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Il caso di Bagheria e la vera, crudele faccia della mafia

Il caso di Bagheria e la vera, crudele faccia della mafia

Ancora oggi, in Sicilia, può accadere che un boss mafioso decida di far uccidere la figlia. È possibile, infatti, che un uomo dimentichi di essere padre, ma mai di essere mafioso: a Bagheria, negli scorsi giorni, il capomafia Pino Scaduto, recentemente scarcerato dopo essere stato arrestato nel 2008, avrebbe infatti ordinato l’omicidio della figlia, rea di essersi fidanzata con un carabiniere. Più pecisamente, Scaduto si sarebbe rivolto al figlio ordinandogli di far fuori la sorella allo scopo di punire una scelta che avrebbe potuto causare un gravissimo disonore nei confronti della famiglia.

Solo il rifiuto del ragazzo, però, avrebbe salvato la giovane donna, poiché pare che lo stesso avrebbe temuto ripercussioni legali di elevata gravità. La notizia ha fatto il giro del mondo e ci ha riportato dentro alla narrazione della ferocia mafiosa e del suo antico codice che antepone la fedeltà alla mafia a qualsiasi legame di sangue. Una regola a cui ciascun mafioso presta giuramento sin dall’inizio, dalla sua affiliazione.

In questa vicenda allora ritroviamo la crudeltà, la cattiveria e la volontà di salvaguardare l’onore (ma di che onore si tratta, poi?) da parte di un mafioso che se ne infischia di qualsiasi principio di umanità, oltre che del suo essere genitore. Un onore che, però, come sempre è il paravento per la consueta vigliaccheria mafiosa, che si sintetizza nella richiesta di ordinare a qualcun altro, in questo caso al proprio figlio, al fratello della vittima designata, di commettere un atto del genere.

E qui c’è un elemento di novità, cioè il rifiuto del figlio di eseguire quell’ordine terribile. Un rifiuto che però va letto in un’ottica diversa da quella affettiva o sentimentale, un’ottica piuttosto negativa: il giovane, infatti, si sarebbe rifiutato soltanto perché spaventato dalla possibilità di passare il resto della propria vita in carcere e non certo per amore nei confronti della sorella.

Osservando questa storia, è impossibile non pensare alle numerosissime donne vittime di mafia. Quelle che non ce l’hanno fatta, non sono riuscite a salvarsi e sono rimaste vittime di una storia mafiosa purtroppo feroce e impietosa. Qualche anno fa, l’organizzazione daSud aveva raccolto le vicende di ben 157 donne uccise dalla criminalità organizzata, realizzando un libro dal titolo “Sdisonorate”, proprio con l’intenzione di far luce sui nomi e sulle storie di vite umane spezzate per sbaglio, per “onore” o semplicemente perché, nella logica assurda delle mafie, “era giusto così”.

Fra queste vi citiamo Lia Pipitone, giovane mamma di 24 anni uccisa nel 1983, a Palermo, dal killer Vincenzo Galatolo su ordine del boss Nino Madonia e con il lasciapassare di Nino Pipitone, mafioso e padre della donna, che dovette obbedire agli ordini del proprio capo. La donna, secondo quanto scoperto nelle indagini, avrebbe pagato con la vita il fatto di aver avuto una relazione extraconiugale (cosa che comprometteva l’onore della famiglia e del padre stesso). C’è poi Lea Garofalo, nata in una famiglia di ‘ndrangheta, uccisa nel 2009 perché aveva deciso di collaborare con i magistrati, voltando così le spalle ai propri parenti e al compagno, altro pericoloso ‘ndranghetista. La Garofalo, che inizialmente si pensava fosse stata sciolta nell’acido, è stata in realtà uccisa e poi bruciata all’interno di un capannone nei pressi di Monza.

L’elenco si allunga notevolmente, poi, se pensiamo a tutte le donne uccise per sbaglio o addirittura perché, in maniera involontaria, venute a conoscenza di segreti mafiosi o di piani troppo pericolosi da poter essere ignorati. Sì, perché la mafia non ha mai risparmiato e mai risparmierà nessuno: che siano uomini, donne o bambini fa poca differenza quando c’è da salvaguardare il benessere di un clan o di un boss mafioso.

Il fatto di Bagheria, quindi, non può che essere uno dei tanti ed innumerevoli casi che hanno fatto e fanno tuttora parte della storia mafiosa (il libro sopraccitato inizia con il nome di Emanuela Sansone, 17 anni, prima donna vittima di mafia, uccisa nel 1896!). Per tale ragione, crediamo sia necessario non smettere mai di porre l’attenzione su eventi del genere, perché ci raccontano tutta la ferocia e freddezza delle mafie, alle quali attribuire una qualsiasi forma di morale, anche antica, come qualcuno ha fatto recentemente, è pericoloso oltre che profondamente falso.

Giovanni Dato -ilmegafono.org

Autore

Giovanni Dato

Nato a Catania, sono laureato in Lingue e Letterature Straniere e vivo a Londra dal 2014. Batterista, amante della musica e di ogni altra forma d'arte, mi occupo di Legalità dal 2008, passione che è nata e cresciuta dagli insegnamenti di grandi uomini come Falcone e Borsellino.

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