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In Kurdistan, emergenza umanitaria per i profughi

In Kurdistan, emergenza umanitaria per i profughi

Dall’inizio dell’anno, 1,8 milioni di iracheni sono stati costretti a fuggire dal terrore e dalla violenza in corso in molte regioni del paese. Ed ora la stagione invernale rappresenta una minaccia per migliaia di sfollati rifugiatisi nella regione autonoma del Kurdistan. Tra poche settimane, infatti, nella regione, le temperature in montagna arriveranno fino a -16°C, scrive L’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) in un comunicato. Oggi circa 800.000 persone non hanno ancora un riparo, mentre 940.000 non hanno ancora gli strumenti necessari per proteggersi dal freddo negli alloggi di fortuna in cui vivono.

“L’inverno qui è già iniziato, siamo profondamente preoccupati per il freddo, destinato ad aumentare velocemente nelle prossime settimane, e a far peggiorare drasticamente le condizioni precarie in cui vivono centinaia di migliaia di sfollati. I più esposti e fragili sono le donne e i bambini, è necessario assicurare soccorso a tutti e rispondere ai bisogni più urgenti”. È l’allarme lanciato da Carlotta Sami, portavoce dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), al rientro da una missione al campo profughi di Erbil, nel Kurdistan iracheno. Ai quasi due milioni di iracheni costretti a lasciare le proprie case e villaggi si aggiungono 225 mila siriani in fuga, che attraversano la Turchia per mettersi in salvo nel Kurdistan. Cifre che non si arrestano: ogni giorno 300-500 persone passano la frontiera e arrivano nel nord dell’Iraq dalla città curdo-siriana di Kobane.

L’Unhcr ha lanciato una campagna di raccolta fondi per 1,9 milioni di sfollati e rifugiati iracheni che hanno bisogno di assistenza umanitaria, mentre la Turchia ha avvertito che il numero di profughi siriani all’interno dei suoi confini potrebbe superare i 2 milioni e mezzo di persone se la città di Aleppo, ora sotto il controllo dei ribelli moderati, tornasse nelle mani del regime di Bashar al Assad.

La situazione ad Aleppo, come nel resto della Siria, è critica, anche se per alcuni ci sarebbe una speranza di “tregua” rappresentata dal piano dell’inviato dell’Onu, Staffan De Mistura. Quest’ultimo ha proposto di sperimentare nella città un cessate il fuoco che vorrebbe poi estendere altrove. L’idea di De Mistura è rendere Aleppo un esempio da seguire, fermando i combattimenti e consentendo la distribuzione di viveri e medicine. Se però la proposta di De Mistura è considerata “positiva” da Assad, non lo è altrettanto per i ribelli moderati che devono affrontare contemporaneamente l’esercito e gli estremisti dello Stato Islamico. In Siria, insomma, si sta ponendo una scelta piuttosto difficile: sostenere i ribelli contro il regime di Assad e lo Stato islamico (Isis) oppure favorire una riconciliazione tra i ribelli e un regime sanguinario (anch’esso in guerra contro l’Isis) che potrebbe rimanere al potere.

G.L. -ilmegafono.org

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