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Il voto, atto conclusivo di una campagna orrenda

Il voto, atto conclusivo di una campagna orrenda

Manca ormai poco al voto. Tra una settimana sarà tutto finito. O meglio, tutto ricomincerà daccapo. Perché questo è il Paese della campagna elettorale perenne. Considerato poi che, dopo queste elezioni politiche, chi uscirà vincitore non avrà comunque la forza di governare da solo, si comprende come tale clima sia destinato a durare. Ciò non fa bene a nessuno, soprattutto a chi ogni giorno avrebbe bisogno di risposte politiche e di azioni e misure concrete. La volgarità dei toni e la sterilità dei contenuti politici hanno segnato una campagna elettorale passata tra polemiche infantili su chi è più puro dell’altro, gaffe disarmanti e sfilate imbarazzanti davanti ai musei, pericolose sottovalutazioni della violenza di stampo fascista e la solita cocciuta e criminale carrellata di fandonie e strumentalizzazioni sul tema dei migranti.

La politica, insomma, ha offerto quello che poteva, quella che è la fedele fotografia della propria attuale condizione. Vuota, generalmente popolata da leader molli o da arroganti figuri incapaci di presentare proposte, programmi, soluzioni realmente differenti dagli slogan tanto amati dall’elettorato di pancia e per nulla utili al dibattito, al confronto, alla selezione dell’offerta politica. Ci siamo assuefatti a un declino nel quale sguazzano le fasce più pericolose della società italiana, quelle che cercano la violenza, la rabbia incontrollata, quelle che costituiscono un fiume che potrebbe rompere gli argini e sfuggire a ogni possibile canale lecito.

Questo ha portato a un flusso continuo di parole e dichiarazioni che non hanno alcun senso politico, perché sono lontanissime dalla realtà, dai bisogni reali di un’Italia che ha smesso di interrogarsi, di guardarsi dentro e dal basso. L’istinto del popolo, il peggiore, ha così prevalso sulla ragione. Si è parlato di cronaca nera, di razza, di devianze etniche, enumerando dati inesistenti ai quali una stampa inebetita non ha quasi mai contrapposto le cifre reali. Si è parlato di bonifici, di furbetti, si è sfiorato il tema della corruzione e di certi sistemi, ma mai per proporre un approfondimento onesto. Si è scelto di proseguire nella assurda battaglia politica a chi è più pulito dell’altro. O meno sporco.

Non abbiamo mai sentito la passione delle idee (né ce la aspettavamo viste le forze in campo), ma soprattutto abbiamo assistito al silenzio tombale sui temi del lavoro, della lotta alle disuguaglianze, delle misure ipotizzate per ripulire il Paese dalle mafie e dalle loro salde ramificazioni. Non abbiamo sentito parlare di povertà e di soluzioni di ampio respiro. Il dibattito è stato inutile, una enorme farsa nella quale ciascuno ha giocato il proprio ruolo, affinato le proprie strategie, utilizzato tutti i propri canali per vendere un prodotto. Lo ribadiamo: è solo marketing politico. Ed è come se tutte le forze in campo sapessero di combattere una battaglia che conta fino a un certo punto, perché nessuna vittoria potrà mai essere totale, nessuna vittoria potrà consegnare lo scettro del comando, quello solido e robusto di chi può contare su una maggioranza parlamentare ampia e stabile.

Si è respirato questo clima dimesso da Paese dimesso. Un clima di cui tutti sono responsabili. Così, l’unica cosa che resta ai partiti è quella di puntare sul fatto di essere meno peggio degli altri, di vantare le proposte avanzate o le leggi approvate nel corso della loro esperienza politica. Null’altro. Siamo stati (e lo saremo ancora per qualche giorno) dentro a una noiosa cantilena sul passato, alla quale si è aggiunto un ritornello odioso di promesse da supermercato. A conclusione di tutto ciò rimbomba ancora l’invito a turarsi il naso. Perché questo, alla fine, con l’eccezione dei militanti o dei fanatici, è quello che saremo costretti a fare. Turarci il naso. Come tanti facevano ai tempi della Dc, che rispetto a oggi sembrano perfino tempi d’oro.

Dobbiamo turarci il naso. Ce lo ha chiesto Renzi, ce lo chiedono appelli giornalistici pieni di retorica e di falsa equidistanza (per non dire paraculaggine). A sinistra, soprattutto, siamo pieni di appelli al voto utile, di toni scorbutici sul fatto che chi vota diversamente dal Pd è un complice della paventata vittoria della destra. E c’è chi trema e cede a questo ricatto morale, cambiando decisione di voto, scegliendo la ragion di Stato. Come se chi ha governato questo Paese fino a ieri avesse scelto alleati lontani da chi a destra ha pesanti responsabilità passate (Alfano qualcuno se lo ricorda?).

Basterebbe affidarsi, come è sempre consigliato, alla memoria, anche abbastanza recente, per replicare in maniera netta che quattro anni fa la destra appariva politicamente in grave difficoltà. Forza Italia agonizzava, la Lega rimaneva stabile, Fratelli d’Italia era un fenomeno ancora più marginale e con percentuali risibili. Chi ha riesumato tutti loro? Chi ha regalato alla destra un po’ di linfa vitale? La risposta dovrebbe darla chi oggi accusa tutti tranne che se stesso e il suo gruppo di affezionati. Certo, non è il solo responsabile, ma di sicuro uno dei principali. E fa specie che chi ha portato il proprio partito a un crollo di consensi così vertiginoso (almeno nelle previsioni), sia ancora in sella insieme ai suoi fedelissimi.

Cosa accadrà se questo crollo sarà confermato o ampliato dal voto? Nulla. La prospettiva sarà quella di cercare un altro modo per restare in sella, attraverso una intesa, smentita più volte ultimamente, ma francamente non improbabile, che magari verrà spacciata come “senso di responsabilità”, alla faccia del voto utile, dei “guardiamoci negli occhi” e dei “turatevi il naso”. Non si riescono a vedere prospettive differenti al momento. Certo, in campagna elettorale, gli ultimi giorni possono sempre riservare colpi di scena, anche se in questa campagna sembra reggere una linearità orrida, una costanza perfetta nella sua bruttezza.

La speranza è che ciascuno voti secondo coscienza, ascolti o meno gli appelli al voto utile, ma scelga assumendosi sempre e comunque una responsabilità. Ed eviti di scaricare, su chi la pensa diversamente, colpe che appartengono ad altri. Ma soprattutto, dopo questo teatrino mostruoso, si torni in piazza a chiedere conto delle priorità di un Paese che continua a trascinarsi dietro temi e dibattiti che non hanno alcuna rilevanza nella vita delle persone. Quelle vere, sia chiaro. Non quelle che vengono mostrate, con tanto di copioni scritti, nelle peggiori trasmissioni di Rete 4.

Massimiliano Perna -ilmegafono.org

Autore

Massimiliano Perna

Sono un giornalista freelance, mi occupo da molti anni di immigrazione e diritti, ma anche di ambiente e mafia. Scrivere per me significa respirare e prendere posizione. Amo leggere e amo visceralmente la mia Sicilia e le opere di Pippo Fava. Ho un debole per le menti critiche che si coniugano con l'umanità e la semplicità. Disprezzo i razzisti e gli ipocriti e l'inerzia di chi potrebbe fare qualcosa ma non la fa. Sono il fondatore di questo sito, nato nel 2006, che oggi ha anche una web radio nella quale curo una trasmissione di approfondimento. I tempi sono bui e i silenzi troppi. Un megafono, sia esso di ferro, di righe e inchiostro o collegato a un mixer virtuale, può accendere qualche piccola luce. La mia speranza è di riuscire a tenerlo sempre acceso.

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