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Una guerra rischiosa nel cuore dell’Africa

Il Mali è un paese ricco di petrolio e uranio, risorse che negli ultimi anni hanno attratto l’interesse di importanti multinazionali, come British Petroleum e Total. È forse questo uno dei motivi principali per cui l’ex colonia francese è diventata negli ultimi giorni teatro di una guerra “internazionale”, in cui Parigi è coinvolta in prima persona. I caccia dell’aeronautica militare d’Oltralpe hanno iniziato domenica scorsa i bombardamenti contro gruppi di integralisti islamici in Mali, dopo aver bloccato la loro avanzata nel centro del paese in appoggio alle forze di terra maliane. La Francia è intervenuta in Mali con l’avallo delle Nazioni Unite e l’appoggio dell’Unione europea, “per fermare l’avanzata verso il sud del paese africano di gruppi estremisti salafiti legati ad al Qaeda”, come ha affermato il presidente francese, Francois Hollande.

I ministri degli Esteri europei, riuniti a Bruxelles giovedì scorso, hanno poi dato il via libera ad una missione di addestramento dell’esercito del Mali, garantendo forte sostegno alle operazioni militari avviate dalla Francia in difesa di Bamako. La missione di addestramento approvata dai Ventisette dovrebbe essere avviata entro al massimo metà febbraio. “Il ruolo dell’Unione europea è sostenere le operazioni lanciate dalla Francia, un paese fondamentale per la nostra strategia nella regione del Sahel”, ha detto l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione europea, Catherine Ashton. L’Italia, da parte sua, ha offerto la propria disponibilità a fornire un sostegno logistico all’operazione militare in Mali, in assenza però di un coinvolgimento diretto nella “guerra”.

La disponibilità a fornire aiuto logistico è arrivata anche dalla Germania, che tuttavia si aspetta un pronto intervento delle forze armate africane per stabilizzare la situazione nel paese del Sahel.  L’Organizzazione degli stati dell’Africa occidentale (Ecowas) sta inviando infatti un suo contingente in Mali per fermare l’avanzata dei salafiti e del gruppo estremista Ansar Eddine che, da marzo 2012, controllano Timbuctu e il nord del paese. Nel conflitto sono inoltre coinvolte l’Algeria, che ha consentito l’attraversamento del suo spazio aereo da parte dei velivoli militari francesi, e indirettamente anche Tunisia e Mauritania, paesi vicini la cui stabilità è fondamentale per gli equilibri geopolitici dell’Africa.

Per gli analisti politici tunisini, il timore è che, a due anni di distanza dalla rivoluzione che ha sconvolto la sicurezza interna e l’economia del paese, la Tunisia debba affrontare una nuova minaccia derivante dagli effetti del conflitto in Mali. Al di là degli equilibri geopolitici nell’area del Sahel, che pure sono fondamentali per un continente emergente come quello africano, ciò che però interessa ancora una volta a gran parte della comunità internazionale sono le “materie prime”. Il Mali dispone di enormi quantità ancora non sfruttate di uranio e petrolio. In un solo giacimento, nel sud-ovest del paese, è stata rilevata una quantità di uranio pari a 5.000 tonnellate. Inoltre, come rileva il quotidiano di Esteri Atlas, Bamako è il terzo produttore africano di oro, con una media di 60 permessi di esplorazione l’anno concessi ad aziende straniere tra il 2001 e il 2008.

Il Mali possiede anche estesi giacimenti di bauxite, minerale da cui si ricava l’alluminio e a breve, scrive “Atlas”, potrebbe diventare il maggior esportatore di bauxite dell’Africa, superando la Guinea Conakry. Nelle attività di esplorazione nello stato africano sono coinvolte società francesi, britanniche, statunitensi, canadesi, australiane, nonché algerine. 

Gli interessi in gioco sono enormi, soprattutto in questo momento di crisi economica e finanziaria globale, in cui le multinazionali e i governi stanno valutando attentamente le loro strategie energetiche a lungo termine. La guerra al terrorismo in Mali, proclamata dalla Francia, sembra quindi essere piuttosto lennesimo conflitto per accaparrarsi le scarse risorse del pianeta con il rischio di aprire un nuovo focolaio di instabilità in una regione dagli equilibri molto delicati.

G.L. -ilmegafono.org

Autore

Giorgia Lamaro

Sono una giornalista professionista che continua a sognare, anche a 40 anni. Uno dei miei sogni è che mio figlio cresca libero e indipendente in un paese che gli possa garantire un futuro. Anche per questo collaboro con il Megafono, ormai da quasi dieci anni. Ho iniziato la carriera giornalistica nel 2003 dopo aver conseguito la laurea in Scienze della Comunicazione e un Master in relazioni internazionali presso l’Università degli studi di Bologna. Fin dai primi anni d’università mi sono interessata ai temi della cooperazione internazionale e della multiculturalità. Attualmente vivo a Roma e lavoro per un’agenzia di stampa nel settore esteri.

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