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L’avvolgente respiro post-rock dei Clustersun

Punteggio 94%

Vengono da Catania e i loro primi passi li hanno mossi nel 2013, riuscendo in poco tempo ad arrivare fin negli Stati Uniti, grazie a un loro singolo inserito dentro una compilation pubblicata da una etichetta americana (la “Custom Made Music”) e trasmessa nel circuito delle radio universitarie. Parliamo dei Clustersun, che ci presentano il loro ultimo album, “Surfacing to breathe”, prodotto e distribuito da Seahorse Recordings.

I Clustersun ci propongono un viaggio “tra le idee, nella pelle, nei nervi, nelle vene”. Sono coraggiosi e talentuosi, offrono, con carattere, suggestioni ed emotività e danno al loro rock una nuova veste. Sanno sperimentare, mischiando chitarre, bassi e batterie con i sintetizzatori per prendere il volo, allontanarsi da ogni concezione musicale, che qui diventa superflua. Sono ipnotici e distorti, ma sanno anche scuoterci (come in Antagonize me) con bassi e ritmi psichedelici che ci risvegliano dal torpore della paranoia cercando nuove parole per descrivere un inferno.

Proprio in questo inferno, tra le fiamme seducenti della tentazione, i Clustersun trovano la loro dimensione, giocando con i desideri e le assenze. Il loro viaggio è una caduta infinita dalla luna solitaria, provando nel frattempo a sfuggire alle ombre (Lonely moon).

Chitarre, tastiere, bassi, voce: tutto diviene strumento per la perdizione e il ritrovo, tutto diviene un vorticoso roteare per ricercare la risposta che porti a controllare il cuore del sole e a non avere più ombre (The Whirling dervish). I Clustersun seguono percorsi intimi, che spesso percorrono solo le lacrime. Il loro è un tuffo che può essere nell’abisso del mare o nell’immensità dell’universo, un tuffo però dal quale dobbiamo comunque riemergere per respirare, come ci suggerisce la title-track Surfacing to breathe.

Tutto il loro album strega e accompagna la nostra mente e i nostri polmoni, prima in totale assenza di ossigeno, poi nella pienezza di esso. La quinta traccia (Don’t let the weight of your soul drag you down), magico brano strumentale, ci segue in questa riemersione attraverso ogni sua nota, ricordandoci di non lasciare che il peso della nostra anima ci trascini giù.

Voce, ritmi, testi, arrangiamenti, esplosioni di distorsioni: in questo album tutto risulta, in maniera idilliaca, al suo posto, nella misura esatta di cui abbiamo bisogno per perderci nel piacere dell’ascolto. La loro musica sa quietare ogni ansia, accarezzare il cuore e lenire ogni dolore grazie ad un Emotional painkiller che nulla ha a che vedere con l’antidolorifico proposto dai Judas Priest alla generazione di metallari.

I Clustersun ci riportano ai My Bloody Valentine e ai grandi Mogwai con una consapevolezza matura di se stessi. Ma essi sanno andare anche oltre il rock, il punk, l’alternative, sanno proporre qualcosa che riporta anche ai Radiohead di “Kid A” o ai viaggi interstellari dei Pink Floyd.

“Surfacing to breathe”, insomma, è un disco che, oltre ad essere internazionale e riuscito, ci insegna anche, con altre parole, a dare ascolto a un dolcissimo umore del sangue, lasciando che il cuore rallenti e che la testa cammini: come ci ha insegnato De Andrè, essi ci spingono “a viaggiare per la stessa ragione del viaggio”.

Per ascoltare il podcast della puntata di “The Independence Play”, di cui sono stati ospiti, clicca qui.

FrankaZappa -ilmegafono.org

La copertina dell’album “Surfacing to breathe”.

Pillola

94%

In breve I Clustersun ci propongono un viaggio “tra le idee, nella pelle, nei nervi, nelle vene”. Sono coraggiosi e talentuosi, offrono, con carattere, suggestioni ed emotività e danno al loro rock una nuova veste. Sanno sperimentare, mischiando chitarre, bassi e batterie con i sintetizzatori per prendere il volo, allontanarsi da ogni concezione musicale, che qui diventa superflua.

Post-rock
95%
Abilità tecnica
95%
Introspezione testi
94%

Autore

FrankaZappa

Collaboro da tempo con Il Megafono, dove insieme a Manuele curo la pagina musicale e il programma "The Independence Play" sulla nostra radio web. Sono una metallara nostalgica, stregata, quando ero poco più che bambina, dall'urlo "Looove" di Robert Plant. Di quell'amore per la musica ne ho fatto la mia spina dorsale di "metallo non metallo" che mi ha portato fino a qui. Oggi amo un sax che non mi corrisponde. Grazie a lui e al jazz ho scoperto che ancora esistono nuovi pianeti da esplorare, perché per me alla fine la musica resta l'unico modo di immaginare "the dark side of the moon".

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