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Lo spietato ed eccellente rock dei Fuzz

Lo spietato ed eccellente rock dei Fuzz

Vengono da Torino e ci presentano il loro primo album, intitolato con un acronimo, “A.R.T.” (Andare Restare Tornare): loro sono i Fuzz e non avrebbero bisogno di altre presentazioni. Perché sono capaci di farci sentire chi sono già dalla prima traccia (Suononero), urlandoci in faccia le loro intenzioni: “Sono l’uomo nero e vengo per distruggere”. Un suono nero con il quale riducono subito  in polvere ogni nostra resistenza.

Irresistibili e cattivissimi, si impossessano dei nostri incubi migliori e li fanno ballare ininterrottamente in una danza intensa per dieci struggenti tracce. Precisi, clinici, puliti e bellissimi, distorcono le note e sbattono le nostre sicurezze su un muro di suono potentissimo composto da due pesanti chitarre e un basso.

La voce pulita e performante, i cori e i ritmi mai banali ricordano i migliori Marlene Kuntz, quelli di Catartica e di Festa mesta. I Fuzz hanno un loro stile ma non ci si ingabbiano, spingendosi dal rock sperimentale all’hard-core, fino a giungere al progressive metal. Essi divorano le assenze e le risputano in sentenze di condanna per questo mondo distratto. Curano i testi e la musica e ci regalano vere e proprie gemme rock.

Immobile è una preghiera dolcissima in un mondo distratto e frettoloso. Ma il tempo è un tiranno e non ci resta che “pogarci” dentro in un vortice di distorsioni e rift vorticosi e convincenti, come in Ebola. Con i Fuzz brindiamo tra la cenere. Il loro è un urlo che risveglia dal torpore di una vita piena di “giorni uguali a ieri”, senza possibilità di scampo (Sasha). 

Linoeranza, quinto brano dell’album, ci immerge in questo errare senza sosta alla ricerca di un colpevole, per poter finalmente essere scacciati anche da questo dannato finto eden. Isola blu (riuscitissima) è una tempesta perfetta di suoni che si infrangono lasciando naufragare i nostri pensieri scuri. A testa bassa, invece, risulta una dolce dichiarazione punk, con il principe azzurro che non cavalca cavalli bianchi ma chitarre indiavolate.

Spietatamente rock come non si vedeva da tempo. Se avete paura di farvi male lasciate stare. È un “pogo” serissimo e non avrete certo tempo di riprendere fiato. Il loro è un tentativo disperato di trovare pace nella cenere e di trovare respiro in un grigio weekend (come in La parola chiave). Se siete stanchi di annoiarvi, allora provate a spararveli nelle orecchie. Vi ritroverete svegli, incazzati e pronti a piegare ai vostri desideri questi fottuti giorni.

FrankaZappa -ilmegafono.org

La copertina dell’album “A.R.T.”.

Autore

FrankaZappa

Collaboro da tempo con Il Megafono, dove insieme a Manuele curo la pagina musicale e il programma "The Independence Play" sulla nostra radio web. Sono una metallara nostalgica, stregata, quando ero poco più che bambina, dall'urlo "Looove" di Robert Plant. Di quell'amore per la musica ne ho fatto la mia spina dorsale di "metallo non metallo" che mi ha portato fino a qui. Oggi amo un sax che non mi corrisponde. Grazie a lui e al jazz ho scoperto che ancora esistono nuovi pianeti da esplorare, perché per me alla fine la musica resta l'unico modo di immaginare "the dark side of the moon".

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