Mohammed Ben Ali aveva 37 anni, ma per il fuoco che in una notte sbagliata ha bruciato la sua vita e i suoi sogni era solo uno dei tanti invisibili che di notte dormono nelle baracche. Qualche ora di sonno, il tempo appena necessario per recuperare quelle forze che di giorno servono per lavorare nei campi dove c’è un raccolto da mettere nelle cassette che poi arrivano sulle nostre tavole, sotto lo sguardo duro dei caporali a vigilare che tutto vada secondo le regole.

Mohammed, che tutti chiamavano “Bayfall”, era uno dei tanti braccianti arrivati dall’Africa per inseguire un sogno e che poi si ritrovano prigionieri nelle baraccopoli che noi facciamo finta di non vedere. È morto all’alba nel ghetto di Borgo Mezzanone, a Foggia. È morto senza avere il tempo di alzarsi e regalare un altro giorno della sua vita alla fatica dei campi. Mohammed è solo l’ultimo, in ordine di tempo, ad andarsene dalla vita in questo modo. Ma noi siamo troppo impegnati nella nostra quotidiana ricerca della normalità per capire fino in fondo cosa significhi morire per colpa del fuoco all’alba, in solitudine, dentro una baracca di un paese straniero, lontano dalle proprie radici e dai propri affetti. Mohammed era originario del Ciad e in quel ghetto, in provincia di Foggia, non ha trovato nulla di quello che cercava in questo suo cammino verso la vita. Sfruttamento e schiavitù sono stati i suoi compagni di viaggio, come lo sono per le migliaia di braccianti che in tutta Italia sopravvivono nel Medioevo dei nostri tempi. Una sopravvivenza scandita dagli ordini dei caporali e dall’indifferenza di gran parte della “società civile”.

Mohamed è l’ennesima vittima dei fuochi che divampano nelle baraccopoli di casa nostra, dove mancano l’acqua e l’energia elettrica e dove le candele sono, quasi sempre, l’unica possibilità per accendere il fuoco di stufe e fornelli di fortuna per scaldarsi d’inverno e su cui cucinare qualcosa. Nelle baraccopoli la vita è questa, nient’altro. La notte passa e corre via, e all’alba ci si mette in fila per salire sui camion che portano ai campi o ovunque sia concesso qualcosa che non è lavoro, ma schiavitù. Anche il viaggio su quei camion è un’ombra minacciosa su quelle vite: nell’agosto del 2018, in due incidenti stradali a pochi giorni l’uno dall’altro, 16 braccianti non ebbero nemmeno il tempo di capire che quello sarebbe stato il loro ultimo viaggio da schiavi.

La mappa delle baraccopoli che confina i braccianti “invisibili” dalla vita è una tela di ragno che coinvolge quasi tutto il centro-sud del Paese ma sarebbe davvero ipocrita sostenere che il ricco “nord” sia immune da questa piaga. I ghetti d’Italia crescono ovunque, stracolmi di braccianti senza nessuna tutela e nessuna garanzia ma utili per ogni esigenza: che si tratti di pomodori o arance, uva pregiata o fatica nei capannoni e nelle fabbriche del nord, non fa differenza.

Certo, i nomi di San Ferdinando nella piana di Gioia Tauro, di Rosarno e di Cassibile, di Borgo Mezzanone e altri, sono nomi che hanno conquistato sempre le prime pagine ma sono solo la punta più visibile di un iceberg che ha radici profonde nel nostro Paese. Le stime pubblicate nel febbraio 2019 dall’Osservatorio Placido Rizzotto parlano di almeno 80 “epicentri italiani dello sfruttamento”, di 27 distretti agricoli coinvolti, e di oltre centomila esseri umani soffocati da questa condizione di sfruttamento. Una paga media giornaliera che oscilla fra i 25 e i 30 euro, di cui una parte consistente rientra nelle tasche dei “caporali”, per giornate di lavoro che non si fermano alle 8 ore. Poi il rientro nelle baracche in cui la vita non esiste e la notte, vissuta fra ammassi di cartone e lamiere, in attesa di un giorno dopo che potrà essere ancora peggiore di quello passato e che, a volte, non arriva nemmeno.

C’è una legge, fra le più inascoltate e disattese di questa Repubblica: è la legge 199 dell’ottobre 2016, ed entrata in vigore il 4 novembre 2016. È la legge che regolamenta il reato del “caporalato” e pone sullo stesso piano il caporale e chi ne sfrutta il servizio: qualche arresto in tutta Italia, qualche processo che ha aperto una porta sullo sfruttamento economico e umano, sull’assenza dei diritti sociali e sulle terribili condizioni di vita nelle baraccopoli … tutto quello che basta per comprendere come nel nostro Paese il lavoro nero e lo sfruttamento siano una regola consolidata. Non solo il caporalato delle campagne, ma anche quello urbano che recluta i nuovi schiavi nelle periferie delle città: l’edilizia e il facchinaggio, le consegne a domicilio: c’è sempre un mercato per gli schiavi.

Eppure, nulla è cambiato. Perché le cose possono cambiare solo se accanto alle leggi cammina il coraggio politico, il funzionamento dello Stato e delle sue istituzioni. Questo coraggio non c’è, e quando c’è cammina su gambe e coscienze che vengono lasciate sole dallo Stato, se non addirittura contrastate e penalizzate. Sulle condizioni di vita degli “invisibili”, e sul loro sfruttamento, pesa come un macigno il silenzio della politica e della grande informazione: pochi minuti di attenzione e qualche promessa nel momento della tragedia, poi torna il silenzio, rotto solamente dal coraggio e dalla splendida cocciutaggine di chi da sempre si batte per la dignità degli sfruttati: lavoro sul territorio, solidarietà concreta e non elemosina, impegno costante e non passerella d’occasione davanti alle telecamere. Questi “splendidi cocciuti” ci sono sempre e non si arrendono mai, creano un tessuto sociale e umano con i migranti e lottano ogni giorno contro amministrazioni assenti quando non ostili.

Entrano in quelle baraccopoli, perché per conoscere e capire davvero cos’è un inferno bisogna entrarci e sentirne l’odore, guardare in faccia la miseria, le lamiere e i cartoni dove si dorme, bisogna sentire la nausea della sporcizia, capire cosa vuol dire non avere acqua e corrente elettrica. Quando si riesce a fare questo passo allora si può guardare negli occhi di queste persone che il sistema tratta come scorie di nessuna importanza, braccia da lavoro che oggi servono e domani non importa… Se la scoria viene eliminata la fila fuori dalla baraccopoli è lunga. Eppure, quando si riesce a fare questo passo negli occhi di queste persone si incontra quel profumo di dignità che i cartoni e le lamiere della baraccopoli non riescono a uccidere. Lo feriscono ma non lo uccidono, a quello ci penserà il fuoco di una notte sbagliata e più cattiva delle altre.

Chi ha conosciuto Mohamed Ben Ali, per tutti “Bayfall”, racconta che era un ragazzo sempre sorridente e che nel tempo libero vendeva braccialetti e bigiotteria per la strada. Quanti Bayfall incontriamo quando camminiamo per le strada delle nostre città? qualcuno ci chiede di comprare un libro che racconta qualcosa del loro Paese, qualcuno ci chiede di comprare un braccialetto o un filo di stoffa colorata. Qualcuno si accontenta di qualche moneta per bere o mangiare qualcosa. Rispondono comunque con un sorriso anche di fronte a un nostro rifiuto e tante volte noi non siamo capaci di ricambiare quel sorriso. Sono persone, essere umani che camminano su una strada molto più difficile della nostra e conoscono ogni angolo della solitudine e dell’emarginazione. Sono invisibili, persone di cui troppi di noi si ricordano solo quando mancano le braccia per lavorare nei campi.

Aboubakar Soumahoro si è inginocchiato, insieme ad altri braccianti, davanti a quello che rimaneva della baracca dove Mohammed ha scritto l’ultima pagina del suo libro, della sua storia. L’ultimo saluto a un compagno di strada e la promessa di un impegno che continuerà, e poi l’annuncio di essersi autoinvitato agli Stati Generali che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha voluto. Un’occasione ancora, l’ennesima, che lo Stato e le istituzioni hanno avuto per provare a guardare in faccia chi, ogni giorno, chiede rispetto per la vita degli invisibili. So che Aboubakar Soumahoro non ha abbassato gli occhi, vedremo se lo Stato adesso saprà fare altrettanto.

Maurizio Anelli (Sonda.life) -ilmegafono.org