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Barricate contro accoglienza: l’ottuso harakiri di sindaci e comuni

Barricate contro accoglienza: l’ottuso harakiri di sindaci e comuni

Le barricate. Un tempo si mettevano in piedi per difendersi dallo scontro con un esercito nemico o, al massimo, per segnare una distanza protetta da una schiera di forze di polizia o militari decise a scoraggiare, con violenza, le manifestazioni popolari contro questo o quel regime. Ma il mondo cambia e cambiano gli scenari. Così oggi le barricate sono quelle issate da qualche sindaco e da alcuni cittadini contro un gruppo di ragazzi pacifici, scappati dalla violenza e dalla guerra e sfiancati da un viaggio crudele, terribile, spaventoso. Una scena indecente. L’effetto di una narrazione mediatica e politica che ha aizzato le più stomachevoli bestialità del popolino.

Gente che, di fronte alla prospettiva di sentirsi finalmente viva e forte senza rischiare nulla, si esalta e si trasforma in giustiziere, in difensore della patria. Una patria sulla quale poi sputa ogni giorno. Sia chiaro che non ci si vuole riferire solo a quella parte di cittadini dei comuni abbarbicati sui Nebrodi, nel messinese, ai quali, per fortuna, hanno fatto da contraltare tanti altri cittadini disponibili all’accoglienza, che sono andati a rassicurare i migranti ospiti del discusso hotel e a dar loro il benvenuto. Il riferimento, piuttosto, è a tutti quei comuni, in tutta Italia, dove avvengono scene simili, e a tutti quei sindaci che le barricate le sollevano già concettualmente, con il solito dispendio inutile di demagogia e falsità.

È veramente triste assistere a questa ossessione sui migranti e sull’accoglienza, a questa cattiveria che ha la miccia sempre accesa e pronta a esplodere. Non è affatto una questione di numeri, come dicono, perché non si può pensare che 25-50 persone rinchiuse in un hotel possano costituire un problema. La questione qui è un’altra ed è talmente legata all’irrazionalità da far cadere le braccia. Continuiamo a sentire sindaci che si lamentano dei soldi, di non poter gestire gli arrivi disposti dalla prefettura, di non essere preparati a fronteggiare situazioni di “emergenza”.

Possiamo fare lo sforzo di comprendere che la ricaduta di un fenomeno epocale su comunità molto piccole possa creare qualche ansia sulla gestione e sull’idoneità delle strutture (e questo è il discorso che andrebbe affrontato con il governo e con gli enti locali), ma mi chiedo cosa c’entri l’odio razzista espresso da alcuni cittadini e sindaci nei confronti delle vittime, che sono vittime della nostra chiusura oltre che di guerre e povertà di cui siamo tutti pienamente responsabili, almeno finché siamo legalmente cittadini ed esercitiamo i nostri diritti costituzionali, a partire da quello di voto.

Soprattutto non si capisce perché i sindaci, gli assessori e i consiglieri comunali scelgano di fare politica se poi, di fronte a una sfida che è superabile, si arrendono e si lasciano andare alla lagna infantile o peggio ancora al becero insulto xenofobo. La politica, soprattutto a livello locale, dovrebbe essere fatta per risolvere le cose mantenendo un profilo di legalità e di rispetto del nostro ordinamento (che non ammette razzismo e xenofobia). Certo, la gestione nazionale di un fenomeno importante come quello dell’immigrazione andrebbe resa più logica, con una allocazione equa di migranti, non certo per le ragioni che credono i sindaci o le forze politiche xenofobe, ossia per non pesare sull’amministrazione comunale o sulla comunità, ma piuttosto per creare un’accoglienza migliore per queste persone che hanno già vissuto troppo, nel viaggio e all’arrivo, in condizioni disumane.

Allora, i comuni, i sindaci e i cittadini veramente illuminati, capaci di leggere i fenomeni senza lasciarsi guidare dal populismo ignorante di Salvini, Casa Pound e Cinque Stelle, dovrebbero ribaltare la prospettiva. Fermo restando che accogliere è una questione morale, un dovere (a differenza di quanto sostengano Renzi e il Pd) e un segno di umanità, il punto vero è che l’accoglienza può diventare anche un merito, un esempio e un laboratorio di integrazione che può produrre effetti positivi, culturalmente, socialmente e anche economicamente.

Ci sono molti casi a dimostrarlo. Casi di paesi che erano agonizzanti e sarebbero spariti per sempre, morti e sepolti, se non fossero arrivati i migranti. Quello simbolo è il comune di Riace, con il suo sindaco Mimmo Lucano, capace di comprendere che una buona accoglienza, fatta assegnando ai migranti cittadinanza, diritti pieni e non solo doveri, avrebbe potuto mutarsi in un progetto di crescita e ripopolamento della città. E così è stato, nonostante le avversità e gli ostacoli.

Ma anche Lampedusa, che ha vissuto qualcosa di imparagonabile a qualsiasi altro luogo in Italia e non solo, è riuscita a far fronte all’approdo non di 25 persone, ma di migliaia e migliaia. Lo ha fatto non cedendo al razzismo ma, grazie all’umanità del suo ex sindaco Nicolini, mostrandosi solidale, intestandosi una battaglia che ha reso l’isola un simbolo in tutto il mondo, con una visibilità in positivo che fa sì che in tanti abbiano scoperto Lampedusa e abbiano deciso di conoscerla da vicino, visitarla, realizzarci iniziative. E probabilmente, l’isola vivrà di rendita ancora per un po’, anche se adesso Giusi Nicolini non la governa più e si fa spazio il timore di un ritorno indietro.

E ci sono altri esempi che lasciano ben sperare, come la presa di posizione del sindaco di Milazzo, Giovanni Formica, che parla di dovere di accogliere e di rispondere all’emergenza con la massima solidarietà possibile, ricordando poi che ciò dovrebbe essere naturale per le realtà che hanno conosciuto il dolore dell’emigrazione e che si sono sempre fatte conoscere per l’ospitalità nei confronti dei “forestieri”.

Insomma, accogliere non è solo un dovere, ma può essere anche un vantaggio. Basta reclamare dallo Stato quel che è giusto (cioè i mezzi che permettono di assicurare il rispetto della dignità dei migranti ospitati), respingere la retorica disumana dei fabbricatori di odio e falsità e mettere in moto tutte le idee e i progetti per rendere possibile l’interazione, prima che l’integrazione, fra chi arriva da fuori e la comunità locale. Se si riuscisse a trasformare la reazione al primo impatto dell’accoglienza in qualcosa di positivo, gli effetti benefici sarebbero tanti per tutti, italiani e migranti, e dimostrerebbero nuovamente ai vertici di questo Paese e dell’Europa che costruire un mondo solidale, di pace e diritti, non è un’utopia, ma solo questione di volontà e collaborazione. E soprattutto di umanità.

Massimiliano Perna -ilmegafono.org

Autore

Massimiliano Perna

Sono un giornalista freelance, mi occupo da molti anni di immigrazione e diritti, ma anche di ambiente e mafia. Scrivere per me significa respirare e prendere posizione. Amo leggere e amo visceralmente la mia Sicilia e le opere di Pippo Fava. Ho un debole per le menti critiche che si coniugano con l’umanità e la semplicità. Disprezzo i razzisti e gli ipocriti e l’inerzia di chi potrebbe fare qualcosa ma non la fa. Sono il fondatore di questo sito, nato nel 2006, che oggi ha anche una web radio nella quale curo una trasmissione di approfondimento. I tempi sono bui e i silenzi troppi. Un megafono, sia esso di ferro, di righe e inchiostro o collegato a un mixer virtuale, può accendere qualche piccola luce. La mia speranza è di riuscire a tenerlo sempre acceso.

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