Non è mai stata lineare la politica delle potenze, anzi. Quasi sempre, dietro l’ostilità tra Paesi antagonisti si nasconde un negoziato in cui si cerca di definire un ordine regionale, se non mondiale. Uno dei bersagli di Donald Trump in campagna elettorale è stata la Cina, che vanta un gigantesco surplus commerciale con Washington. Una situazione inaccettabile per l’inquilino della Casa Bianca, il quale vorrebbe indurre Pechino a comprare di più negli Stati Uniti attraverso la minaccia di introdurre dazi sull’export cinese. Ma le minacce hanno preoccupato solo fino a un certo punto i cinesi, che nel 2018 hanno maturato il record storico di 323 miliardi di dollari di attivo nel commercio con gli USA.

Una buona fetta di questo surplus torna però negli Stati Uniti, tramite l’acquisto di buoni del Tesoro emessi da Washington. Pur avendo venduto buona parte dei titoli statunitensi in suo possesso, la Cina rimane il secondo possessore straniero di debito pubblico americano (subito dopo il Giappone), per un ammontare di 1.600 miliardi di dollari.

È questa la grande novità del nuovo ordine bipolare tra Stati Uniti e Cina. Non si tratta di potenze antagoniste sul piano dell’approccio al mercato né di due contendenti di pari potere bellico, come accadeva ai tempi della Guerra Fredda tra USA e URSS. I due Paesi sono invece profondamente integrati a livello di mercato e di produzione. Hanno solidi legami che possono essere ridiscussi, ma che non è possibile spezzare bruscamente. Da questo punto di vista Trump sta riscuotendo un grande successo. Sicuramente otterrà lo stop della svalutazione competitiva dello yuan, un maggiore rispetto dei brevetti industriali e nuove regole per facilitare lo sbarco di imprese statunitensi in Cina. E il surplus commerciale cinese probabilmente si ridimensionerà.

Ma anche per la Cina, alla fine, l’accordo sarà interessante: Pechino avrà assicurata una maggiore stabilità economica in un momento di rallentamento della crescita e vedrà confermato il suo ruolo di potenza globale, pur se comprimaria degli Stati Uniti. La linea pare essere non più guerre commerciali ma una gestione condivisa dell’economia di mercato globale.

Il terzo soggetto di questa storia è l’Europa, socio preferenziale degli Stati Uniti dalla fine della Seconda guerra mondiale. La centralità che finora Washington ha attribuito alla partnership con l’Unione Europea sta venendo rapidamente meno, e la vittima designata dell’accordo USA-Cina potrebbe essere proprio la prima potenza del Vecchio Continente: la Germania, che rischia di vedersi applicare dazi del 25% sulle automobili esportate negli USA, attualmente tassate al 5%. La motivazione di questo “avvertimento”, e cioè che le auto europee sarebbero una «minaccia per la sicurezza nazionale», ha letteralmente scioccato il governo di Berlino.

L’Unione Europea rischia così di diventare un vaso di coccio, stretta fra le due superpotenze, divisa all’interno e con giganteschi punti interrogativi sul suo futuro dopo la Brexit. A Washington, quando si tratta di scegliere i partner, sanno leggere le statistiche. L’Unione Europea, che nel 1990 produceva il 23% del PIL mondiale, oggi è scesa al 15%, la Cina intanto è salita dall’1,60% al 15,5% del PIL mondiale.

L’epoca della centralità dell’Atlantico nell’economia mondiale, durata oltre quattro secoli, si sta dunque esaurendo definitivamente. E il Pacifico è il nuovo Atlantico, o se si preferisce il nuovo Mediterraneo. La diarchia Stati Uniti-Cina sta cominciando a imporre un ordine mondiale, dopo i decenni di caos dovuti al vuoto lasciato dalla fine dell’URSS. Un ordine con due soci che, in teoria, potrebbero anche farsi reciprocamente del male, ma che hanno tutto l’interesse perché vi sia un clima favorevole agli affari. E ciascuno dei due sa che, per fare affari, è necessario che anche l’altro goda di buona salute.

Per l’Europa sta suonando l’ultima chiamata. L’unica, ormai remota, possibilità di salvaguardare qualcosa della centralità del passato dipende dalla solidità di ciò che l’Unione Europea saprà costruire insieme. Il rompete le righe che molti auspicano sarebbe il regalo più gradito per la nuova coppia di soci globali.

Alfredo Luis Somoza (Sonda.life) – ilmegafono.org