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Pierpaolo Pasolini, intellettuale profeta a cui tutti dovremmo rispetto

Pierpaolo Pasolini, intellettuale profeta a cui tutti dovremmo rispetto

Ricordare Pasolini a quarant’anni dalla morte ha già il sapore della retorica e questo basterebbe forse a farci mandare da lui a quel paese. Continuare a celebrarlo, come si è fatto nelle scorse settimane con citazioni e con dibattiti tra esperti, potrebbe provocargli uno sconfortato scuotimento di testa mentre un amaro ghigno gli si disegnerebbe sulle labbra. Io non ho né la voglia né la competenza per azzardare parole su di lui. Sarebbe come cercare di circoscriverlo nel cerchio di schemi prefabbricati e lui credo che sia stato un uomo fuori dagli schemi. Gli si deve solo rispetto e, se davvero lo si vuole ascoltare attraverso i suoi film, le sue poesie e i suoi libri, bisogna che ci si tolga ogni pre-comprensione, sennò quello sfugge. Le mie sono solo impressioni su un uomo verso cui nutro un sincero rispetto. È lui che si è completamente “detto” al pubblico con indisponente autenticità, senza concedere nulla alle esigenze anestetiche dell’ipocrisia. 

Certo è stato un grande nel panorama della letteratura italiana del Novecento. Forse si potrebbe dire che in lui c’è l’approdo quanto mai neorealista di tutto un turbinare di volti e situazioni che prima erano scarti puri e semplici di una civiltà decadente, centrata su se stessa, alla ricerca di descrizioni in chiave psicologica che dessero voce a un mondo interiore votato alla frammentazione, dove non c’è più alcuna musa ispiratrice capace di suggerire uno stile comunicativo efficace e quindi ci si ripiega più che altro su un soggettivismo senza porte né finestre. Ma con Pasolini quegli scarti puri e semplici diventano urlanti in tutta la loro lercia realtà. Fanno il loro ingresso come protagonisti, e non succubi o rassegnati, sulla scena delle città, dei sentimenti, dei pensieri.

È come se si alzasse un sipario, il sipario dei benpensanti e dei parolai ideologizzati e qualcuno dicesse: “Signori va in scena la vita”. E comincia la rappresentazione allucinata ma vera di vite compromesse, avvoltolate, vite rifiutate perché portatrici del marchio della diversità e dove i sentimenti, l’amore, il rispetto, la civiltà si vendono a tanto al chilo. La vita dei sotterranei che attraversano la città ufficiale abitata da chi pensa a una storia lineare, a una morale discesa dall’alto a stabilire i buoni e i cattivi, a un pensiero che praticamente è esercizio al soldo del potere o puro nominalismo.

Pasolini mi pare che si senta parte di questo “mondo di sotto”, che poi è la realtà vera, e le cose che scrive le butta giù intingendo la penna nel suo sangue, nel suo vissuto. Ne esce fuori una poesia raschiante, di attualità, dove si colgono stati d’animo di gente “che vive proprio così”: una poesia con i piedi per terra che non dà cittadinanza a voli d’autore in cerca di ali inesistenti. Pasolini lo vedo come il corpo di un poeta intrappolato nella roccia della realtà che è blasfema verso l’uomo. Poeta e spirituale, che “sente” a pelle la presenza della bellezza, il senso estetico che attraversa luoghi e tempi. Ma quel poeta sa che anche lui fa parte di questa realtà, ne è coinvolto, ne condivide il marchio della morte pur cantando e poetando.

Mito. Ciò che per altri è sacro, o che è civile e potrebbe costituire uno scopo per il vivere sensato, è solo un mito, pur se aggraziato ed espresso in tante opere d’arte di cui è costellata la storia umana. La sua morte, le modalità della sua morte e il luogo dove l’ha ricevuta mi sembrano l’icona di Pierpaolo Pasolini, la firma in calce alla sua esistenza, la prova, quasi secondo lui stesso, di cosa sono la realtà, l’essere, il sognare.

Mi pare che Pasolini abbia spogliato le parole di ogni vaghezza formale, assumendo come veicolo comunicativo il parlare rude e spiccio della gente di cui è piena la società. Non la lingua dei circoli letterari ma quella delle borgate, dei vicoli in penombra, il dialetto: insomma, la lingua insudiciata, realistica, che tutti usano ma magari non in pubblico perché bisogna salvare le apparenze. Nel cinema allora ha potuto esprimersi con più compiutezza, diciamo di getto. Quei film che, mentre ti raccontano storie di vita ed emozioni forti, ti lasciano intravedere anche un “bello”, il mito, che collega tutti pur abitando in secoli diversi. E ne ha creato di scompiglio! Ma è così che si fa, facendo saltare in aria la maledetta ipocrisia che ci abbassa tutti e quando parliamo diciamo niente perché sennò viene fuori quello che in realtà siamo e cosa veramente pensiamo.

Pasolini non è stato affatto un moralista, ma credo che abbia voluto solo descrivere. Ha descritto ciò che secondo lui è imperituro nel pensiero umano e nell’arte, facendo vedere come esiste in ogni tempo. Ma sempre di mito comunque si tratta per lui. Eppure, senza di esso la devastazione del vivere sarebbe troppo inaccettabile: già basta constatare l’assenza di un Thelos, un fine della storia, per sbattere a terra ogni tentativo di riscossa. Credo che Pasolini da tutti noi dovrebbe essere preso sul serio ma non solamente sul piano del pensiero astratto di una critica letteraria o filosofica o cinematografica. Mi verrebbe da dire: ma Pasolini ha ragione o no ad essere così? Non potremmo metterlo tra i profeti che vedono più in profondità i vissuti che ci appartengono?

L’odore di morte è forte in giro. L’ipocrisia produce pestilenze che neanche ai tempi della peste c’erano. Qualcuno ha sollevato i sacri veli del Vaticano e a milioni si sono visti i topi, le zecche e i ragni. La diffusissima (una volta) cultura cattolica, l’ideologia di sinistra e l’altra sedicente liberal-democratica sembrano essere state più che altro castelli di parole stampate su carta igienica. Pasolini pare che sia stato ucciso banalmente, da banali teppisti in un banalissimo luogo.

La stupida violenza ha spento un uomo che osava pensare ed essere soprattutto se stesso, con la sua “diversità” e la sua omosessualità. Ha osato parlare, esporsi con la sua concreta esistenza alla discussione pubblica. Ma la palude melmosa denominata civiltà contemporanea si è voluta richiudere su di lui. Un banale ragazzo l’ha ucciso. Siamo condannati alla banalità che ci risucchia come l’acqua sporca nel buco del lavandino? Io per lui sento un profondo rispetto. Quanti di noi osano pensare ed esporsi per quello che sono? Quanti di noi, oggi, osano vivere e vivere nella realtà per quanto puzzolente possa sembrarci?

padre Carlo D’Antoni –ilmegafono.org

gli italiani

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