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Il profumo d’aprile

Il profumo d’aprile

È il profumo di aprile quello che si sente e si respira, un profumo intenso che arriva dalla memoria e va dritto al cuore. La memoria che percorre la sua strada scavando nei ricordi raccontati con pudore dai vecchi che hai conosciuto, ascoltata mille volte in famiglia e sulle montagne, letta e studiata sui libri, osservata in vecchie fotografie e nei ritagli di giornali. E imparata a memoria insieme a quelle canzoni che hai ascoltato le prime volte da bambino e ti sembra di averle sempre cantate, come quella “Bella Ciao” che è entrata nella tua testa e nella tua pelle e la associ a mille emozioni e a mille volti: dalla libertà rubata e riconquistata dai nostri padri, al sorriso di una madre che era la tua e andata via troppo presto.

E tutto si mescola in un brivido solo. Come quelle “scarpe rotte eppur bisogna andar” che ci parlano di un cammino che non si può fermare, perché è un sentiero che continua. Cominciano a essere tanti i “profumi d’aprile” alle spalle, ma non cambia il sapore. Solo tante facce che hanno scritto quel libro e che oggi non sono più qui a raccontarlo con la loro voce, ma continuano a farlo con la loro storia e il loro esempio. Una storia di vita, di scelte e di libertà. E quella libertà che ci è stata offerta a un prezzo altissimo noi dobbiamo difenderla con lo stesso coraggio, prendendo nelle nostre mani quel testimone e provare a stringerlo con tutta la nostra forza.

C’è ancora una libertà da difendere e c’è ancora una libertà da conquistare. Il fascismo, che cova ancora in un’Europa che non si è mai liberata fino in fondo di quel fetore nero di violenza e xenofobia, non si nasconde più, mostra la sua faccia sporca in ogni angolo. Spinto e alimentato dalla crisi economica e sociale che crea tutti gli spazi necessari alla nostalgia di un passato infame, cerca nuovamente la sua strada. Le politiche neoliberiste, le multinazionali più potenti, i produttori di armi disegnano ogni giorno nuovi scenari di guerra e povertà soffiando sul fuoco delle differenze etniche, culturali, religiose.

È su questo terreno che oggi noi siamo chiamati a confrontarci e a vivere la nostra stagione di “Resistenza”, contro ogni tentativo di mettere gli uomini gli uni contro gli altri. E allora la parola “Resistenza” si carica di altri valori e, per esempio, si sposa con la parola “accoglienza”. Ieri gli ebrei da identificare con una stella sul petto, isolare e deportare, oggi i migranti: è a loro che si chiudono le porte in faccia. Loro, indicati come un pericolo dimenticando in un colpo solo le loro ragioni, la loro storia, i motivi che li spingono a migrazioni bibliche per scappare dall’inferno e cercare un respiro di vita in Europa. Dimenticando che le guerre di casa loro sono state progettate e costruite anche dall’Occidente ricco e opulento, quello stesso Occidente che oggi alimenta la paura e costruisce nuovi muri.

Ma non c’è solo questo, c’è un’altra libertà da conquistare: questo Paese, il nostro, deve ancora vincere la partita contro l’illegalità e le mafie. E non è una partita facile. In uno Stato dove l’illegalità è quasi istituzionalizzata, dove ogni giorno la credibilità delle istituzioni cede uno spazio alla corruzione e alla violenza, etica e morale, la partita diventa sempre più impegnativa e difficile.

Quando si arriva ad un livello di scontro come quello attuale fra Parlamento e Magistratura, quando lo stato sociale perde pezzi perché lasciato nelle mani di affaristi e faccendieri, quando la scuola pubblica viene cancellata un giorno alla volta, quando banchieri e imprenditori coinvolti in mille scandali e processi e che ridevano di un terremoto siedono in Parlamento e si adoperano per modificare la nostra Costituzione, quando chi è condannato da un tribunale della Repubblica in via definitiva viene salvato dai voti del Parlamento, quando tutto questo avviene allora è chiaro che la “Resistenza” ha ancora ragione di essere.

Questo è un Paese che non ha mai aperto gli armadi pieni di scheletri: dalle stragi nelle banche e dai “caduti” dalle finestre di una questura, dalle bombe sui treni e alla stazione di Bologna, da Aldo Moro e la stagione del terrorismo a Ustica, Capaci, Via d’Amelio. Da Iaio e Fausto, da Peppino Impastato, da Ilaria Alpi, alla trattativa Stato-mafia. Dal G8 di Genova a Stefano Cucchi. Sono solo alcune delle pagine più nere della Repubblica Italiana su cui lo Stato non ha mai reso giustizia, manovrato e colluso con chiunque, dai servizi segreti alle logge massoniche.

Sì, c’è ancora una libertà da difendere e c’è ancora una libertà da conquistare. Nell’autunno scorso ho conosciuto per la prima volta uno dei simboli più importanti della storia di questo Paese: Marzabotto e il territorio di Monte Sole. Un incontro intenso, dove l’emozione e il brivido si sono presi per mano e hanno camminato sulla pelle. Il passato era lì, con la sua storia e i suoi volti, e non deve essere dimenticato perché appartiene a tutti noi, non solo ai suoi abitanti. A Monte Sole c’è un monumento bellissimo, su cui sono incise parole cariche di valore e di umanità: “…Si piegano le querce come salici sul cuore delle rocce a Monte Sole. Hanno memoria le querce, hanno memoria! Memoria di sanguigne uve pigiate in torchi amari, memoria di stermini e di paure, memoria della scure nel ventre delle madri. Hanno memoria le querce, hanno memoria! …”.

Maurizio Anelli (Sonda.life) -ilmegafono.org

Autore

Maurizio Anelli

Ho 57 anni, mi occupo di informatica e il piacere di scrivere mi ripaga delle ore passate a parlare con una macchina. Scrivo per il piacere di condividere quello che penso con chiunque abbia voglia di continuare a sognare e discutere. Di cosa scrivo? Di ogni cosa che mi regala emozione, indignazione, rabbia e voglia di provare a cambiare una società che non mi piace. Attualità, storia, politica, sociale, mafia. Perché credo che il Novecento sia un libro che insegna tutto, ma che pochi abbiano voglia di leggerlo veramente.

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