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Linguaggio politico e prezziario umano

Linguaggio politico e prezziario umano

C’è qualcosa che disturba nel caos di avvenimenti di queste ultime settimane. Il 2015 è iniziato con il sangue di Parigi e con quello nigeriano, con la retorica occidentale puntata sulla capitale francese e la corrispondente e imbarazzante indifferenza per le vittime africane. In Italia il dibattito si è subito spostato sul pericolo terrorismo, sulle parole della Le Pen, sullo sciacallaggio di Salvini, al quale i mass media (la ragione ci è oscura) continuano a dare costantemente spazio. Poi è arrivata la liberazione di Greta e Vanessa, immediatamente collegata al dibattito sul terrorismo, su quelle armi che con i soldi del riscatto i gruppi fondamentalisti avrebbero potuto comprare per continuare a uccidere e seminare terrore.

Quindi le leggi speciali contro i “foreign fighters” (cittadini europei, anche italiani, che vanno a combattere tra le fila dell’ISIS) annunciate da Alfano, gli arresti e le espulsioni di alcuni cittadini dell’Est Europa, infine la dichiarazione di Gentiloni, che ci avverte, in questo clima, che dall’immigrazione proviene il rischio di infiltrazioni terroristiche, aggiungendo poi (e meno male che lo ha fatto) che questo non vuol dire che i migranti siano terroristi o che lo sia chi arriva con i barconi. Fermiamoci un attimo. Perché altrimenti finiamo per andare dietro a quello che politica e mass media propongono con una sequenza che è pericolosa per due ragioni: il linguaggio usato e i concetti che con esso vengono espressi. Il terrorismo è violenza allo stato puro ed è principalmente violenza politica, anche se poi qualcuno vuole spacciare per religiosa o etnica la motivazione che vi sta alla base.

I foreign fighters, tra l’altro, sono anche cittadini italiani di origine e di nascita, che hanno scelto di arruolarsi in preda alla propria sbornia fanatica, ma che nulla hanno a che vedere con l’immigrazione. Dichiarare (seppur con la successiva precisazione) che il rischio terroristico è connesso all’immigrazione significa fomentare il clima di odio e intolleranza che torna utile a chi vuole trasformare in consenso politico la paura costruita agitando la bandiera dello scontro di civiltà, del “noi” contro “loro”, del nemico che può nascondersi ovunque tra chi ha un’origine non italiana. La dimostrazione di irresponsabilità di chi pronuncia certe parole è disarmante e irrita, infastidisce. Perché già nel momento in cui le senti pronunciare sai a quali altre atrocità linguistiche e concettuali dovrai assistere, con giornali e tv pronti a diffonderle senza sosta, a ripetizione, fino a quando non diventeranno un copione a cui il popolo, o meglio una parte (sempre più ampia) di esso, potrà attingere in qualsiasi momento.

Ecco come, magari in buonafede, l’uso sbagliato del linguaggio (in questo caso il linguaggio politico) e la costruzione sbagliata di una dichiarazione, diventano un’arma perfetta tra le mani degli intolleranti. Sono proprio gli intolleranti che mettono a rischio l’Italia, sono proprio coloro che da anni insultano, disprezzano, umiliano e violentano l’intimità e la dignità delle persone considerate diverse, viste come “altra civiltà” o perfino “inciviltà”, ad esporci. Ad esporre un Paese che, fino alla prima metà degli anni ’90, si distingueva per aver sempre dialogato con il mondo arabo e per aver separato l’Islam dalle derive fondamentaliste che agivano fraudolentemente a suo nome. Sono quelli come Salvini, Borghezio, Calderoli, Gasparri e come lo stesso Grillo (o i suoi piccoli fan diventati esponenti di spicco) a mettere a rischio l’Italia, che non deve guardarsi dai migranti o dai musulmani che vivono in questo paese, ma dai gruppi di terroristi internazionali che potrebbero colpire ovunque e che uccidono chiunque, compresi i musulmani che dicono di rappresentare.

Gli intolleranti sono gli stessi che ci fanno toccare il fondo, come Paese, quando danno adito agli insulti volgari e sessisti nei confronti di due ragazze, due cooperanti, che sono state liberate e salvate. Le polemiche sul riscatto, così accese, così sfrontate, costituiscono una ferita profonda, un oltraggio all’umanità, ma sono passate come fossero boutade o giuste recriminazioni sulla corretta gestione dei soldi pubblici. Nessuno è riuscito a trovare un limite, a fermarsi, a mostrare un minimo di rispetto. Nemmeno in un momento in cui due vite umane sono state salvate.

Non sarebbe certo mancato il tempo per chiarire con calma, successivamente, in Parlamento, quello che è avvenuto, senza spettacolarizzazioni o polemiche. E invece si è trasformato anche questo momento in gazzarra, in turpiloquio, in un palcoscenico dove hanno trovato spazio tutte le brutture del nostro tempo e della nostra non cultura: il razzismo, il sessismo, la maleducazione, i liquami di una fogna mediatico-politica che hanno infettato la gioia delle famiglie, degli amici, delle due ragazze e di chi sperava, prima di ogni ragionamento, di riportarle a casa. C’è stato chi ha detto persino che sia stato speso troppo, come se ci fosse un prezzo limite.

A questi funesti contabili vorrei chiedere di dirci qual è il prezzo giusto per una vita umana. Qual è la soglia che non si può superare, oltre la quale la vita di un essere umano, chiunque esso sia, sarebbe da ritenere sopravvalutata e iniqua? È superiore o inferiore a quella necessaria per festeggiare l’acquisto, da parte del club calcistico per cui tifate, di un campione di primo livello? Vorrei altresì chiedere se questa soglia da voi individuata è uguale per tutti o varierebbe nel caso in cui ad essere in condizioni di privazione della libertà fossero vostra moglie, vostro marito, i vostri figli, genitori, fratelli, sorelle, amici e così via? Sono convinto, e questa cosa mi disturba parecchio, che la vostra risposta sarebbe ancora più terrificante delle vostre logiche da ragionieri nazisti. Logiche di chi crede di essere tutore del bene pubblico, di chi starnazza a convenienza, allo stesso modo di come si trasforma, in pochi minuti, in un difensore della libertà di stampa, solo in base a un evento che può essere strumentalizzato a proprio uso e consumo nel caos di un Paese nel quale il ragionamento onesto e la verità sono escluse da qualsiasi dibattito e da tutto ciò che non serva a inquinare il consenso.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

Autore

Massimiliano Perna

Sono un giornalista freelance, mi occupo da molti anni di immigrazione e diritti, ma anche di ambiente e mafia. Scrivere per me significa respirare e prendere posizione. Amo leggere e amo visceralmente la mia Sicilia e le opere di Pippo Fava. Ho un debole per le menti critiche che si coniugano con l'umanità e la semplicità. Disprezzo i razzisti e gli ipocriti e l'inerzia di chi potrebbe fare qualcosa ma non la fa. Sono il fondatore di questo sito, nato nel 2006, che oggi ha anche una web radio nella quale curo una trasmissione di approfondimento. I tempi sono bui e i silenzi troppi. Un megafono, sia esso di ferro, di righe e inchiostro o collegato a un mixer virtuale, può accendere qualche piccola luce. La mia speranza è di riuscire a tenerlo sempre acceso.

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