Almeno 24 milioni di persone saranno chiamate alle urne oggi per eleggere il nuovo parlamento in Iraq, il primo dopo la sconfitta dello Stato islamico nel 2017. Il paese arriva a questo appuntamento cruciale per il suo futuro in un momento di estrema fragilità e confusione, in cui le divisioni settarie e religiose continuano a pesare come un macigno sull’assetto politico interno. Saranno oltre 7.300 i candidati riuniti in 320 tra partiti, coalizioni e liste per la copertura di 329 seggi nel parlamento monocamerale del paese. I deputati dovranno poi eleggere il presidente della Repubblica e il capo del governo.

Quello attuale, lo sciita Haider al Abadi, si ricandida alla guida dell’esecutivo a capo dell’Alleanza della vittoria, una lista moderata il cui obiettivo è far uscire il paese dalle logiche settarie che lo hanno logorato negli ultimi anni, dopo la caduta di Saddam Hussein nel 2003. Sono queste logiche ad aver creato il terreno fertile per la nascita dello Stato islamico e la sua successiva affermazione ed è per questo motivo che le elezioni irachene rivestono un’importanza particolare per tutta la regione mediorientale.

Se infatti, come è prevedibile, nessuna coalizione in lizza otterrà la maggioranza necessaria per governare, l’Iraq potrebbe ritrovarsi nella stessa situazione di oggi, in cui le divisioni religiose, sia tra sciiti e sunniti che all’interno della stessa comunità sciita, permettono a potenze esterne (come l’Iran) di influenzare ogni scelta politica del paese. Teheran, nella guerra allo Stato islamico, ha giocato un ruolo determinante, finanziando e armando le forze paramilitari (Unità di mobilitazione popolare, Pmu) che hanno sostenuto le operazioni dell’esercito iracheno. Ed ora quelle stesse milizie si sono riunite sotto l’ombrello politico della coalizione Fatah (conquista), guidata dallo sciita Haider al Amiri, e, secondo i sondaggi, potrebbero ottenere almeno il 3 per cento dei voti e avere quindi voce in capitolo nel futuro parlamento.

Altro fattore interno di cui tenere conto è la variabile costituita dal movimento di Moqtad al Sadr, leader religioso che negli ultimi anni si è reso famoso per la sua lotta interna alla corruzione e l’opposizione al governo Abadi. Al Sadr non ha mai manifestato la volontà di candidarsi per una qualsiasi carica politica, ma di fatto guida un gruppo che attualmente è rappresentato nell’assemblea legislativa e dopo il voto di oggi potrebbe anche fare da “ago della bilancia” nella formazione del prossimo esecutivo. Sulle elezioni peserà inoltre la situazione della regione autonoma del Kurdistan, ancora problematica a seguito degli sviluppi del referendum sull’indipendenza dello scorso 25 settembre.

I negoziati post-elettorali in Iraq saranno seguiti con molta attenzione dalle principali potenze regionali e dovrebbero esserlo anche dall’Ue e dall’Occidente che in Iraq hanno interessi economici importanti. Secondo produttore dell’Opec, il paese mediorientale ha ripreso negli ultimi due anni a esportare greggio, anche dalla ricca regione curda, in cui si concentra buona parte delle riserve nazionali di petrolio. I negoziati post-elettorali saranno inoltre lunghi e faticosi, mentre il paese avrebbe bisogno di un governo operativo fin da subito, per far fronte a problemi urgenti come la ricostruzione delle aree distrutte dalla guerra, l’enorme numero di sfollati e la disoccupazione dilagante.

Giorgia Lamaro -ilmegafono.org