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Il rock degli Entrofobesse: echi passati per un futuro più umano

Il rock degli Entrofobesse: echi passati per un futuro più umano

Sono siciliani, vengono da Niscemi, città affacciata sulla piana di Gela, e sognano un ritorno alla genuinità e a un mondo più pulito, più armonico e meno decadente: parliamo degli Entrofobesse, di cui vi oggi proponiamo l’ultimo album, “Sounds of a past generation”. Quattro musicisti che sanno dare contenuti e identità alla loro musica, per nove tracce che contengono sonorità rock, psichedeliche, noise e con suggestivi richiami ora agli anni ’70 ora al rock british anni ’90. In alcuni tratti sembrano ispirarsi a gruppi come i Bush o i Pearl Jam, ma mantengono sempre una propria lineare fisionomia, costruendo atmosfere coerenti.

Atmosfere nelle quali si ritrovano sentimenti intensi, riflessioni profonde, prese di coscienza, rabbia, speranza, malinconia. Quest’album è un universo di sensazioni, è quasi una denuncia su quello che il mondo dovrebbe essere e purtroppo non è, né dal punto di vista umano né da quello ambientale. Da ciò ne deriva una richiesta di socialità e genuinità che attraversa le musiche, gli arrangiamenti, le corde vocali, tutto quel che costituisce le canzoni che compongono il disco, che si avvale della preziosa opera di Carlo Natoli e che ospita anche il bluesman ibleo Stefano Meli.

I nove brani sono il racconto sincero di una generazione che analizza e vive questo tempo. It’s a good day to die apre il disco con una riflessione cosciente e matura che si svolge nel presente, seguita da Revolution Day, nella quale esplode la rabbia, la voglia di cambiare. Big Sky richiama quella sensazione propria di chi si trova di fronte alla contraddizione tra una natura meravigliosa e il progresso violento che la macchia. Fa venire in mente cieli azzurri e spazi immensi, sporcati da nubi di fumo o ostruiti da costruzioni grigie e invadenti.  Panorami da osservare in silenzio, un silenzio carico di pensieri.

Lo spiegano loro stessi: “A Niscemi […] quando arriviamo al Belvedere, una panoramica che si affaccia sulla piana di Gela, da dove è possibile ammirare l’infinità del cielo, la verde pianura segnata dai campi coltivati, il mare e dove il petrolchimico è un punto remoto inghiottito dalla foschia, puntualmente ognuno di noi rimane in silenzio, le chiacchiere si bloccano e per lunghi momenti restiamo lì, ognuno con i nostri pensieri. Dopo andiamo via e ritorniamo ai nostri discorsi e alle nostre chiacchiere. Quel momento d’intima quiete è Big Sky”. Impossibile non pensare anche al Muos, il gigantesco e contestato radar americano che ha acceso un grande fronte di lotta popolare a Niscemi.

Black empire è invece una traccia sofferta, nichilista, nella quale la speranza viene divorata da un senso di sconforto, passeggero o meno poco importa. L’intro vocale è riuscitissimo, è solo voce che lascia affiorare una rabbia graffiante. Big black heart è uno scenario di lotta, il cuore nero è un nemico da combattere. Suzanne’silver, brano che chiude in bellezza il disco, colpisce molto per via della voce che sembra arrivare dal futuro per accompagnarci lungo un percorso quasi totalmente musicale, portandoci a cavalcare in praterie infinite. Tocca a noi decidere, con l’immaginazione e l’ascolto, quale debba essere lo sfondo: grigio e desolato di una metropoli o ventoso e azzurro di un mare invernale.

Insomma, “Sounds of a past generation” è un album profondamente umano, maturo, pieno di vita, mai eccessivo, in un continuo ed emozionante alternarsi di suggestioni positive e negative, speranza e stanchezza, ma soprattutto musica. Ottima musica. Da ascoltare respirando a fondo e conservando il sogno di un mondo migliore.

FrankaZappa –ilmegafono.org

La copertina dell’album “Sounds of a past generation”.

Autore

FrankaZappa

Collaboro da tempo con Il Megafono, dove insieme a Manuele curo la pagina musicale e il programma "The Independence Play" sulla nostra radio web. Sono una metallara nostalgica, stregata, quando ero poco più che bambina, dall'urlo "Looove" di Robert Plant. Di quell'amore per la musica ne ho fatto la mia spina dorsale di "metallo non metallo" che mi ha portato fino a qui. Oggi amo un sax che non mi corrisponde. Grazie a lui e al jazz ho scoperto che ancora esistono nuovi pianeti da esplorare, perché per me alla fine la musica resta l'unico modo di immaginare "the dark side of the moon".

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