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A Sampieri e Lampedusa è annegata la nostra coscienza

Una spiaggia libera e bellissima. Bisogna andarci. Camminarci sopra durante i giorni di caldo estivo e poi lasciarsi rinfrescare dal mare verde e limpido che l’accompagna. Me lo hanno detto tante volte. Ci sono passato tante volte, ma per puro caso non mi sono fermato mai più di tanto. “Alla prossima”, ho accennato fra i denti, con un misto di rimpianto. Sampieri, provincia di Ragusa, è una località che, dalle mie parti, si associa al mare, al divertimento, a tutto ciò che è estate. Una spiaggia che resiste alle antropizzazioni selvagge che stanno fagocitando i litorali siciliani. Chissà quanti amori sono nati sotto il sole, tra i granelli sottili e gialli sparsi sotto piedi, ombrelloni, teli da mare. Luogo d’amore. Questo ho pensato, istantaneamente, quando ho appreso della morte di 13 persone affondate proprio lì. Migranti uccisi dalle onde a cui le fruste e la crudeltà degli scafisti li avevano condannati. Costretti a tuffarsi. Leggo le testimonianze che raccontano l’ennesimo atto di violenza di un Odissea che con la violenza e la disperazione scrive le sue pagine quotidiane.

Da luogo di amore a oscuro teatro di morte, dai mosaici di ombrelloni, costumi, asciugamani, alle lenzuola bianche sopra corpi distesi nella desolazione di un letto di sabbia vuoto e spento. Non sono fantasmi, anche se buona parte di questo Paese è così che li considera, anche da vivi. Sono esseri umani finiti nel tritacarne della fame, e soprattutto della guerra, di persecuzioni di regimi che hanno costruito la loro forza con l’avvallo di potenze straniere, in quel gioco di equilibri mondiali che poi presenta il conto sulla pelle degli innocenti. Innocenti come quelle centinaia di uomini, donne, bambini affondati nel cuore del Mediterraneo, a largo di Lampedusa, finiti in un inferno che non meritano e annegati. Corpi che galleggiano ovunque, galleggianti di carne ed ossa, scenario raccapricciante di fronte agli occhi dei soccorritori.

“È un orrore, ci vorrebbero le telecamere per mostrare quel che sta accadendo”, ha detto il sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini. Anche io vorrei che quelle immagini in mezzo al mare e le foto sulla spiaggia di Sampieri le guardassero tutti: il Capo dello Stato padre di una vecchia legge, prima mannaia sui diritti dei migranti; quei cittadini italiani che non passano mai un giorno senza offrire alle nostre orecchie uno sproloquio razzista; i rappresentanti politici, a destra come a sinistra, delle formazioni che hanno governato l’Italia, perché sentano dentro le loro coscienze, se ne hanno una, il peso delle loro responsabilità, fatte di leggi vergogna o di inerzie colpevoli; i vertici delle istituzioni europee, che hanno optato, anni fa ormai, per un’Europa chiusa, una “cittadella-fortezza” come l’ha definita Laura Balbo, incapace di affrontare un tema storico come quello dell’immigrazione nella maniera adatta, con più umanità e meno burocrazia.

Le appiccicherei ovunque quelle immagini e accanto scriverei le storie di ciascuna di queste vittime, sempre se si riuscirà a identificarle, dar loro un nome, una storia, una tomba. Perché le tombe senza nome affollano il Mediterraneo, nascoste tra i fondali, cumuli di sabbia e ossa spogliate dei sogni che avevano provato a resistere al dolore, ai massacri, alle frustate, alle cinghiate. I migranti morti nel naufragio di Sampieri sono stati costretti a buttarsi in acqua. Un’immagine shock per chi l’ha vista e raccontata. Una costante per chi ha visto o sentito centinaia di queste storie. Le frustate, come ha scritto Fabrizio Gatti, sono il compagno di viaggio di chi cerca di approdare sulle coste di questa Europa ostile. I segni delle violenze, delle percosse, delle lame, degli stupri hanno solcato il dorso, la faccia e l’anima di centinaia di migliaia di esseri umani partiti dal Sud del mondo.

Mi chiedo dove si trovi Dio davanti a questa umanità che soffre e lotta, aggrappata ancora a una speranza, senza avere tempo né possibilità di lamentarsi, di fermarsi un attimo per prendersela con qualcuno. Mi chiedo soprattutto dove siamo noi, che ci spintoniamo e ammassiamo davanti a un centro commerciale per l’uscita del nuovo smartphone o ci lamentiamo per come vanno le cose, sprecando qualsiasi bene o risorsa come fosse eternamente ripetibile, mentre il resto del pianeta vive scippato di qualsiasi diritto, umiliato, frustato, torturato, ucciso.

Siamo tutti piccoli e miseri con le nostre depressioni da benestanti, al cospetto di questa umanità violentata che, nonostante l’orrore, sogna ancora, spera, si muove, si sposta. E lo fa sapendo cosa deve passare e cosa rischia. Sapendo pure, molto spesso, che l’Italia non è una terra accogliente, che non ha una adeguata legislazione sull’asilo, che l’accoglienza vive di eroismi di cittadini comuni e di qualche parrocchia o associazione, che la speculazione sulla gestione degli arrivi è alle stelle, che i regimi di sfruttamento della manodopera sono l’unica possibilità che vien fuori da un ufficio di collocamento clandestino, dove i colletti bianchi non si fanno vedere e delegano il lavoro sporco ai loro caporali. Ecco perché per molti di loro l’Italia è solo una terra di passaggio. O almeno vorrebbero che fosse così. Solo che la burocrazia impedisce ai migranti che vengono identificati in Italia di chiedere asilo in altre nazioni, dove si trovano parenti, amici e un regime di regolamentazione degli asili più compiuto del nostro.

Lo ripetono sempre più spesso, quando ci parli, quando si fanno intervistare. L’Italia, invece, ha bisogno di loro, per sopravvivere, per svecchiarsi, per crescere economicamente (argomento meno nobile, ma per alcuni più comprensibile). Eppure l’immigrazione è un tema oggi agli ultimi posti dell’agenda politica. Non se ne parla se non (e spesso male) in presenza di qualche episodio di cronaca o dopo che il Papa fa qualche discorso dal significato forte e chiaro. Oppure dopo una tragedia, come in questi giorni. Quando tutti (tranne i putridi cervelli dei leghisti) esprimono cordoglio, assicurano interventi, parlano, dicono, promettono. Si recano sul posto a fare passerelle. Come a Lampedusa. Letta parla di tragedia immensa, Alfano si reca sull’isola e poi straparla sulla Bossi-Fini, difendendola e immaginando nuovi funesti accordi con gli Stati di partenza. Basta. La facciano finita con queste passerelle.

Servono leggi votate all’accoglienza, serve una pressione sull’Europa, che va svegliata a schiaffi, servono una lotta internazionale e coordinata ai trafficanti, politiche contro i regimi sanguinari in Africa (e non solo) smettendo di appoggiarli economicamente, imprenditorialmente e politicamente e di partecipare al banchetto delle risorse e al furto ai danni delle popolazioni. Bisogna smettere di essere il palo di chi rapina il futuro di un’umanità disperata. Servono misure a sostegno dello sviluppo economico in Africa e in altre parti del mondo, ma soprattutto un impegno a revisionare la struttura capitalista mondiale, una battaglia contro questo modello che ci esploderà in mano. Ci vogliono accoglienza, cultura, l’abbattimento spietato delle leggi vergogna e degli accordi ignobili con paesi dominati da governanti altrettanto ignobili.

Le giornate di lutto nazionale, gli interventi postumi, le vocazioni emergenziali per un’emergenza che non è tale, visto che dura da anni, sono imbarazzanti e offensivi. La si smetta di prenderci in giro. Basta con la facciata. Con l’ipocrisia. A Sampieri e Lampedusa è annegata la nostra coscienza. Adesso è ora di recuperarla e di ascoltare la voce dei tanti che da anni, in totale solitudine, vi indicano la via. Abbiate il coraggio di essere umani. Per una volta almeno. Perché in Italia, passata la tragedia, con la sua onda emotiva, si dimenticherà tutto e in fretta. Fino alla prossima barca che affonderà. Fino alle prossime onde che trasporteranno morte e negheranno vite. Fino alle prossime passerelle. Fino a lenzuola di sabbia e teli di plastica sotto cui provare a nascondere l’orrore crudele della nostra appiccicosa indifferenza e del nostro bieco egoismo.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

Autore

Massimiliano Perna

Sono un giornalista freelance, mi occupo da molti anni di immigrazione e diritti, ma anche di ambiente e mafia. Scrivere per me significa respirare e prendere posizione. Amo leggere e amo visceralmente la mia Sicilia e le opere di Pippo Fava. Ho un debole per le menti critiche che si coniugano con l'umanità e la semplicità. Disprezzo i razzisti e gli ipocriti e l'inerzia di chi potrebbe fare qualcosa ma non la fa. Sono il fondatore di questo sito, nato nel 2006, che oggi ha anche una web radio nella quale curo una trasmissione di approfondimento. I tempi sono bui e i silenzi troppi. Un megafono, sia esso di ferro, di righe e inchiostro o collegato a un mixer virtuale, può accendere qualche piccola luce. La mia speranza è di riuscire a tenerlo sempre acceso.

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