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Dalla Calabria a Bordighera: l’Italia unita delle ‘ndrine

In tempi di celebrazioni per l’Unità d’Italia, si dovrebbe pensare alla spedizione dei Mille, al viaggio che da Quarto portò le truppe garibaldine fino a Marsala, in quello che fu il preludio dell’unificazione nazionale. Invece, se usciamo dalla storia e ci guardiamo intorno, i nostri occhi e il nostro pensiero sbattono contro la realtà desolante di un percorso all’inverso, un percorso sporco di fango e vergogna, che unisce l’Italia peggiore, dove mafia e politica si stringono in un abbraccio senza barriere né confini. Dai feudi meridionali a quelli settentrionali: per le ‘ndrine e i clan l’Italia è tutta intera. E comprende anche Bordighera, provincia di Imperia, circa 160 km da Quarto, meno di 50 da Nizza, in Francia, la città natale di Garibaldi. Un Comune di confine, retto da una giunta di centrodestra. Anzi, ad esser precisi a Bordighera non esiste più una giunta: il Consiglio dei ministri, su richiesta del ministero dell’Interno, ne ha disposto lo scioglimento per infiltrazioni mafiose.

A dispetto di chi continua a credere che le mafie siano un problema “etnico”, una questione meridionale, che non riguarda chi vive al di sopra di Roma, il caso in questione è l’ennesima dimostrazione di un radicamento forte del crimine organizzato nel nord del Paese. E non si tratta di una novità degli ultimi anni, perché per mettere radici ci vuole tempo, bisogna costruire con pazienza un sistema di complicità e coperture, prendere possesso dei luoghi, “ripulirli” da eventuali intralci. Se ne parla adesso, perché è stato scoperchiato il vaso di ipocrisia che ricopriva il Nord, la sua “purezza” presunta, nutrita con tonnellate di stereotipi sul siciliano mafioso, sul napoletano camorrista e truffaldino, sul calabrese delinquente, sulla politica inquinata delle regioni meridionali, ecc. Eppure, il cuore finanziario del Paese è stato sempre in terra padana, la stessa in cui i signorotti leghisti reclamavano volontà secessioniste, in nome del loro “pagare le tasse”, del loro”trainare il Paese”, della stanchezza di avere come palla al piede il Sud, mafioso e assistenzialista.

Quel cuore finanziario non avrebbe mai potuto battere senza che dentro vi si infilasse la criminalità. Se le terre del Sud erano il luogo del controllo militare e dell’approvvigionamento, ma anche della presa di coscienza, delle lotte dell’antimafia e della reazione dello Stato, quelle del Nord erano il teatro silenzioso e nascosto degli affari, dei primi grandi intrecci tra i boss, il mondo politico e quello imprenditoriale che conta. Il clan dei corleonesi, i capi ‘ndrangheta, la camorra: Milano, in particolare, è stata residenza costante di boss, luogotenenti, agenti e rappresentanti delle organizzazioni mafiose. Non solo Mani Pulite: il marcio più profondo ci ha messo un po’ di tempo ad emergere. Ci sono volute inchieste, pentiti e giornalisti che hanno denunciato, raccontato. Per ultimo lo ha fatto Roberto Saviano, facendo scattare l’ira di Maroni e di molti leghisti. “La Lega e la ‘ndrangheta non si conoscono”.

Peccato che la Lega comandi in molti comuni, soprattutto nel varesotto, dove la presenza di Malpensa e del suo indotto già nel passato ha attirato le mire imprenditoriali mafiose. Appalti, estorsioni, droga: la ‘ndrangheta al momento ha il controllo di tutto. Comuni come quello di Lonate Pozzolo finito nei tentacoli appiccicosi del malaffare: la ‘ndrangheta controlla ogni cosa, in particolare gli appalti, facendo sentire la propria presenza con minacce, attentati, tentati omicidi. Le forze dell’ordine, in questi ultimi anni, hanno inflitto duri colpi alle ‘ndrine e alle loro reti di complici, ma le mafie sono così potenti e protette da rigenerarsi facilmente. Il silenzio poi aiuta l’espansione della ‘ndrangheta al Nord. Grazie a quel silenzio, a quel voler chiudere gli occhi, dare per scontato che non fosse possibile che nel Settentrione ed in particolare in Lombardia, suo centro finanziario, l’economia fosse inquinata, gli appalti pilotati, la politica “manovrata”.

Quando scoppiò la bomba in via Palestro, a Milano, durante la fase stragista voluta da Riina e dai corleonesi, tutti erano scioccati. Perché a Palermo è “normale”, qui no. Eppure, si sa che Mangano, un boss mafioso definito vergognosamente eroe, era in pianta stabile, ufficialmente come stalliere, in casa Berlusconi, l’imprenditore più potente della Milano anni ’80. Ci sono voluti i magistrati, i collaboratori di giustizia, i giornalisti, ci sono voluti Giulio Cavalli e Roberto Saviano per dire che sotto l’ombra bianca del Duomo, così come in altre zone della Lombardia, passeggiano i boss con la 24 ore. Ed il Veneto, il Piemonte, persino l’Emilia (Parma è in mano alla camorra), la Liguria non sono da meno. Bordighera è l’ultima spia, l’ultima luce accesa su un fenomeno che ancora rimane nascosto. Un Comune di confine in cui, nel silenzio dei media nazionali, si sono verificati, negli ultimi mesi, continui attentati, centinaia di roghi dolosi, tentati omicidi.

Una terra che si trova in una posizione ideale per le ‘ndrine. Al confine con la Francia, geograficamente cruciale, perché centro di traffici, di passaggio della droga, a due passi dal porto di Genova, vicina al casinò di Sanremo. Tutti gli ingredienti per far girare soldi in modo rapido e relativamente sicuro, per poi investirli negli appalti, grazie al rapporto promiscuo con la politica. Il sistema è sempre lo stesso: voto di scambio. Molti politici locali, dalle indagini, sono risultati essere in costanti rapporti con famiglie calabresi appartenenti alla ‘ndrangheta. La situazione a Bordighera si era fatta insostenibile: da qui la necessità di eliminare il problema alla radice, togliendo di mezzo una giunta fortemente inquinata.

Anche la Liguria adesso ha scoperto che, oltre al mare ed alla sua bellezza, oltre ai lustrini di Sanremo e all’eleganza di Portofino, alla poesia di De Andrè ed alla focaccia genovese, c’è dell’altro, c’è un sistema lercio e maleodorante, fatto di violenza e di affari sporchi, di complicità e di immoralità. Altro che Garibaldi e il nobile ideale di unire l’Italia: al confine con la Francia c’è la macchia indelebile di un Comune sciolto per mafia, il secondo al Nord dopo quello di Bardonecchia nel 1995. Una macchia che si estende su tutte le regioni settentrionali e che sembra non fermarsi, soprattutto ora che, con l’Expo 2015 in arrivo, il luccichio del denaro illumina gli appetiti dei predatori e dei loro compagni di merenda. L’Italia del crimine, purtroppo, è un’Italia unita.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

Autore

Massimiliano Perna

Sono un giornalista freelance, mi occupo da molti anni di immigrazione e diritti, ma anche di ambiente e mafia. Scrivere per me significa respirare e prendere posizione. Amo leggere e amo visceralmente la mia Sicilia e le opere di Pippo Fava. Ho un debole per le menti critiche che si coniugano con l’umanità e la semplicità. Disprezzo i razzisti e gli ipocriti e l’inerzia di chi potrebbe fare qualcosa ma non la fa. Sono il fondatore di questo sito, nato nel 2006, che oggi ha anche una web radio nella quale curo una trasmissione di approfondimento. I tempi sono bui e i silenzi troppi. Un megafono, sia esso di ferro, di righe e inchiostro o collegato a un mixer virtuale, può accendere qualche piccola luce. La mia speranza è di riuscire a tenerlo sempre acceso.

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