Silvia Romano, ventitré anni e poco più, un cassetto di sogni e di ideali riempito un giorno alla volta. Una laurea come mediatrice culturale e poi via, verso quell’Africa che la chiama e che ha bisogno di lei. È la seconda volta che Silvia sente quel richiamo e allora sceglie di dedicare cuore ed energie per i bambini del Kenya. A Fano, nelle Marche, c’è una Onlus che sostiene e gestisce i progetti legati all’infanzia e si occupa principalmente di bambini orfani. Si chiama “Africa Milele” e Silvia decide di partire, di esserci. Così un giorno arriva a Chakama, sessanta chilometri circa a ovest di Malindi, in Kenya. Sul suo profilo Facebook, pochi giorni prima della sua partenza, Silvia aveva scritto: “Amo stringere i denti ed essere una testa più dura della durezza della vita. Si sopravvive di ciò che si riceve ma si vive di ciò che si dona”.

Cooperante. Nella mente di molti italiani questa parola suona lontana, quasi incomprensibile ai più. Silvia Romano è stata rapita in Kenya il 20 novembre 2018. Sul suo rapimento e sulla sua sorte solo il silenzio assordante e il buio totale. Di lei, da mesi, non si sa più nulla.

Nei giorni immediatamente successivi al suo rapimento in tanti hanno parlato di superficialità, di ingenua leggerezza: perché mai cercare avventure in Paesi lontani e in un posto difficile come sa essere l’Africa? Particolarmente dure e fuori luogo erano state le tante parole fuori controllo in quei giorni, in molti erano arrivati a dire che “se l’era cercata”. Nella sua rubrica sul Corriere della Sera, Massimo Gramellini aveva scritto un commento ambiguo, trenta righe dense di luoghi comuni sul buonismo e sulla “smania di altruismo”, 30 righe difficili da accettare. Seguirono polemiche e giustificazioni e la solita conclusione: “… sono stato frainteso”. Non ha importanza tornare su quelle polemiche, ognuno si assume la responsabilità di quello che afferma e che scrive di proprio pugno, e questo vale per tutti. Preferisco pensare che Silvia abbia deciso di essere lì perché, semplicemente, faceva quello in cui credeva e per cui aveva studiato, svolgere quel lavoro di “cooperazione internazionale” di cui mai come in questi tempi si sente il bisogno.

Nel Paese in cui il mantra quotidiano è diventato “…aiutiamoli a casa loro”, capita allora che chi decide di farlo veramente possa essere accusato di “smania di altruismo” e “buonismo”. Ma cosa significa partire per fare il cooperante? Quale motivazione spinge verso una terra lontana per costruire progetti e ponti di solidarietà? “Quello del cooperante è un lavoro retribuito. È un lavoro pagato che viene svolto in un contesto difficile, spesato dai donatori che sostengono onlus e fondazioni. Il cooperante è una figura professionale vera e propria, il volontario invece presta il suo servizio senza compenso, ricevendo solo un rimborso per le spese e il viaggio. Quello intrapreso dal cooperante è un percorso professionale a tutti gli effetti, caratterizzato però da una forte componente ideale”. Ad affermarlo è Giampaolo Silvestri, segretario generale di Fondazione Avsi, nata a Cesena nel 1972 e impegnata con decine di progetti di cooperazione allo sviluppo in trenta Paesi nel mondo, soprattutto Africa e Medio Oriente.

Ma tutto questo è probabilmente un discorso noioso e tutto sommato inutile per chi non vuole capire e accettare che in questo Paese c’è ancora chi ha deciso che “restare umano”, una scelta di vita, difficile e rischiosa, ma che riesce a riempire un’esistenza.

Nelle ultime ore, negli ultimi giorni, c’è stato un vertice a Roma tra le autorità giudiziarie italiane e quelle keniote che hanno espresso la convinzione che fino al Natale scorso Silvia fosse ancora viva, ma da allora sono passati ormai sette mesi e di lei non si parla quasi più. Nessuna notizia. Il silenzio dei media lascia perplessi ma, ancor di più, sono inquietanti i silenzi del governo. C’è un ministro degli Interni che parla di tutto, ma su Silvia Romano, cooperante, nessuna parola. C’è un elemento comune fra la storia di Silvia Romano e quella di Giulio Regeni: il silenzio del governo e delle istituzioni. Un silenzio che diventa assordante, come se non si volesse aprire una pagina pericolosa per le istituzioni e per i rapporti con i Paesi coinvolti. Ci sono linee di confine in cui diventa difficile addentrarsi, però esistono e fingere che non esistano non è giusto. Se, come spesso viene affermato, dietro al rapimento di Silvia c’è il gruppo terroristico jihadista di Al-Shabaab, viene da chiedersi cosa può spingere a rapire una cooperante di un Paese straniero e poi entrare nel silenzio, non dare notizie, non chiedere un riscatto.

Sono tante le ipotesi che possono avere ragione di essere, e ognuna di loro ha la sua base di credibilità: dallo scontro in atto fra le tante facce dei gruppi jihadisti alle tante facce della cooperazione fra Italia e Somalia. Ma l’Italia, in Somalia, esattamente cosa fa? E cosa c’è di così importante fra il nostro Paese e la Somalia al punto da imporre quel silenzio sui nostri media anche sulla storia di Silvia, così come accadde a suo tempo con Ilaria Alpi? (Leggi qui)

Non so cosa possa esserci dietro a tutto questo e alla scomparsa di Silvia Romano, posso solo avere opinioni e sensazioni personali che però non riportano Silvia a casa, non la restituiscono ai suoi affetti e alla sua vita. So però che la sorte di Silvia è un punto interrogativo di cui nessuno sembra preoccuparsi, com’è stato per Ilaria Alpi e per Giulio Regeni. Com’è stato a suo tempo per Vittorio Arrigoni. Come se questo Paese, oltre a chiudere i porti e a pensare a nuovi muri, volesse anche chiudere la porta in faccia a chi decide di mettersi in viaggio e aiutarli davvero “a casa loro”.

Silvia Romano, ventitré anni e poco più, un cassetto di sogni e di ideali riempito un giorno alla volta. C’è un’età in cui i sogni vanno presi uno per uno dai cassetti, si mettono in tasca e si parte verso un viaggio che non sai mai dove ti può portare, ma sai che quel viaggio lo devi fare perché è dentro e intorno a quel viaggio che si prova l’emozione e il brivido che ti fa “stringere i denti ed essere una testa più dura della durezza della vita. Si sopravvive di ciò che si riceve ma si vive di ciò che si dona”, come ha scritto Silvia prima di partire. No, non è buonismo e non è nemmeno quella “smania di altruismo”: è quella bellissima voglia di vivere per sé e per gli altri, è la magia dell’io che diventa altro, qualcosa che ha valore solo quando è condiviso. Questo Paese non è solo quello che piace raccontare ai Salvini di passaggio, questo Paese è anche altro: la determinazione e l’umana coscienza di tanti giovani, come Silvia.

E allora dovremmo guardare tutti con occhi diversi chi decide di mettere i suoi ventitré anni a disposizione degli altri, non importa se in Africa o dietro l’angolo di casa. Lo fanno e basta, non importa dove. Tante volte la vita invecchia le persone, nel cuore e nelle emozioni prima ancora che nel corpo. Cancella e nasconde la passione e la voglia di vivere, e questo Paese forse è davvero invecchiato dentro. Per questo Silvia deve tornare alla sua vita, per se stessa prima di tutto e poi anche per ricordare a tutti noi che c’è sempre un cassetto dove sono nascosti e impolverati tutti quei sogni che aspettano solo di essere ripresi in mano uno per uno.

“Un uomo senza sogni, senza utopie, senza ideali, sarebbe un mostruoso animale, un cinghiale laureato in matematica pura”. (Fabrizio De André)

Maurizio Anelli (Sonda.life) – ilmegafono.org