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Patrick Zaki: quando essere liberi ti toglie la libertà

Patrick Zaki: quando essere liberi ti toglie la libertà

Dopo 19 mesi di carcere ingiusto è iniziato il processo a Patrick Zaki, uno studente egiziano “colpevole” di libertà di pensiero. La storia di questo giovane attivista ha fatto scalpore, attirando inevitabilmente l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale (ce ne eravamo occupati qualche mese fa), poiché è emblematica di una “giustizia” iniqua, totalitaria, pronta a zittire con ogni mezzo le voci fuori dal coro. Patrick è stato arrestato lo scorso febbraio, in occasione del suo rientro in patria per fare visita ai parenti. Gli sono state applicate misure detentive approssimabili alla tortura, gli incontri con i familiari sono stati molto rari e ha potuto conoscere le accuse che gli vengono contestate solo alla vigilia del processo a suo carico. È stato più di 500 giorni in carcere, in condizioni molto spesso disumane, senza nemmeno saperne le reali motivazioni.

Secondo quanto comunicato da alcune ONG egiziane, gli è stato contestato il reato di diffusione di notizie false dentro e fuori il Paese a causa di un articolo online scritto nel 2019, un articolo di denuncia della persecuzione a carico degli egiziani copti, una minoranza religiosa cui lo stesso Zaki appartiene. Nell’articolo Patrick aveva raccontato di un militare morto nel Sinai nel corso di una campagna anti-terrorismo ed al quale non era stata riconosciuta alcuna onorificenza postuma, presumibilmente a causa dell’appartenenza alla minoranza copta. Raccontare simili episodi in Egitto costituisce un reato, un reato che prevede multe e detenzione per un periodo massimo di 5 anni. Inoltre, configurandosi come terrorismo, il giudizio sarà affidato alla corte della Sicurezza dello Stato per i reati minori, il che implica che una eventuale (o probabile) sentenza di condanna sarà inappellabile.

L’attenzione mediatica e politica intorno alla vicenda del giovane Zaki è notevole ed inevitabile, poiché il suo essere detenuto per un reato di opinione appare un ingiustificabile sopruso da parte delle autorità egiziane. Non sono mancate le iniziative e le dichiarazioni di sostegno, preoccupazione e mobilitazione per le sorti dell’attivista che attende, ancora in carcere, la seconda udienza (il prossimo 28 settembre). “Siamo preoccupati – ha dichiarato il presidente dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini – la vicenda è veramente sorprendente, per non dire surreale. Speriamo che le cose possano trovare una loro composizione al più presto e mi auguro che tutte le istituzioni possano lavorare in tal senso”.

“Le accuse che gli contestano – ha dichiarato Francesco Ubertini, rettore dell’Università di Bologna che Zaki frequentava – lasciano senza parole, porto sulla giacca la coccarda rossa da quando è stato arrestato al Cairo”. Il rettore ha anche  fatto presente la sua intenzione di chiedere a Draghi ed a tutto il governo di mobilitarsi per ottenere la liberazione dello studente iniquamente recluso. Inoltre Amnesty International ha organizzato a Piazza Maggiore, a Bologna, un flashmob in suo sostegno al quale hanno partecipato circa 200 persone. “Abbiamo sperato che non ce ne fosse bisogno ma ci tocca – ha dichiarato alla vigilia dell’evento Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia – ci saranno tante persone come l’’ febbraio del 2020 a chiedere ‘Free Patrick Zaki’”. Un sostegno emozionante, giusto ma che, paradossalmente, potrebbe essere pregiudizievole per Patrick Zaki che aspetta di tornare in libertà.

Da più parti, infatti, è stato fatto notare che un’eccessiva pressione politica o mediatica sulle autorità egiziane potrebbe spingerle a mostrarsi “forti”, ad essere ancora più rigorose nell’applicazione della legge con l’intento di mostrare inequivocabilmente la propria supremazia. Il clamore sollevato in difesa di Patrick potrebbe dunque spingere la corte giudicante a comminargli il massimo della pena e in quel caso, purtroppo, Zaki dovrebbe restare in carcere ancora 3 anni. L’augurio è che, anche se molto tardivamente, prevalga il buon senso e che presto Patrick possa fare rientro in Italia, tornare ai suoi amati studi e a difendere le minoranze da uomo veramente libero quale è sempre stato.

Anna Serrapelle-ilmegafono.org

Autore

Anna Serrapelle

Sono nata a Siracusa e sono sempre stata impegnata nel mondo del volontariato e dell'attivismo sociale. Proprio così, nel 2009, ho conosciuto il megafono e sono entrata a far parte di questa fantastica famiglia. Durante la mia permanenza in Puglia, ispirata dai danni procurati in quella zona dall'Ilva, ho spesso affrontato tematiche ambientali, negli ultimi anni tratto quasi esclusivamente tematiche legate alla legalità.

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