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I Plebei ci svelano la verità con le loro magiche contaminazioni folk

Punteggio 96%

La musica come strumento capace di liberare la verità, di svelarla, spogliandola di tutto ciò che la ricopre, e di mostrarla a chi ascolta. Nuda e cruda. Il tutto al termine di un viaggio di suoni, contaminazioni di generi e tradizioni, fra ritmi allegri e atmosfere ricche di colori cangianti. Questo è quello che ci propongono I Plebei nel loro ultimo ep “Velo S velo”, uscito il 4 maggio scorso e distribuito e promosso da Alka Record Label. Il gruppo trentino, con questo nuovo lavoro discografico, conferma tutta la bravura dei propri musicisti e la loro esperienza fatta di ricerca e sperimentazione. La loro musica è un incanto, un crocevia di generi e sonorità che ci portano lontano nello spazio e nel tempo.

Il folk predomina ma si colora di ska, musica balcanica, ritmi gitani che si mischiano con gli stornelli nostrani o con la musica d’autore, ricordando la migliore tradizione della world music. Le canzoni di questo disco hanno la malinconia festosa delle fisarmoniche e la voce impastata e profondissima che ci riporta a Tonino Carotone e alla sua follia gitana, o al Capossela di “Canzoni a manovella”. Giocofuoco, il singolo estratto che apre l’ep è un brano che esalta le discrepanze, un canto che allegramente ci porta a Katmandu a vedere che la povertà può risplendere con i colori vivi e brillanti della dignità.

È bellissima questa contaminazione, così come la capacità di giocare con la musica e con le sue possibilità di fluire tra diverse culture e diverse sonorità. Perché per andare alla ricerca della verità più pura, quella cruda alla quale I Plebei hanno dedicato il loro album, ci vuole un cuore leggero e giocoso che ti permetta di passare tra gli incubi e scendere giù nelle tenebre, accompagnato dalle tribolazioni (Incubo) per poi risollevarti fino a riconquistare il reale, grazie alla convinzione che non muori mai se senti che “il mondo che ti inventi fa parte della realtà” (Realè).

I Plebei ci insegnano che la musica è la parte più vera e viva di noi e che basta farla scorrere nelle vene, oltre che nelle orecchie. Basta tenere il ritmo, senza curarsi troppo di ciò che crede la gente, come cantano nella splendida Malvivendo (“…la gente vuole credere che io stia dormendo, perché c’ho gli occhi chiusi, ma non sa che sto piangendo”), brano pieno di malinconia dolcissima e struggente, che ci fa danzare in una lenta milonga stregandoci e ubriacando la nostra anima.

I Plebei ci fanno passare tra stati d’animo e situazioni varie, senza però mai perdere di vista il tema trattato, quello fondamentale della ricerca di una verità che può anche far male e non risultare accettabile da tutti, come ci ha detto Vincenzo, voce del gruppo, nel corso dell’ultima puntata di “The Independence Play” sulla nostra radio web. Così, “Velo S velo” risulta un album veramente bello, coinvolgente, musicalmente di altissima qualità, ricco di contenuti e suggestioni, di canzoni che, per fortuna di chi ascolta, non sono rimaste nascoste nel cassetto, sperando che i nostri musicisti le andassero a cercare al ritmo di un allegro stornello.

FrankaZappa -ilmegafono.org

La copertina dell’ep “Velo S velo”.

Pillola

96%

In breve La loro musica è un incanto, un crocevia di generi e sonorità che ci portano lontano nello spazio e nel tempo. Il folk predomina ma si colora di ska, musica balcanica, ritmi gitani che si mischiano con gli stornelli nostrani o con la musica d’autore, ricordando la migliore tradizione della world music.

Folk
97%
Tecnica
96%
Contenuti
95%

Autore

FrankaZappa

Collaboro da tempo con Il Megafono, dove insieme a Manuele curo la pagina musicale e il programma "The Independence Play" sulla nostra radio web. Sono una metallara nostalgica, stregata, quando ero poco più che bambina, dall'urlo "Looove" di Robert Plant. Di quell'amore per la musica ne ho fatto la mia spina dorsale di "metallo non metallo" che mi ha portato fino a qui. Oggi amo un sax che non mi corrisponde. Grazie a lui e al jazz ho scoperto che ancora esistono nuovi pianeti da esplorare, perché per me alla fine la musica resta l'unico modo di immaginare "the dark side of the moon".

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