A distanza di ventuno anni da quel terribile 14 febbraio del 2004, il mistero che avvolge la morte di Marco Pantani sembra essere destinato, finalmente, a diradarsi. Già la scorsa estate, proprio su queste pagine, avevamo parlato di una nuova indagine svolta dalla Procura di Trento che avrebbe provato a far luce su quanto realmente accaduto. Oggi, finalmente, assistiamo a un nuovo e importantissimo passo in avanti verso la risoluzione di un caso che ha scosso il mondo dello sport e del ciclismo. Ma procediamo con ordine. Alcune settimane fa, la procura trentina ha acquisito i fascicoli relativi alla morte di Pantani dalle procure di Rimini, Forlì, Roma e Napoli, nel tentativo di fare chiarezza su due fronti che potrebbero essere collegati da un filo sottilissimo, ma determinante.

Da un lato, infatti, c’è ovviamente l’aspetto legato alle scommesse clandestine: secondo la procura di Trento è possibile che la camorra si sia intromessa scommettendo proprio sull’esclusione di Pantani dal giro d’Italia del 1999. Esclusione che, secondo gli inquirenti, sarebbe stata raggiunta per via di una manomissione dei campioni ematici dello stesso ciclista, condannandolo così a un lento declino sportivo e psicologico. A conferma di questa possibilità ci sono le dichiarazioni (poi trascritte negli atti in possesso della procura di Trento) di un ex capo di un clan camorristico di Mondragone che, in un colloquio con i carabinieri, avrebbe affermato le seguenti parole: “Se Pantani vinceva il Giro avrebbe buttato in mezzo alla via quelli che gestivano le scommesse”. Dall’altro c’è un aspetto ancor più grave e che mette al centro quelli che la Commissione Antimafia ha definito dei veri e propri “buchi investigativi”.

“Appare non condivisibile – si legge in un comunicato della stessa Commissione – la scelta, conseguente alla frettolosa conclusione delle indagini, di non rilevare le impronte digitali nel luogo del rinvenimento del cadavere, del tutto inspiegabile in considerazione della copiosa presenza di sangue, visibile dalle numerose fotografie della polizia scientifica, di cui si sarebbe dovuta verificare l’appartenenza”. Polizia scientifica che, stando ad alcune dichiarazioni, sarebbe stata tenuta “fuori dalla stanza” per alcuni minuti prima di averne accesso. Non solo: non si capisce nemmeno perché gli operatori del 118 che trovarono il ciclista morto in quel tragico giorno non siano mai stati ascoltati da nessuna delle procure. Risulta evidente come ci siano tanti, troppi elementi che non fanno altro che acuire l’incertezza e l’opacità del caso: da una parte la presenza quasi del tutto certa di un interessamento della criminalità organizzata; dall’altra una fretta e una superficialità incomprensibili mostrate da coloro che avrebbero dovuto indagare e che invece hanno pensato bene di chiudere le indagini nel minor tempo possibile.

“C’è un filo rosso che lega Madonna di Campiglio 1999 alla morte di Marco a Rimini nel 2004″, hanno detto gli avvocati della famiglia Pantani, Fiorenzo e Alberto Alessi. “Storicamente, possiamo affermare che quel controllo ematico non aveva i crismi della regolarità e questo ormai è chiaro”. Adesso “si sta indagando su dei fatti relativamente ai quali si sarebbe dovuto e potuto indagare prima e tempestivamente” e si tratta proprio di quel filo rosso che la procura di Trento cercherà di sciogliere e definire una volta per tutte. A oggi non ci sono ancora indagati, ma gli inquirenti hanno già ascoltato 12 persone che potrebbero essere state coinvolte tra il 1999 e il 2004. Il caso Pantani resta dunque ancora irrisolto, ma, forse per la prima volta in tanti anni, si percepisce la possibilità concreta di giungere a una svolta definitiva e sostanziale nella ricerca di una verità troppo a lungo nascosta.

Giovanni Dato -ilmegafono.org