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Sabina Guzzanti, una squallida deriva pubblicitaria

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Sono meno di sinistra se dico che a me Sabina Guzzanti non piace da tempo? Ho visto il suo film, che mette insieme atti processuali noti e che non aggiunge altro. È un film discreto, che può aiutare a capire quelli che non hanno mai conosciuto o seguito le vicende narrate, ma per tutti gli altri, per quelli già informati, non aggiunge nulla di nuovo. Soprattutto commette l’errore di seguire una logica un po’ assolutista, alla Travaglio per intenderci, quando dipinge Caselli in modo totalmente sbagliato e con una forzatura poco rispettosa di un uomo che all’antimafia ha prestato la propria intelligenza e la propria onestà.

Se a ciò aggiungo che, pur di farsi pubblicità, la Guzzanti arriva a esprimere solidarietà a due belve come Riina e Bagarella, allora posso dire che il film non merita poi tutta questa attenzione.

La stessa Guzzanti ha detto, nel corso di una delle interviste di promozione della pellicola, di non essersi mai occupata di mafia e di aver soltanto messo insieme le risultanze degli atti processuali. Lo ha fatto in maniera onesta, sicuramente, però con degli svarioni che sono il segno della sua conoscenza di seconda mano del fenomeno mafioso e della sua storia di questi ultimi decenni.

A maggior ragione, dunque, dovrebbe evitare di dire certe cose, perché la mafia è una cosa seria e il fatto che ci siano state complicità chiare dello Stato non autorizza nessuno a ribaltare la storia e a solidarizzare con chi ha riempito di sangue, violenza e morte la mia terra e questo Paese. Bagarella e Riina sono due belve sanguinarie. Sono assassini che hanno organizzato l’assalto allo Stato, con la complicità di pezzi deviati di quello Stato su cui avevano il controllo. Le stesse istituzioni politiche e militari hanno provato vergognosamente a trattare con loro, soprattutto con Riina. Oggi siamo qui a fare film e a rimproverare quelle istituzioni di aver ceduto e di aver stretto accordi con uno come Totò u curtu, poi che facciamo? Solidarizziamo con loro? Qualcosa non mi torna.

Sulla vicenda della testimonianza di Napolitano mi sembra che si stia creando troppo clamore. La questione è giuridica. La procura ha ammesso la presenza degli imputati per paura che questi possano chiedere l’annullamento del processo, in quanto sarebbero lesi i diritti alla difesa. La Corte d’Assise di Palermo ha stabilito che non è necessaria la presenza degli imputati e che ciò non è lesivo dei loro diritti in quanto tale disposizione è prevista in caso di esigenze di tutela di beni costituzionali. E che a garantire i diritti alla difesa saranno i legali degli imputati, che saranno presenti.

Io non credo che ciò cambi qualcosa, perché quel che conta è che i magistrati di Palermo, di cui io mi fido, possano parlare con Napolitano, finalmente, e porre le domande sul caso D’Ambrosio e su Nicola Mancino. Non dimentichiamo che, come hanno sempre chiarito Di Matteo e gli altri, Napolitano non è imputato ma solo testimone.

Quindi, al di là dell’antipatia per il capo dello Stato (che non piace nemmeno a me e che reputo uno dei maggiori responsabili del declino politico di questo paese), qui bisogna ragionare con calma e senza ideologizzazioni o estremizzazioni che di sicuro non servono e non aiutano chi sta indagando. Fa veramente orrore leggere castronerie terribili come quella pronunciata da Sabina Guzzanti per farsi pubblicità o quelle di qualche grillino incosciente che parla di boss e scagnozzi in maniera impropria (perché bisogna sempre parlare con le sentenze in mano o con riferimento a degli imputati, non con il qualunquismo becero da querela) dimenticando le idiozie pronunciate dal suo capo, il quale disse che la mafia non ha mai ucciso nessuno, mentre lo Stato uccide ogni giorno.

Smettiamola con questa pantomima di bassa lega. Preoccupiamoci piuttosto che i magistrati palermitani ricevano sostegno concreto da uno Stato che, fino ad ora, li ha lasciati soli ed esposti a qualsiasi intimidazione.

Autore

Il randagio

Un blog per riflettere criticamente sull'attualità, sulla vita e sulle tante ingiustizie contro cui siamo chiamati a combattere e a non girarci dall'altra parte. Il punto di vista di un "randagio" dell'informazione, uno che ritiene che scrivere non è solo raccontare dei fatti, ma anche prendere posizione quando quei fatti sono palesemente disumani o ingiusti.

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