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Non servono le parole nel falò dell’umanità che muore

“Sai, quando ero in mezzo al mare non avevo più paura, perché ormai ero lì e quindi non mi restava che affidarmi a Dio e alla sua volontà. La paura più grande l’ho provata una volta sbarcato in Italia, dopo un viaggio terribile, quando ho messo il piede sulla banchina del porto di Lampedusa e ho trovato ad accogliermi poliziotti e carabinieri. In quel momento ho iniziato a spaventarmi, anche perché ero scappato proprio da uomini in divisa”. Queste parole appartengono a un mio caro amico ivoriano. Me le disse 4 anni fa in un pomeriggio assolato di inizio estate, a Siracusa, in una delle nostre consuete chiacchierate. Un ragazzo di 25 anni, intelligente, elegante, determinato ad andare avanti, apprezzato sul lavoro e abile nell’imparare a parlare correntemente l’italiano in meno di un anno. Nella sua terra, da cui è scappato per sfuggire a un assurdo equivoco che gli è costato la condanna a morte da parte dell’esercito regolare, ha lasciato una moglie e un bambino che, all’epoca della nostra chiacchierata, non vedeva da quasi 5 anni e con il quale ogni tanto riusciva a chiacchierare per telefono o a vedere in video.

Un figlio d’Africa costretto a lasciare tutto per provare a sopravvivere nel niente che l’Italia gli riservava. Una storia come tante, quella di un ragazzo che quantomeno è riuscito, con grande spirito di sacrificio e impegno, a trovare un lavoro regolare e una casa in affitto. E il destino ha voluto che, proprio nella giornata mondiale del rifugiato, durante una manifestazione, ricevetti per lui la proposta di un commerciante serio, il quale la sera stessa gli fissò un colloquio che si concluse positivamente. Tanti altri miei amici, invece, quel lavoro e quella casa, pur mettendoci uguale impegno, non sono riusciti a trovarli. Sfruttati, umiliati nelle campagne, nelle case private, nei cantieri, nei bar, nelle palestre, nei ristoranti eleganti dalle tavole imbandite, piene di scarti e di avanzi del benessere abbandonati da chi quel benessere te lo sbatte in faccia e ha pure la sfrontatezza di lamentarsi del servizio. Un mondo che viene definito sommerso, ma che sommerso non è, perché lo sappiamo tutti quel che accade, lo sanno anche quelli che urlano le peggiori porcherie su chi ha la “colpa” di essere “straniero”.

Ne ho incontrati tanti, nella mia vita, sotto gli alberi delle campagne attorno alla città, come frutti lasciati marcire al sole opaco e bollente dell’indifferenza, tra le sterpaglie e i rami, sotto le fronde dei carrubi, con gli occhi profondi e il sorriso stanco, rifugiati, con una protezione umanitaria in tasca, ma abbandonati a sé stessi da chi gestiva un centro di accoglienza che si nutriva con il sovraffollamento e cacciava via gli ospiti, premurandosi di non farlo sapere alle istituzioni preposte (ACNUR), in modo da continuare a percepire la cospicua diaria giornaliera dal governo, per poterne far entrare altri ugualmente remunerativi. Doppio guadagno sulla pelle degli ultimi.

Ne ho incontrati tanti, di prima mattina, sudati e malconci, fuggiti la notte stessa dall’inferno di Rosarno, dai pestaggi, dalle violenze che andavano avanti da anni e che erano ben note a chi di dovere. Li ho ascoltati, ho sentito i loro racconti terribili farmi tremare di rabbia verso la crudeltà e la complicità silenziosa dei cittadini rosarnesi, identici a quelli di tante altre città italiane, di tante altre tappe dell’orrore umano.

Ne ho salutato tragicamente qualcuno, finito senza respiro per colpa delle esalazioni di un braciere, dentro a una baracca fredda e priva di infissi, affittata da un proprietario rimasto ignoto, a due passi dal centro commerciale che svende sogni fatui e inutili. Ne ho incontrati e ne incontro ancora, è cambiata solo la dimensione della città e delle solitudini a cui sono costretti da un Paese che si ricorda di loro soltanto di fronte allo “spettacolo” degli sbarchi o quando può ricavarne qualcosa, quando può spremerli al massimo, a patto che però poi non rivendichino alcunché e soprattutto non si facciano vedere troppo in giro. Poco è cambiato, di sicuro non la logica di esclusione né l’ignavia o la complicità delle istituzioni, che dovrebbero far qualcosa, nell’attesa che questo Paese di emigranti riesca ad abbattere una cultura razzista ben rappresentata dai lombrichi in camicia verde e dalle loro flatulenze espulse da bocche impastate di bavosa ignoranza.

Un Paese nel quale ci si indigna solo se, in un fatto di cronaca, il protagonista negativo ha la pelle nera o un’origine straniera, mentre poi chiude le finestre quando un neofascista uccide due lavoratori africani nel cuore di Firenze o quando, sempre a Firenze, un gruppetto di esaltati, tra i quali, a quanto pare, alcuni agenti della Municipale, organizza un pestaggio razzista nei confronti di cittadini senegalesi. Le bugie sull’invasione, sulla sicurezza, smentite da pagine e pagine di dati, sono il grimaldello con il quale si apre la cattiva coscienza di un popolo che guarda ragazzi, donne, uomini finire nel tritacarne di un’ingiustizia quotidiana o morire stremati scivolando dalle reti per tonni, appiglio disperato a un’Europa tragicamente chiusa come una fortezza inespugnabile. Non c’è senso di umanità in Italia, se non in una parte di cittadini attivi e ancora umani o negli uomini delle motovedette che non perdono di vista il principio cardine dell’uomo di mare: soccorrere i naufraghi.

Ha ragione il sindaco di Lampedusa (c’era davvero bisogno delle sue sincere e giustissime parole), Giusi Nicolini, quando nel suo appello dice: “Sono indignata dall’assuefazione che sembra avere contagiato tutti, sono scandalizzata dal silenzio dell’Europa che ha appena ricevuto il Nobel della Pace e che tace di fronte ad una strage che ha i numeri di una vera e propria guerra. Sono sempre più convinta che la politica europea sull’immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente. Ma se per queste persone il viaggio sui barconi è tuttora l’unica possibilità di sperare, io credo che la loro morte in mare debba essere per l’Europa motivo di vergogna e disonore”. “Tutti devono sapere – prosegue il sindaco – che è Lampedusa, con i suoi abitanti, con le forze preposte al soccorso e all’accoglienza, che dà dignità di esseri umani a queste persone, che dà dignità al nostro Paese e all’Europa intera. Se questi morti sono soltanto nostri, allora io voglio ricevere i telegrammi di condoglianze dopo ogni annegato che mi viene  consegnato. Come se avesse la pelle bianca, come se fosse un figlio nostro annegato durante una vacanza”.

L’Italia non apre le orecchie e tantomeno il cuore di fronte a una strage che, nel Mediterraneo, ha fatto 20mila vittime (dati rapporto Migrantes). L’Italia tace, rinvia, adducendo la scusante della crisi, una crisi che senza il lavoro dei migranti sarebbe ancor più grave e pesante, ci avrebbe già distrutto, sotterrato. Si parla solo di ius soli e di cittadinanza, al momento. Tema importantissimo e legittimo, ma ho sentito che questo pseudo-governo parla di priorità. Bene, allora nemmeno lo ius soli è una priorità rispetto ai temi dello sfruttamento e del diritto all’asilo. Peccato che di tutto questo non si parli. Da mesi aspetto una parola, una dichiarazione, una proposta concreta, anche da parte di Cécile Kyenge, della quale conosco e apprezzo l’intelligenza e la sensibilità.

Il problema è che non bastano più le parole, urge un programma preciso per fermare questa tragedia, per dotarci di una legislazione sull’asilo, per dare diritti a chi arriva, a chi vive a chi lavora in questo Paese. Per fermare questure e prefetture spesso ricche di incompetenti e di dirigenti inetti e crudeli. Per inibire gli sfruttatori e tutta quella rete che lucra sui bisogni dei migranti. Le priorità sono queste e vanno affrontate subito, perché ogni giorno che passa è un giorno in più di inferno che brucia sulle cicatrici aperte di decine di migliaia di esseri umani. Me lo aspetto soprattutto da Cécile e da Laura Boldrini, mi attendo un martellamento forte ai fianchi del governo. Altrimenti è inutile star lì in alto, perché qui, sulla terra che loro, donne in gamba, oneste e preparate, conoscono bene, si continua a morire e a essere sfruttati e umiliati. Per crudeltà, per indifferenza e… per legge.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

Autore

Massimiliano Perna

Sono un giornalista freelance, mi occupo da molti anni di immigrazione e diritti, ma anche di ambiente e mafia. Scrivere per me significa respirare e prendere posizione. Amo leggere e amo visceralmente la mia Sicilia e le opere di Pippo Fava. Ho un debole per le menti critiche che si coniugano con l'umanità e la semplicità. Disprezzo i razzisti e gli ipocriti e l'inerzia di chi potrebbe fare qualcosa ma non la fa. Sono il fondatore di questo sito, nato nel 2006, che oggi ha anche una web radio nella quale curo una trasmissione di approfondimento. I tempi sono bui e i silenzi troppi. Un megafono, sia esso di ferro, di righe e inchiostro o collegato a un mixer virtuale, può accendere qualche piccola luce. La mia speranza è di riuscire a tenerlo sempre acceso.

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