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La maschera di Giorgia Meloni e la pastoia del consenso

La maschera di Giorgia Meloni e la pastoia del consenso

Forse qualcuno lo ha dimenticato, ma c’è stato un tempo in cui Giorgia Meloni si trovava all’opposizione. Era il tempo degli slogan urlati, dei tweet feroci, dei suoi interventi e comizi nei ritrovi dei gruppi della destra sovranista ed estremista europea. Era il tempo delle accuse violente a chi governava in Italia e alle istituzioni europee, il tempo dei video denuncia sulle accise della benzina, delle cantilene recitate con voce roca e intrisa di rabbiosa fierezza. “Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana”, urlava dal palco di piazza San Giovanni nel 2019. Una specie di mantra della sua identità, divenuto virale e ripetuto anche due anni dopo, in lingua spagnola, a Madrid, al raduno di Vox. Era una Giorgia Meloni “spensierata”, che puntava il dito rallegrandosi della sua assenza di responsabilità.

Ha seminato bene, in questi ultimi anni e mesi, la leader di Fratelli d’Italia, favorita ampiamente dalla cialtroneria di Salvini e dalla incapacità di coloro che, dalla parte opposta, invece di trovare unità e un po’ di visione politica che, su alcuni temi fondanti, marcasse la differenza in positivo, hanno finito per mostrarsi inconcludenti e rissosi. Ma non è questo l’argomento sul quale focalizzare l’attenzione adesso. Ormai la scena se l’è presa lei, la prima donna premier nella storia d’Italia. Fortemente identitaria, smaccatamente ambigua riguardo ai suoi legami con la storia e soprattutto con un mondo sotterraneo che, nel suo partito, è ancora profondamente vivo e “ardente”. Giorgia Meloni gioca da premier, ma si tratta di un gioco pericoloso, perché quando arrivano le responsabilità, quando si ha in mano la gestione di un Paese, gli slogan hanno la stessa forza di un cubetto di ghiaccio nel deserto.

E infatti, la maschera fragile di Meloni e del sovranismo italiano è già caduta e rischia di fare ancora più rumore del drammatico declino della versione del potere firmata Salvini, un ex leader sempre più ai minimi, sempre più vicino al personaggio macchietta che a un riferimento politico. A Giorgia Meloni si riconosce di certo più furbizia, più abilità a muoversi dentro l’alveo della politica, più formazione e cattiveria del suo alleato leghista. Ma con un limite enorme e invalicabile: la realtà. La premier “romana de Roma”, che si è fatta da sola (eccone un’altra), è lo specchio di una contraddizione perenne. Lei che si presenta come il nuovo, ma è in politica da almeno 25 anni, avendo ricoperto in passato persino il ruolo di ministro. Una contraddizione costante tra la sua facciata e la realtà delle sue azioni e della sua proposta.

“Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre…”, diceva. Eppure il suo vocabolario è tutto al maschile, e non solo per quella ridicola ma significativa richiesta di utilizzare l’articolo determinativo maschile accanto alla parola premier. Purtroppo a essere maschile è anche il vocabolario politico, quello delle strategie e delle scelte. La manovra di bilancio appena partorita è una delle peggiori mai viste, fortemente penalizzante per le donne, al punto che diversi osservatori l’hanno definita “punitiva”. Stravolge, depotenzia e di fatto restringe drasticamente le misure come “Opzione donna”, che si preannuncia un flop e che al massimo riguarderà meno di 3000 donne lavoratrici e solo di alcune categorie. Discrimina le donne che non hanno figli, propone un modello di welfare sterile e profondamente vecchio e patriarcale, privilegiando le famiglie monoreddito e numerose.

La manovra non offre nulla di concreto e importante nemmeno alle madri, quelle che magari vivono condizioni di difficoltà. La messa in discussione e la progressiva cancellazione del reddito di cittadinanza, infatti, colpisce anche le donne, spesso quelle più fragili, senza introdurre alcuna alternativa efficace e realizzabile nel breve periodo. Una guerra ai poveri e alle povere, che peraltro contraddice anche il tanto ostentato impegno per promuovere la natalità.

“Sono italiana”, urlava, ma forse lo è solo anagraficamente, di nascita. Perché per quel che riguarda la visione dell’interesse collettivo, di italiano c’è ben poco. Che senso ha definirsi italiani e patrioti e poi vivere una carriera politica al fianco di personaggi e movimenti sovranisti che, per il loro egoismo, bloccano riforme che potrebbero portare vantaggi anche all’Italia? Nessun senso, ma la propaganda è fatta così, sputa fumo e confonde, senza curarsi dei significati concreti. Così come non ha alcun senso, dopo aver riempito i social di proclami sulla cancellazione delle accise sulla benzina, non agire e lasciare tutto com’era, anzi addirittura lasciare che i prezzi tornino a salire, senza più sconti.

“Sono cristiana”, concludeva quel mantra divenuto oggetto di satira e di rivisitazioni esilaranti. Ma come si può conciliare questa presunta cristianità con la ferocia nei confronti degli ultimi, con l’ostilità verso i migranti, con la crudeltà nei confronti di esseri umani in fuga, con la guerra alla solidarietà? Come si conciliano i valori universali che popolano il cristianesimo con il sadismo disumano del governo Meloni, che costringe le navi ong a far sbarcare i naufraghi nei porti più lontani, come Ravenna o Ancona o Livorno, infischiandosene che ciò significhi sottoporre esseri umani già sfiancati a ulteriori giorni di navigazione, per di più allontanando per giorni le navi di salvataggio dal Mediterraneo?

In generale, a cosa serve dichiararsi donna, madre, italiana, cristiana se poi, non appena hai la possibilità di governare, agisci esattamente contro ciò che ritieni di rappresentare? Non serve a nulla. La risposta è semplice. Sono solo slogan da mercanti del consenso, sono pastoie di odio e politica da far ingoiare al popolo, nell’epoca della velocità e delle polarizzazioni artificiali, dei social, degli haters, delle notizie false e dei titoli fagocitati senza la minima riflessione, la minima, necessaria mediazione. E il problema, alla fine, non è nemmeno Giorgia Meloni. Perché la sua maschera era caduta da tempo, gli squarci dietro al trucco erano ben visibili anche due o tre anni o sei mesi fa. Il problema sono gli italiani, sempre più privi di cognizione politica, un gregge di cittadini sempre più incapaci di accorgersi che, nella mano che il pastore tende per convincerli ad avvicinarsi, non c’è alcun cibo o premio, e che invece, nell’altra mano, nascosta dietro la schiena, li attende un bastone.

Massimiliano Perna -ilmegafono.org

Autore

Massimiliano Perna

Sono un giornalista freelance, mi occupo da molti anni di immigrazione e diritti, ma anche di ambiente e mafia. Scrivere per me significa respirare e prendere posizione. Amo leggere e amo visceralmente la mia Sicilia e le opere di Pippo Fava. Ho un debole per le menti critiche che si coniugano con l'umanità e la semplicità. Disprezzo i razzisti e gli ipocriti e l'inerzia di chi potrebbe fare qualcosa ma non la fa. Sono il fondatore di questo sito, nato nel 2006, che oggi ha anche una web radio nella quale curo una trasmissione di approfondimento. I tempi sono bui e i silenzi troppi. Un megafono, sia esso di ferro, di righe e inchiostro o collegato a un mixer virtuale, può accendere qualche piccola luce. La mia speranza è di riuscire a tenerlo sempre acceso.

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