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La nostra coscienza è donna e muore ogni giorno

Non ci sono momenti liberi, vuoti, tregue. Non ci sono domeniche, né festivi. Ogni giorno, l’inchiostro scorre sulle rotative, i comandi sulla tastiera diventano lettere, il sangue diventa notizia di cronaca. Sangue di donna, ferite e cicatrici che non si rimarginano facilmente, e devi già sentirti fortunata, perché hai ancora la possibilità di ricostruire la tua vita, di trovare il coraggio per denunciare, per tornare a camminare dritta, cacciando via i fantasmi, le paure che compongono un trauma contro cui combattere. Perché la vita e la bellezza prima o poi vinceranno. Fortunata, una parola terribile, se pensi a quel che hai dovuto vivere, alla brutalità che hai dovuto conoscere, senza averne la minima colpa.

Viva, con i polmoni a respirare e il cuore ancora in funzione. Per altre come te, invece, non c’è più niente, c’è solo un’altra storia postuma di una morte legata a una forma perversa e oscena di possesso, a una barbarie che ancora qualcuno si ostina a definire amore, dentro le vene di questa società maschilista, spietata, ingiusta, nelle azioni oltre che nel linguaggio. A Palermo va in scena l’ennesima tragedia di una guerra vera, con numeri da bombardamento, da assedio, che in questo Paese continuiamo a chiamare, in maniera distratta, emergenza culturale.

Un’altra vittima, un’altra morte annunciata, il fallimento di un’intera nazione, che dovrebbe chiudere tutto, per almeno tre giorni, in segno di perdono a quella donna, ai suoi genitori, ai suoi affetti e, soprattutto, al suo piccolo bambino che, a soli due anni, si trova sotto choc, privato di una madre, una ragazza di venticinque anni che aveva avuto il coraggio di denunciare quell’ex compagno che la tormentava, la minacciava, la opprimeva. Un uomo dal quale era fuggita, per le violenze continue che subiva da lui. Era tornata a casa sua, dai suoi genitori. Lo aveva fatto per il suo bimbo, per proteggerlo da quell’orrore. E non aveva smesso di lottare per la loro libertà. Aveva continuato a denunciare. Ben sei denunce per stalking. Niente. Lui era ancora libero.

La cercava, la ossessionava, la minacciava in modo pesante. Insulti e danneggiamenti, intimidazioni. Erano intervenuti, a quanto pare, anche i servizi sociali, che stavano valutando di trasferirla in una struttura protetta, in una comunità, insieme al suo piccolo. Ormai non ha più senso. Rosi, così si chiamava, non c’è più. Finita sotto la furia di un coltello, colpita con violenza più volte, almeno dieci, da quell’uomo che continuava a dire di amarla, in questa assurda calunnia del concetto di amore. “Mia figlia l’avete tutti sulla coscienza”, ha dichiarato la madre. E ha ragione. Perché queste morti sono responsabilità di tutti noi, della nostra distrazione, del voto che diamo a gente che non interviene, che non mette questo tema tra le priorità assolute, che non legifera in maniera compiuta, andando a fondo sulle misure e sulle pene da applicare.

Colpa degli idioti, dei maschi, dei mezzi uomini, di chi ha visibilità pubblica, di molti mass media, opinionisti, presentatori tv, imprenditori, registi, produttori, professionisti, educatori, degli atteggiamenti, del linguaggio schifoso, della cultura sessista che contribuiscono a rafforzare e diffondere. Ha ragione la madre di Rosi: che senso ha adesso occuparsi di questo fatto, andare a Palermo a intervistare il dolore, quando per due anni si è ignorata la battaglia di una ragazza per la propria vita e per il diritto a essere felice con il proprio bambino e magari, in futuro, con un uomo diverso da quello?

Non ha senso, come la legge sullo stalking della quale qualcuno si è preso fin troppi meriti. Una legge inattuata, inutile, beffarda. Non sarà certo la richiesta di giustizia, che speriamo possa essere esemplare (auguriamoci che gli avvocati dell’assassino, per una volta, abbiano un po’ di pudore), a restituire pulizia alla nostra coscienza. Siamo stanchi di chiedere la riparazione a un danno immenso per il cuore di una donna, di una famiglia, di un Paese (quantomeno di chi è dalla parte delle donne). Vorremmo almeno che si arrivasse prima, che si consentisse alle donne di liberarsi definitivamente delle prigioni nelle quali aguzzini dal viso normale (e spesso insospettabili) le rinchiudono. E poter tornare finalmente a vivere.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

Autore

Massimiliano Perna

Sono un giornalista freelance, mi occupo da molti anni di immigrazione e diritti, ma anche di ambiente e mafia. Scrivere per me significa respirare e prendere posizione. Amo leggere e amo visceralmente la mia Sicilia e le opere di Pippo Fava. Ho un debole per le menti critiche che si coniugano con l'umanità e la semplicità. Disprezzo i razzisti e gli ipocriti e l'inerzia di chi potrebbe fare qualcosa ma non la fa. Sono il fondatore di questo sito, nato nel 2006, che oggi ha anche una web radio nella quale curo una trasmissione di approfondimento. I tempi sono bui e i silenzi troppi. Un megafono, sia esso di ferro, di righe e inchiostro o collegato a un mixer virtuale, può accendere qualche piccola luce. La mia speranza è di riuscire a tenerlo sempre acceso.

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