A vent’anni dalla morte del “Pirata” Marco Pantani, qualcosa sembra finalmente smuoversi tra le maglie della giustizia: nelle ultime settimane ha preso corpo un nuovo tentativo (altri sono più volte falliti) di scoprire una volta per tutte una verità definitiva e assoluta. Nel 1999, già cinque anni prima del decesso, nel corso di alcuni controlli antidoping fatti nella tappa di Madonna di Campiglio, durante il Giro d’Italia, gli organizzatori della corsa rilevarono un valore di ematocrito più alto del normale nella provetta dello stesso ciclista (52 su 50). Un valore, questo, che comportava soltanto una conseguenza: l’esclusione dal giro e l’impossibilità, per Pantani, di vincere uno dei trofei più ambiti in assoluto e che ormai era praticamente nelle sue mani.

L’esclusione del campione italiano fu una botta tremenda: da quel giorno, infatti, si assistette a un vero e proprio declino sportivo, con lo stesso Pantani che avrebbe faticato enormemente per recuperare e ottenere i risultati che gli erano sempre appartenuti prima di quell’evento. Un declino, inoltre, che lo avrebbe seguito fino alla fine anche sul piano umano, fino a quel triste giorno di San Valentino del 2004, quando venne trovato morto in una stanza di hotel a Rimini. Nel corso degli anni, gli amici e la famiglia di Pantani non hanno mai creduto alla possibilità di doping: l’idea, che già montava in quel periodo, era infatti che qualcuno avesse manomesso la provetta di proposito. E in effetti qualcosa deve essere successo. Proprio nelle scorse settimane, infatti, la Procura di Trento ha voluto riaprire l’inchiesta per capire cosa sia effettivamente accaduto in quel lontano giorno di 25 anni fa.

Nello specifico, le indagini dovranno far luce su un presunto giro di scommesse clandestine ricollegabile alla camorra, scommesse che avrebbero puntato sull’esclusione proprio di Pantani dal Giro d’Italia. Un dato troppo evidente per pensare che si sia trattato soltanto di una coincidenza. Già nel dicembre del 2022, la Commissione Antimafia si era esposta sulla possibilità che nei controlli antidoping precedenti a quella tappa del Giro d’Italia del ‘99, vi sarebbero potute essere “diverse e gravi violazioni delle regole e numerose anomalie”. “Contrariamente a quanto affermato in sede giudiziaria – si legge nel documento – l’ipotesi della manomissione del campione ematico, oltre che fornire una valida spiegazione scientifica agli esiti degli esami ematologici, risulta compatibile con il dato temporale accertato dall’inchiesta della Commissione, collocando correttamente l’orario del prelievo a Marco Pantani alle ore 7.46, quindi più di un’ora prima rispetto a quanto sino a oggi ritenuto”. In poche parole, quindi, “risulta possibile un intervento di manipolazione della provetta” stessa.
 

Ma il caso non finisce qui. La stessa Commissione, proprio in relazione alla morte del grande e indimenticabile ciclista, si sarebbe espressa con profonda perplessità nei confronti delle indagini compiute in quegli anni, che avrebbero escluso con troppa leggerezza l’ipotesi di un omicidio “pilotato”; indagini, inoltre, che in maniera del tutto superficiale avrebbero optato invece per un’overdose voluta coscientemente dallo stesso Pantani. Insomma, a oggi il caso ha ancora più ombre che luci, e se è vero che non si sappia ancora cosa o chi abbia portato Pantani alla morte, di sicuro esiste qualche dettaglio in più in merito alla possibilità che la provetta sia stata effettivamente manomessa. Secondo alcune intercettazioni fatte a diversi camorristi e alle rivelazioni del noto criminale Renato Vallanzasca, è molto probabile, insomma, che la camorra abbia scommesso sull’esclusione del ciclista italiano. E che sia riuscita nell’intento criminale.

A 25 anni da quel maledetto giorno, una procura vuole provare a fare chiarezza su quanto accaduto e scoprire, una volta per tutte, chi abbia ordinato la fine sportiva (e non solo) di un campione che resterà per sempre nella storia. Se l’esclusione dal Giro può averne macchiato la carriera, di sicuro la memoria e il ricordo dello stesso resteranno puliti e intatti per sempre. Perché non esiste azione criminale che possa scalfire la grandezza del Pirata, di Marco Pantani. Ed è anche per questo che non bisogna dimenticare, ma anzi lottare il più possibile affinché si metta un punto definitivo all’intera vicenda e si arrivi alla verità. Per restituire giustizia a un grande campione (che fu massacrato, senza alcuna prova e prima di un processo, da molta parte della stampa e da molti colleghi ciclisti) e alla sua famiglia, che non ha mai smesso di lottare e urlare la sua verità.

Giovanni Dato -ilmegafono.org