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La violenza sulle donne non si combatte in silenzio

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In un momento come questo, nel quale la crisi, prima che economica, è soprattutto una crisi di valori che sta squagliando, sotto la fiamma della violenza, della menzogna e della propaganda, la dimensione umana, anche la bellezza si assottiglia nei nostri pensieri. Il grigiore del tempo invade ogni spazio, anche nella nostra interiorità, a meno che non appartieni alla schiera di quelli che se ne infischiano, si disinteressano, credono che tutto quel che accade non li riguardi. Personalmente, questo grigiore lo vivo, nel mio umore, nella rabbia e nel dolore per le assurdità che quotidianamente ci vengono proposte. Penso alla bellezza che l’umanità sa regalare e che invece vedo ferita, piegata, costretta a nascondersi, spesso in luoghi impervi, in situazioni complesse. Allora, come quando mi trovo in apnea a risalire dai fondali incantevoli del mio mare estivo, sento il bisogno di respirare, di pensare alla bellezza (nel senso più ampio e profondo possibile), a qualcosa che possa esprimere il senso dell’esistenza. 

Automaticamente, il mio pensiero viene inondato di femminilità, di parole al femminile, di concetti, volti, desinenze, aggettivi, esclusivamente al femminile. La natura, madre terra che resiste alle violazioni dei suoi figli ingrati. La mia isola, meravigliosa, seducente, di una bellezza che vince sugli sfregi, sulle lame affondate sulla sua pelle di grano e di mare da chi continua a giurargli un amore che in realtà è perversione, bugia, violenza. La mia isola che è femmina, con il significato di fierezza, carisma, forza, passione e al contempo dolcezza, fragilità, ragione, che questa parola conserva.

Come le donne a cui penso ogni volta che voglio respirare, ogni volta che immagino quanto questo mondo sarebbe ancora più orribile e quanto la mia vita sarebbe (e sarebbe stata) più povera senza di loro. Le donne che mi hanno cresciuto e che, insieme a uomini che le amavano, hanno insegnato anche a me ad amarle, tutte, e a non lasciarmi fregare dall’idea che bisogna sentirsi “maschi” per essere uomini. Le donne che mi hanno regalato l’amicizia più bella, le parole più profonde, aprendomi i pensieri più affascinanti, quelli che provengono dai meccanismi intricati e intelligenti che si muovono dentro la loro testa. Comprenderle o provare a farlo è una delle gioie più grandi che la vita ti regala, è un gioco gentile e meraviglioso che ti riempie l’anima. Ho avuto il privilegio di conoscere la bellezza femminile da vicino, di incontrare tante donne che hanno attraversato la mia vita. Certo non tutte mi hanno insegnato o lasciato qualcosa, ma quelle che lo hanno fatto, nel bene o nel male, mi hanno aiutato a crescere e mettermi alla prova. Donne che ho amato e che mi hanno amato e donne che amo e che mi amano, anime che si sono lasciate scoprire, tra il pudore e la sfrontatezza, tra la sicurezza e la dolcezza.

L’anno scorso ho scritto queste parole che ancora oggi per me sono valide: “Non riesco a immaginare un mondo senza di loro: sarebbe condannato a morte e privo di colori, di gioia, di forza, di equilibrio. Tutte cose che, ancora oggi, mi emozionano, in maniera automatica, naturale, irrazionale. La mattina, in metro, o per strada, quando passeggi, è bello incontrare quel mosaico incantevole di donne di ogni età, con i loro sguardi, i loro discorsi, i loro sorrisi (quante varietà di risata esistono?) la grazia, la timidezza, la sfrontatezza, la libertà, la rivendicazione, la fatica, la gioia, l’apprensione, la sicurezza, la maternità, la sensualità, l’amore, una bellezza che non è solo e per forza esteriore, ma che proviene dall’interno, da un infinito big bang nell’universo del loro essere. Bellezza, che è il pieno di tutto. Bellezza totalizzante, quella sì, che è incontro estetico e interiore, eleganza, carisma, intelligenza, forza, coraggio, idealismo puro, generosità, bravura, capacità di usare le parole con chiarezza e pulizia. E in un’Italia che da sempre odia le donne fingendo di amarle, essa dà fastidio, suscita la voglia di vendetta di chi è abituato all’inferno dei sentimenti e all’oscurità, alla violenza e alla frustrazione di un’inferiorità manifesta”.

Avevamo appena salutato Franca Rame, quando scrissi queste parole. Avevamo appena salutato una grande donna, che aveva subito una terribile violenza e aveva trasformato il dolore in rabbia, in lotta, in impegno civile. Erano i giorni nei quali il dibattito sui diritti delle donne era acceso, vivo, sollecitato dai tanti casi di cronaca che ci raccontavano un’Italia nella quale la percentuale di donne sopraffatte dalla violenza fisica, psicologica e culturale risultava molto più elevata di quello che in molti pensavano. Oggi, in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ripenso a quanto il dibattito si sia improvvisamente spento e la questione sia finita in basso nell’agenda mediatica, soppiantata dalle beghe politiche, dalle dichiarazioni folli, da altri orrori. Eppure le donne continuano a subire violenza e a morire, uccise da uomini che fingevano di amarle. I casi di cronaca, i cosiddetti femminicidi, continuano a insanguinare il Paese, ma evidentemente non meritano più le prime pagine, le trasmissioni, i dibattiti, le proteste nei riguardi di chi dovrebbe attivarsi per educare gli uomini e per aiutare le donne, imprigionate dentro i loro inferni sentimentali e familiari, a uscirne fuori, a liberarsi, a trovare protezione e una nuova occasione di vita.

L’Italia chiude gli occhi sia dinnanzi a chi soffre in silenzio sia dinnanzi a chi mostra i lividi. La politica è responsabile, perché nulla fa, ad esempio, per dare applicazione alla Convenzione di Istanbul, per la prevenzione, per migliorare una legislazione insufficiente o per dare una mano concreta ai centri antiviolenza, che fanno il possibile con pochi mezzi, senza un adeguato sostegno. Dopo l’emozione per l’escalation di tragedie finite in prima pagina, si è tornati alla normalità, all’indifferenza, alla sottovalutazione. Come se tutto fosse passato. Ma non è passato nulla. L’Italia ha la stessa faccia, quella di una donna. Ed è piena di cicatrici che fanno ancora male. La strada verso il diritto, la tutela preventiva, la certezza della pena e, soprattutto, l’educazione al rispetto delle donne e l’abolizione della logica maschile del possesso, è ancora molto lunga e tortuosa. Ce lo ripetiamo ogni anno. E ogni anno ci troviamo di fronte gli stessi terribili dati di violenza e morte. Che fanno rabbrividire tutti noi che continuiamo ad amare le donne nel Paese che odia le donne.

Autore

Il randagio

Un blog per riflettere criticamente sull'attualità, sulla vita e sulle tante ingiustizie contro cui siamo chiamati a combattere e a non girarci dall'altra parte. Il punto di vista di un "randagio" dell'informazione, uno che ritiene che scrivere non è solo raccontare dei fatti, ma anche prendere posizione quando quei fatti sono palesemente disumani o ingiusti.

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