Erri De Luca è stato assolto, la libertà di pensiero e il principio sacrosanto sancito dall’articolo 21 della Costituzione sono stati rispettati. L’incubo è finito, la parola contraria è ancora libera e viva. L’entusiasmo è più che giustificato e, alla notizia della sentenza, è stato naturale sorridere, stringere i pugni o alzare la mano e allargare indice e medio in segno di vittoria. Lo abbiamo fatto in tanti ed è stato giusto così. Ma c’è qualcosa che rimane, c’è un sapore amaro che gocciola da quella gioia mattutina per una speranza di giustizia finalmente realizzata.

Erri De Luca è stato assolto. Erri De Luca, però, in quell’aula di tribunale non avrebbe mai dovuto trovarsi. Non certo per un ipotesi di reato campata in aria, una elucubrazione giuridica ridicola, partita dall’input della società (Ltf) incaricata di costruire la Tav. I magistrati che hanno dato seguito a quella denuncia si sono resi responsabili di una tremenda farsa. Non avrebbero mai dovuto dar luogo a procedere, non avrebbero mai dovuto nemmeno pensare che una frase come quella pronunciata dall’intellettuale napoletano potesse essere considerata un’arma di ritorsione, una istigazione a delinquere. Ciò varrebbe anche se quella frase l’avesse pronunciata un cittadino qualunque, meno celebre e con meno facoltà intellettive e culturali di De Luca.

Per tale ragione, nonostante la felicità per l’assoluzione, non è facile cacciare via l’angoscia per una giustizia che (si spera inconsapevolmente) si è prestata al gioco oscuro della repressione politica, del tentativo di annichilimento di quelle motivazioni fortissime che guidano chi si oppone a un’opera che è utile soltanto a chi ha sancito un patto speculativo economico e politico. In nome di quel patto, da difendere assolutamente e trasversalmente, si è scelto di camminare sopra la testa dei cittadini della Val di Susa, bastonando le loro ragioni e umiliando i loro diritti. Si è scelto di non ascoltare, di sminuire e poi reprimere, si è fatto in modo che le voci che pacificamente chiedevano udienza venissero messe a tacere.

Si è creata, artificialmente, una tensione che è sfociata nella violenza, non certo per colpa dei valsusini. Le frange più ideologizzate che hanno compiuto atti più violenti (che vanno oltre il sabotaggio), infatti, sono state il risultato di una lunga e folle gestione politica basata sulla repressione. In mezzo a tutto questo, le vittime sacrificali sono i cittadini della Valsusa, i comitati di persone che da anni chiedono che venga fermata un’opera mostruosa, sbagliata, ingiusta e inutile. Chi ha gestito tutto questo politicamente, usando la linea dura, è il solo responsabile di tutto quel che è accaduto e accade. Ed è per questo motivo che Erri De Luca non solo non ha commesso alcun reato, ma ha pienamente ragione quando afferma che la Tav è illegale e, in quanto tale, va sabotata. E con lui continueremo a dirlo tutti, con le parole contrarie al biscotto marcio e rancido della speculazione che qualcuno vorrebbe farci passare per buono e nutriente.

La magistratura, o meglio, i giudici che hanno scelto di prestarsi al gioco della Ltf e dei suoi referenti politici (di centrodestra e centrosinistra), si sono messi contro la Costituzione italiana e uno dei principi più sacri della democrazia. L’amarezza è sapere che per loro non ci saranno sanzioni, nonostante l’evidente forzatura giuridica e un processo basato sul niente. L’amarezza è pensare che in Italia si possa finire a giudizio per nulla, per una parola detta, per un pensiero espresso, ovviamente solo se questo pensiero e questa parola sono contrarie al potere e alle sue distorsioni, perché quando invece sono conformi o offensive o coerenti con gli orrori delle maggioranze, allora non si attivano né le toghe né i moralisti al guinzaglio dei loro padroni politici.

L’amarezza che rovina il giorno di festa, dunque, è pensare che ci siano voluti un processo e il rischio di finire in galera per stabilire che dire quel che si pensa riguardo a un’ingiustizia evidente, da uomini liberi e disobbedienti, non costituisce reato né istiga qualcuno a compierlo. E allora un minuto dopo l’assoluzione, la pelle trema quando ti poni una semplice domanda: “E se in quell’aula, da imputato, non ci fosse stato un celebre intellettuale capace di attirare attorno a sé attenzione mediatica e solidarietà, ma un qualunque sconosciuto, come sarebbe finita?”. La risposta potrebbe essere spaventosa ed è proprio questo quel che rimane: il dramma potenziale e attuale che mette in disparte la gioia e lascia tutto il fiele di un presente e di un futuro che non ci sembrano minimamente capaci di proteggere i giusti dall’arroganza del potere.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org