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La ‘ndrangheta, la scomunica e gli inchini blasfemi

La ‘ndrangheta, la scomunica e gli inchini blasfemi

Una vergogna, una forma blasfema e distorta di devozione. Dopo l’increscioso fatto di Oppido Mamertina, il dibattito si è fatto intenso, le voci sono diventate tante e varie, grazie anche all’ampia copertura mediatica. Questa volta, l’insistenza dei media non è un male. Non lo è perché evita, finalmente, che cali il silenzio su qualcosa che, di solito, ha avuto l’effetto debole di provocare qualche timida reazione e nulla più, come quando si bacchetta una pessima abitudine, contro cui però, si dice, “non è il caso di esagerare” con le sanzioni. Questa volta l’indignazione è tangibile e, forse, segna un punto di non ritorno. Non è solo una questione di tempo, ossia il fatto che il gesto sacrilego di deferenza a cui la statua della Madonna è stata costretta sia avvenuto a pochi giorni di distanza dalle parole di sfida del Papa, dalla sua scomunica ai mafiosi.

Ad essere centrale è la ragione per cui ciò è avvenuto, vale a dire il nervosismo della ‘ndrangheta, la scelta di reagire a quelle parole, di sfidare il diktat del pontefice, il quale, alla forma sterile del “Convertitevi” di Giovanni Paolo II, ha sostituito un provvedimento concreto, l’unico che un’istituzione come la Chiesa abbia il potere e dovere di fare. Scomunica. Il perdono lo si chieda a Dio o lo si affidi a pentimenti concreti, alla denuncia, alla collaborazione con la giustizia, ma non si pretenda l’accoglienza nelle strutture e nei riti religiosi.

Una scelta rivoluzionaria dentro un’istituzione che, in passato, scomunicava i comunisti o i divorziati ma flirtava e andava a braccetto con i boss, che finanziavano le processioni in cambio di un ruolo da protagonisti, di una pubblicità popolare e immediata del proprio potere di fronte al popolo di fedeli e cittadini. Boss che poi ricevevano funerali pomposi e persino epitaffi commoventi nei luoghi di culto, per sottolinearne generosità e saggezza. Oggi, Francesco ha scelto di rompere, di richiamare in maniera netta (non con una richiesta, ma con una precisa imposizione) prima di tutto preti e vescovi a spezzare legami blasfemi.

Alla ‘ndrangheta tutto questo non è andato giù. I motivi li spiega molto bene il giudice Nicola Gratteri: “Oggi vediamo le prime esternazioni del nervosismo della mafia. L’inchino davanti alla casa del boss è l’ennesimo episodio di esternazione del potere delle mafie, che controllano tutto ciò che le rendono visibilmente forti. La Chiesa in Calabria è molto forte, ha molto seguito. E allora sia i mafiosi che i politici si fanno vedere vicino ai preti e ai vescovi perché è una forma di pubblicità”. Una forma che il pontefice ha deciso dunque di eliminare, rispondendo anche alle richieste di tanti preti antimafia impegnati in Calabria e non solo e che da tempo aspettavano un intervento da Roma per avviare un nuovo corso.

In Calabria ci sono tanti sacerdoti in prima linea, basti pensare a don Giacomo Panizza o agli anni di lotta di monsignor Bregantini, ex vescovo di Locri-Gerace (che fu spostato da Benedetto XVI scatenando molte proteste), solo per citarne due; ma ci sono anche tanto isolamento e un capillare controllo del territorio da parte delle ‘ndrine, che infettano tutto, a partire dai riti popolari, per quella sorta di falsa devozione che caratterizza tutte le organizzazioni criminali. Non è la prima volta che una statua in processione si inchina di fronte alla casa di un mafioso. Era successo anche a Catania, qualche anno fa, durante le celebrazioni di Sant’Agata, e in altre città del Sud. Adesso, però, ci sono stati due elementi di novità: un Papa che ha intrapreso una strada netta e uno Stato che ha reagito di fronte all’inerzia di altri rappresentanti delle istituzioni, i quali ora provano a liberarsi da un pesante ed evidente imbarazzo.

Di fronte a sindaci e sacerdoti che fingevano di non vedere, i carabinieri, comandati dal maresciallo Andrea Marino, hanno scelto di reagire, di non accodarsi, di mantenere la dignità di chi rappresenta la nazione, abbandonando platealmente la processione e, subito dopo, inoltrando una segnalazione alla Dda allo scopo di far aprire un’inchiesta che sta già accertando le responsabilità. Il maresciallo, quindi, ha fatto il proprio dovere. Quello che altri, a partire dal parroco di Oppido Mamertina, hanno scelto di non fare. Lo stesso parroco ha poi peggiorato le cose il giorno dopo, quando avrebbe invitato i fedeli a schiaffeggiare il giornalista del “Fatto Quotidiano”, Lucio Musolino, che lo attendeva per fargli qualche domanda e che è stato cacciato via in malo modo dagli stessi fedeli. Sarebbe logico adesso, per rimanere in linea con la svolta impressa da Francesco, cacciare quel prete o scomunicarlo qualora si rivelasse un suo coinvolgimento nel famigerato inchino della statua.

E non si dica, come qualcuno con toni giustificativi prova a fare, che i preti sono soli e che è facile parlare come fa il Papa, che poi se ne torna a Roma, mentre i sacerdoti nel paese ci devono vivere. Questa è un’altra idiozia culturale, perché coloro che vivono di fede dovrebbero andare fino in fondo sempre, nel portare avanti il messaggio di giustizia, pace e libertà del dio in cui credono, senza retrocedere mai. Altrimenti cambino mestiere. Perché la loro codardia è offensiva, se messa a confronto con la scelta coraggiosa e con la schiena dritta di altri sacerdoti e uomini di fede. Anche in Calabria.

Lo stop a tempo indeterminato delle processioni, pertanto, è una decisione/punizione saggia. Allo stesso modo, bisognerebbe punire chi, nel carcere di Larino, si permette di officiare messa a duecento mafiosi che protestano per la scomunica del Papa. Non sono comprensibili né il risalto dato alla notizia di questi affiliati che si lamentano di non poter più andare a messa, né la preoccupazione del cappellano del carcere che cerca di rassicurarli, né soprattutto la messa speciale officiata dal vescovo De Luca.

Sinceramente, invece di preoccuparsi o imbarazzarsi, bisognerebbe festeggiare, gioire, perché vuol dire che il Papa ha colto nel segno, ha smosso qualcosa, ha infastidito i mafiosi, che, con un semplice gesto, si sono visti strappare di dosso il velo di ipocrisia dietro cui nascondevano la loro crudeltà mascherandosi da devoti. La strada è stata segnata, Francesco ci ha messo faccia e coraggio, coloro che non vogliono seguirlo o non capiscono l’importanza del suo messaggio e si lasciano andare a giustificazioni e minimizzazioni o a distorsioni sul concetto di perdono sono responsabili e complici di qualcosa che offende non solo dio (per chi ci crede), ma anche tutti i cittadini e le istituzioni che non si inchinano e combattono contro le mafie o ne hanno subito l’orrore. E sono responsabilità e complicità che non devono essere dimenticare e di cui, un giorno, bisognerà chiedere conto.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

Autore

Massimiliano Perna

Sono un giornalista freelance, mi occupo da molti anni di immigrazione e diritti, ma anche di ambiente e mafia. Scrivere per me significa respirare e prendere posizione. Amo leggere e amo visceralmente la mia Sicilia e le opere di Pippo Fava. Ho un debole per le menti critiche che si coniugano con l'umanità e la semplicità. Disprezzo i razzisti e gli ipocriti e l'inerzia di chi potrebbe fare qualcosa ma non la fa. Sono il fondatore di questo sito, nato nel 2006, che oggi ha anche una web radio nella quale curo una trasmissione di approfondimento. I tempi sono bui e i silenzi troppi. Un megafono, sia esso di ferro, di righe e inchiostro o collegato a un mixer virtuale, può accendere qualche piccola luce. La mia speranza è di riuscire a tenerlo sempre acceso.

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