi merita, indipendentemente dal genere, va avanti e riceve spazio, in un’alternanza naturale basata sulle capacità e sulle competenze. Perché per quanto mi riguarda, tra Brunetta e la Prestigiacomo, la Cancellieri e Alfano, La Russa e la Biancofiore o Boccia e la Di Girolamo, non c’è chi si salva o chi ha più diritto. Non vorrei vedere uno di loro a rappresentarmi, non vorrei dare ad alcuno di loro accesso. Vorrei assistere a una vittoria del merito, per una volta nella mia vita. Vorrei che ci si incazzasse contro lo scippo delle preferenze (ritenuto già incostituzionale dalla Consulta), che senza bisogno di altre aggiunte permetterebbero a una donna capace di essere la prima degli eletti, al di là della posizione in lista.

Vorrei che i partiti, loro sì, inserissero dentro la propria organizzazione regole che garantiscano l’uguaglianza nei punti di partenza, eliminando le chiusure e le discriminazioni. Ma, diciamocelo, ciò dovrebbe valere anche nei confronti degli intellettuali e delle persone capaci, donne o uomini che siano. Perché la guerra dobbiamo vincerla tutti. Le battaglie sono spesso illusorie, se l’esercito avversario che ti ha concesso una tregua e che spesso è formato anche da chi dovrebbe stare dalla tua parte, ride perché sa di poter contare su un arsenale di violenza fisica e psicologica, umiliazioni, negazioni di fondi ai centri antiviolenza, negazioni di diritti sul lavoro, sulla gravidanza, sulla precarietà.

Proprio per questo, dobbiamo andare oltre le quote e sperare che il futuro veda il primato dell’intelligenza, che, chissà, potrebbe regalarci una classe politica interamente e non solo parzialmente femminile. Oppure anche mista, in proporzioni variabili. Ma mi chiedo e vi chiedo: siamo ancora in grado di sognare, senza lasciarci distrarre dagli slogan e senza perdere di vista la realtà?

Autore

Il randagio

Un blog per riflettere criticamente sull'attualità, sulla vita e sulle tante ingiustizie contro cui siamo chiamati a combattere e a non girarci dall'altra parte. Il punto di vista di un "randagio" dell'informazione, uno che ritiene che scrivere non è solo raccontare dei fatti, ma anche prendere posizione quando quei fatti sono palesemente disumani o ingiusti.

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